Parole magiche: rispetto, responsabilità, condivisione e qualche no

Grave trauma facciale con il concreto pericolo di aver riportato danni neurologici permanenti. Queste le conseguenze toccate ad un dodicenne francese, lo scorso 3 Agosto, colpito da un cassonetto dei rifiuti, scagliato dalla scogliera di Bergeggi, a Savona. L’autore del folle lancio, reo confesso, è un altro adolescente, questa volta diciassettenne, appena uscito dalla discoteca La kava, forse ubriaco. Questione di qualche secondo: il chiosco dei panini è chiuso, il giovane italiano non sa cosa fare, è confuso e probabilmente alterato, vede il cassonetto sul bordo della strada e pensa che gettare in mare dieci chili di immondizia possa costituire un finale degno della sua serata di festa. Peccato che tra la strada e le onde ci sia la spiaggia e, sulla sabbia, sia accampata una famiglia di turisti. Il finale della storia lo sappiamo: un ragazzino in prognosi riservata all’ospedale Gaslini di Genova e una denuncia alla Procura dei minori per lesioni gravi, a carico di un altro giovanissimo. 

Ogni volta che mi capita di leggere fatti del genere, mi viene spontaneo immedesimarmi nei genitori. Che, in questo specifico caso, sono disperati. Entrambi rischiano di perdere i figli, anche se in modi diversi. 

Penso: e se succedesse a me? Cosa farei, come reagirei? Perché di fronte a fatti tanto gravi, che i nostri figli o figlie siano le vittime o i carnefici, sentiamo comunque di non essere stati genitori sufficientemente presenti. Non abbiamo saputo proteggerli dagli altri o da sé stessi. Le mie bambine sono ancora piccole, ma la domanda su come fare per educarle nel modo giusto, per metterle al riparo da cose del genere, è sempre presente. 

Purtroppo non esistono ricette, né formule magiche. Così come non è un assioma assoluto che da buoni genitori discendano per forza figli irreprensibili o figlie perfette. La pedagogia, però, per fortuna fornisce qualche buon suggerimento, una sorta di mappa del percorso capace di tracciare sentieri un po’ meno accidentati per genitori in viaggio verso una meta, che poi è la stessa per tutti: la felicità di figli e figlie. 

Circa i fatti da cui abbiamo iniziato questo articolo, per esempio, mi vengono subito in mente due cose. Due insegnamenti cruciali che vanno assolutamente fatti passare da una generazione all’altra: il rispetto delle regole e il concetto di responsabilità. 

La prima si può insegnare in moltissimi modi: attraverso il gioco, per esempio, o facendo notare che è molto più facile stare insieme agli altri se tutti rispettiamo alcuni codici di comportamento condivisi. 

Una volta feci un esperimento in classe. Preparai un copione che feci studiare ai ragazzi e alle ragazze di seconda: in sostanza si trattava di fingere che un tubo dell’acqua fosse scoppiato nella nostra aula e di chiedere ospitalità ai compagni di prima. Una volta invaso lo spazio vitale dei ragazzi più piccoli, i miei attori e attrici simulavano in maniera estremamente convincente comportamenti contro ogni regola scolastica (parlavano ad alta voce, interrompevano la lezione, si truccavano, parlavano al cellulare, si alzavano in continuazione, giocavano a battaglia navale ecc). Quando i ragazzini di prima ne ebbero abbastanza, ce lo fecero notare e noi svelammo il trucco. Ne seguì una discussione molto interessante sulle regole e gli spazi condivisi, dalla quale emerse chiara l’idea che la norma non serve a limitarci, ma a tutelarci, a rendere migliore il nostro stare insieme nel mondo. Certo, verrà il tempo di insegnare ai nostri ragazzi anche il valore della ribellione, dell’opposizione anche dura alle norme inaccettabili – concetto difficilissimo, ma che qui definiamo come tutto ciò che è contro i valori umani più alti e universali quali il rispetto della vita, della dignità, della giustizia sociale, del pianeta – ma essa può nascere soltanto sulle solide basi della condivisione delle regole comuni di convivenza. 

La Capitana Carola, della Sea Watch, non è una squilibrata asociale, fuori da ogni regola, priva di cultura e senso di giustizia; il suo disobbedire dice di lei esattamente il contrario. Ma un conto è scegliere di trasgredire alle leggi per affermare valori più alti, altro è farlo per totale noncuranza delle norme comuni. Sulle spiagge non attrezzate, in Liguria, non mi risulta che si possa campeggiare, a meno di non richiedere uno specifico permesso al Comune. Certo, questa famiglia di francesi lo ha imparato a carissimo prezzo e in un modo davvero assurdo, ma stava facendo una cosa proibita. Non avrebbero mai dovuto trovarsi lì, in tenda, alle tre del mattino. Allo stesso modo gli alcolici, ai minorenni, nel nostro Paese, non si possono vendere. Se il ragazzo che ha lanciato il cassonetto era davvero alticcio, come sembra, qualcuno dovrà assumersene la responsabilità. Non si perde il controllo bevendo acqua minerale. Lanciare nel vuoto un cassonetto è un’altra cosa illegale, oltre che stupida e pericolosa. Tre regole non rispettate, tre scelte compiute da persone diverse che, nello scorrere e intrecciarsi incessante degli eventi, hanno creato una miscela altamente esplosiva. Quasi mortale per un povero ragazzino francese. 

Il secondo aspetto cui accennavo sopra è il concetto di responsabilità. Non si può uscire dall’adolescenza senza aver introiettato questo fondamentale insegnamento: ad ogni azione, ad ogni scelta, consegue qualcosa. Se sbaglio, non ci andranno di mezzo solo gli altri, ma io in prima persona. Sempre. Che i genitori siano coerenti in faccende di sgridate e punizioni (o strategie di riparazione, a seconda del modello pedagogico che si sceglie in famiglia) risulta determinante. Ugualmente, se desidero qualcosa, devo impegnarmi per ottenerla. Se mi comporto male, non avrò sconti, così come, se le mie azioni sono buone, ne otterrò qualcosa di positivo (non necessariamente di concreto, può trattarsi anche solo di quella che gli psicologi chiamano gioia derivante da una forte motivazione intrinseca). 

Assumersi le proprie responsabilità, nel bene e nel male, è fondamentale. Moltissimi anni fa, durante il mio primo anno di lavoro, vidi una scena che mi segnò per sempre. Il Rettore del Collegio in cui insegnavo entrò in aula e si mise di fronte a un ragazzino di seconda media. Gli chiese per ben due volte di confessare i furti di alcuni robot trasformabili, compiuti ai danni di un negozio di giocattoli della città. Il ragazzino negò in entrambe le occasioni, nonostante il tono fermo del Rettore. Alla terza menzogna, il prete rifilò un sonoro ceffone in pieno viso al mio alunno che, piangendo, gli chiese: “Don, ma perché mi picchia? Le ho già detto che non sono stato io!”. Il Rettore lo guardò negli occhi e gli disse: “Perché ti voglio bene e non so come aiutarti se tu non mi dici la verità. Non so come salvarti, se tu non ti fidi di me”. Il ragazzino scoppiò in singhiozzi: “Scusi, don, ha ragione, sono stato io!” disse, rovesciando quattro robot dalla cartella sul pavimento e scansando il banco per andare ad abbracciare quel prete che, un secondo prima, gliele aveva suonate. Il Rettore, a questo punto, ricambiando l’abbraccio, accarezzò il ragazzino sulla testa e gli disse: “Andiamo. Vengo io con te al negozio a restituire i giochi. Non ti lascio da solo. Se c’è da pagare, ho già qui il portafoglio. Però tu devi metterci la faccia e chiedere scusa”. Questo significa far bene il mestiere dell’educatore. Anche se c’è scappato un ceffone (che, vent’anni fa, non faceva ancora scalpore, al contrario di oggi). L’adulto accompagna il bambino o la bambina nella riparazione del danno, rassicura, rinforza il messaggio sull’importanza di fare la cosa giusta anche quando è difficile, mostra la strada e prende per mano chi, davanti ad una clamorosa ammissione di colpa, vacilla. Una cosa simile hanno fatto anche i genitori del diciassettenne torinese, accompagnandolo in Caserma a Savona, benché non sospettassero affatto che il proprio figlio avesse responsabilità nella vicenda. E nonostante io abbia moltissimi dubbi sul fatto che sia positivo, educativo e sano lasciare un ragazzo in discoteca fino alle tre del mattino a stordirsi con la musica e forse altro, credo anche che fare le mamme e i papà sia davvero il mestiere più complicato del mondo e che trovare il coraggio di accompagnare il proprio figlio a rispondere alle domande dei Carabinieri richieda una forza e un coraggio immensi. Forse, chi lo sa, se quella mamma e quel papà avessero fissato per il loro diciassettenne un coprifuoco più stretto o avessero detto qualche no più fermo, pur scatenando qualche discussione in più in famiglia, avrebbero risparmiato al proprio figlio una denuncia pesantissima alla Procura dei minori. O forse no, non lo sapremo mai. Ciò che è certo è che anche loro, come il mio Rettore di vent’anni fa, hanno scelto di non lasciare solo di fronte alle conseguenze delle sue azioni il proprio ragazzo. Lo hanno accompagnato nel momento più difficile e umiliante: quello dell’ammissione della colpa. 

Non è mai troppo tardi per far bene i genitori. 

Non è mai troppo tardi per insegnare ai nostri figli e figlie il valore della dignità, dell’onestà, della giustizia. 

Articolo di Chiara Baldini

BALDINI-PRIMO PIANO.jpgClasse 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

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