Con Etty, sulle sponde dell’Amstel

Amsterdam in primavera è uno spettacolo da vedere almeno una volta nella vita. Sedute su una panchina, sulla riva del fiume Amstel, io ed Esther sorseggiamo una birra fresca. Ha la mia età, forse poco più, ma ha gli occhi di chi ha visto troppe cose per gli anni che ha.

“Esther, le dispiace se le do del tu?”
“Non azzardarti a darmi del lei, sono troppo giovane! E, per favore, chiamami Etty, l’ho sempre preferito ad Esther.”

“Hai passato tanti anni qui, Etty?”
“Sì, ho passato gran parte della mia vita ad Amsterdam con la mia famiglia, prima di essere deportati.”

“In che rapporti eri con la tua famiglia?”
“Inspiegabilmente conflittuali. Finché siamo rimasti a casa piangevo ogni notte, anche se non so spiegarmi da dove venissero quelle lacrime. Era una situazione molto complicata, ma col senno di poi forse non così tragica. Tutto è cambiato quando siamo stati deportati a Westerbork, lì sono riuscita a chiarire a me stessa il profondo amore che provavo per loro.”

“So che è un ricordo doloroso, non posso neanche immaginare quanto, ma ti andrebbe di raccontarmi gli anni di detenzione nel campo?”
“Certamente è un ricordo orribile, ma che è giusto portare a galla. Tutti devono sapere.”

“Ti ascolto.”
“Nel ’42 il campo di Westerbork è passato sotto il controllo dei tedeschi e, da centro che riuniva i rifugiati ebrei, è diventato un campo di transito e di pubblica sicurezza, ovvero il centro di smistamento degli ebrei prigionieri diretti ad Auschwitz.
Io, grazie a mio fratello Japp, ero stata assunta come dattilografa al Consiglio Ebraico di Amsterdam, quindi, almeno per il momento, ero salva.
Tuttavia, non era quello il mio posto, volevo stare più vicino alla mia gente e quindi ho fatto richiesta di trasferimento nel dipartimento di aiuto sociale alle persone in transito.”

“Quindi quella del ’42 non era una condizione di totale prigionia, giusto?”
“No. La mia vita, come quella di tutti, dipendeva comunque dalle autorità tedesche, ma avevo permessi per recarmi ad Amsterdam e potevo quindi avere contatti con l’esterno.”

“Cos’è cambiato nei mesi successivi?”
“A giugno del ’43, dopo una retata, la mia famiglia fu trasferita a Westerbork e i tedeschi cominciarono a intensificare i trasferimenti ad Auschwitz. L’avevo capito che stava per arrivare la fine, ma non ho accettato l’aiuto di nessuno, per me era giusto andare con la mia gente. Infatti, poco dopo, hanno revocato lo statuto speciale concesso ai dipendenti del Consiglio Ebraico presenti nel campo e, dopo qualche mese a Westerbork, sono stata deportata ad Auschwitz insieme alla mia famiglia.”

“Perché hai scelto di non provare a salvarti?”
“Mi dicevano che una persona come me ha il dovere di mettersi in salvo, che ancora avevo tanto da dare. Sono convinta, però, che tutto quello che avevo da dare avrei potuto darlo ovunque, anche in un campo di concentramento. Chi sono io? Come posso sopravvalutarmi al punto da ritenermi troppo preziosa per condividere con gli altri un destino di massa?”

“Ti dico la verità: mi sconvolge questa lucidità, quasi accettazione, rispetto al dramma che hai vissuto.”
“Non è un qualcosa che potrà mai essere accettato, non è accettabile. Ho semplicemente intrapreso l’unica strada possibile per non farsi mangiare vivi da questo orrore: la resistenza interiore al male.”

“Che intendi? Come si può resistere?”
“Io personalmente ho ricercato con ostinazione e molta fede in Dio tracce di bene anche nelle più atroci evidenze di male.”

“Fatico a comprendere come ti sia stato possibile…”
“Ho fatto un grande lavoro su me stessa e ho deciso di combattere l’odio con l’amore. Non ho mai odiato neanche i miei carnefici, mi sono chiesta ogni giorno quale terribile incidente nelle loro vite li avesse spinti a compiere tali orrori.
Sono fatta così, so che è difficile da capire, ma sono fiera di essere riuscita fino all’ultimo secondo a vedere e ad amare l’immensa bellezza dell’universo.”


ESTHER HILLESUM,
nata a Middelburg il 15 gennaio 1914, è stata una scrittrice olandese di origine ebraica, vittima dell’Olocausto. Il suo Diario fu scritto ad Amsterdam tra il 1941 e il 1942, probabilmente su indicazione dello psicochirologo Julius Spier, con il quale ebbe un forte legame, e rappresenta una delle più interessanti testimonianze della vita ai tempi del regime nazista.
Fu assassinata ad Auschwitz il 30 novembre 1943.

Articolo di Emma de Pasquale

1ZjisCuMEmma de Pasquale è nata a Roma nel 1997 ed è attualmente laureanda in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Ha interesse per il giornalismo e l’editoria, soprattutto se volti a mettere in evidenza le criticità dei nostri tempi in un’ottica di genere.

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