Per sport o per passione, la vela è metafora della vita

Il 22 agosto del 1851 ci fu la prima America’s Cup: il Royal Yacht Squadron britannico sfidò il New York Yacht Club con un percorso attorno all’isola di Wight. Lo yacht club statunitense decise di partecipare con la scuna (particolare veliero a più alberi) chiamata America e, dal nome di questa agguerritissima goletta che vinse la sfida contro la britannica Aurora con 8 minuti di distacco e si aggiudicò la coppa, nacque il nome della competizione “America’s Cup”.

Dopo la prima ci furono continue sfide da parte di altri yacht club ma per 25 volte il New York Yacht Club riuscì a rimanere imbattuto. Negli anni successivi gli sfidanti aumentarono e quindi nacquero le regate di selezione dello sfidante e in particolare la Louis Vuitton’s Cup.

L’Italia non ha mai vinto, anche se Il Moro di Venezia e Luna Rossa sono arrivate alla sfida finale. In particolare Luna Rossa ha suscitato un grande interesse verso il mondo della vela, un mondo di nicchia e verso il quale, forse perché poco conosciuto, ci sono anche molti stereotipi.

In realtà, se ci allontaniamo dal giro delle regate costosissime che per certi versi ricorda un po’ quello della Formula 1 e che ruota intorno a ricchissimi sponsor, possiamo scoprire il mondo dei velisti e delle veliste per passione, ai/alle quali non interessa arrivare primi/e, non interessa avere barche particolarmente performanti, non interessa l’abbigliamento griffato perché della vela amano il fortissimo contatto con il mare e la natura, il viaggiare sfruttando solo l’energia del vento e delle correnti, l’idea della vacanza tranquilla e al margine dei circuiti turistici. Ma soprattutto amano la lentezza perché in vela tutto richiede tempo: si viaggia, se le condizioni sono favorevoli, a 7 miglia l’ora che corrispondono a circa 11 km, fare un ormeggio richiede una buona mezzora tra ricerca del punto adatto e manovre, e aprire, chiudere, mettere a punto le vele richiede dei rallentamenti continui. Ma se il viaggio è lungo è esso stesso parte integrante del piacere, timonare una barca a vela non richiede l’attenzione continua del guidare un altro mezzo di trasporto, ci si alterna con grande semplicità oppure si inserisce il pilota automatico e in mare aperto è sufficiente che qualcuno/a tenga d’occhio l’orizzonte, per vedere se ci sono altre barche sulla propria rotta o magari scoprire se si vedono nuotare dei delfini o ancora individuare dal colore del mare i punti in cui c’è più vento da sfruttare e quindi decidere di virare o strambare, anche a rischio di allungare un po’ la rotta se ciò permette di non accendere il motore.

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Velisti e veliste spesso preferiscono evitare i porti (anche se ogni 3-4 giorni è necessario approdare per fare riserve di acqua e di corrente) e trascorrere la notte con la barca ormeggiata in rada: fare il bagno lontano dalla riva, cenare guardando il tramonto e poi alzare la testa e vedere cieli stellati – tali solo dove non c’è inquinamento luminoso – che donano emozioni impagabili, così come viaggiare per miglia e miglia senza vedere né terra né altro se non qualche gabbiano o i delfini o qualche altra barca da lontano. Il contatto con se stessi/e che si raggiunge attraverso il contatto con la natura è tale che una vacanza in barca a vela può essere, e lo è stata recentemente per me, lo strumento ideale per curarsi dopo un grande dolore, per ritrovare la serenità perduta, per recuperare energie fisiche e interiori. E perché no, anche per cercare di disconnettersi un po’ e allontanarsi da un presente che crea angoscia, quale quello che stiamo vivendo in questi giorni a causa della crisi di Governo.

Ma a ricaricare le nostre batterie è soprattutto la lentezza, qualcosa alla quale non siamo più per nulla abituati ma che dopo qualche giorno indispensabile per riuscire a rilassarsi, diventa talmente normale che davvero si comprende l’assurdità dei ritmi ai quali si è abituati. La stessa lentezza contraddistingue anche lo svolgimento dell’America’s Cup e delle competizioni di selezione della barca sfidante: le gare vengono fissate per un certo giorno ma saranno le condizioni del tempo a stabilire quando realmente si svolgeranno. E anche quando si va in barca in vacanza la programmazione delle date di partenza, di ritorno e delle tappe del viaggio è sempre approssimativa perché condizionata dal vento che a volte fa ritardare uno spostamento o addirittura cambiare meta a seconda se sarà scirocco o di maestrale.

In barca a vela poi si impara a gestire al meglio le risorse: si accende il motore solo quando indispensabile, si sfrutta ogni goccia d’acqua facendo magari a gara a chi riesce a fare la doccia più breve, si limita al minimo il consumo di plastica… ci vorrebbe un articolo intero per raccontare tutti i trucchetti che si scoprono e condividono per non sprecare e per rispettare al massimo l’ambiente.

E poi ci sono i rapporti umani: che ci si conosca da una vita o si sia conosciuti subito prima di salpare l’ancora, se il gruppetto di 6-8 persone che condividerà lo spazio in barca è costituito da persone che amano questo tipo di vacanza non potrà che crearsi sintonia tra loro. Anzi solitamente i rapporti diventano più veri, più profondi, più genuini perché cadono filtri e protezioni e si è realmente se stesse e se stessi.

Non è un caso che tante frasi che usiamo quotidianamente in senso metaforico siano espressioni barcaiole: mollare gli ormeggi, gettare l’ancora, scrutare l’orizzonte, andare col vento in poppa… sono solo alcuni modi di dire che stanno a indicare come il viaggio per mare sia metafora della vita.

Articolo di Donatella Caione

donatella_fotoprofiloEditrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.

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