Ingrid Bergman, l’attrice che visse più volte

Dopo aver iniziato in Svezia una scuola di teatro che prescriveva tempi troppo lunghi per la sua ansia di misurarsi col pubblico, passò presto al cinema e, dopo i primi successi, per una serie di circostanze insolite ch’ella stessa raccontò in un’intervista, giunse a Hollywood, dove raccolse enorme successo per le sue doti attoriali e per la sua bellezza nordica, ma dolce, col sorriso bellissimo che illuminava il volto puro ed espressivo e lo sguardo profondo e lontano; mantenne sempre un fondo di timidezza, come il passo, elastico e maestoso sul set, ma lievemente nervoso, financo un po’ impacciato, nei documentari e nelle apparizioni televisive.

Sono gli anni fra il 1939 e il 1949, in cui recitò in Intermezzo, Casablanca, Per chi suona la campanaIo ti salverò,  Notorious, Il peccato di Lady Considine, Angoscia, con cui vinse il suo primo Oscar.

Ma dopo la spaventosa catastrofe della Seconda guerra mondiale Hollywood, con la sua immagine di un mondo lussuoso e dorato, di bellezze maschili e femminili perfette, di amori travolgenti, di luoghi stereotipati, cominciò a parerle falsa e riduttiva della nuova realtà e delle possibilità espressive che sentiva di possedere. Così, quando vide il film di Rossellini Roma città aperta, ne restò folgorata. Volle vedere anche Paisà e, a un tempo per istinto e calcolo, insieme per passione e ragione, che mi paiono le sue cifre più connotative, scrisse al regista italiano una lettera famosissima, che prima li fece incontrare sul set, e subito dopo anche nei loro cuori. Ma l’unione destò enorme scandalo, Bergman era già sposata e aveva una figlia, Rossellini, pure sposato, aveva già da tempo lasciato la moglie per Anna Magnani. Hollywood e il pubblico statunitense rinnegarono l’attrice e a lungo vollero dimenticarla. Nel 1952, Bergman e Rossellini che avevano già avuto un figlio, si sposarono. Nacquero poi due gemelle, mentre la loro collaborazione artistica fruttò la grande Trilogia della solitudine e altri film importanti. Consumatasi la separazione da Rossellini, che aveva iniziato un’altra relazione, il suo periodo artistico in Italia si chiuse e nel 1956 Bergman tornò negli USA, dove Hollywood la voleva nuovamente. Seguirono anni di nuovi successi, fra cui il secondo Oscar con Anastasia, il terzo, stavolta come attrice non protagonista, in Assassinio sull’Orient Express.  Si sposò nuovamente, con uno svedese, quasi, ella ebbe a dire, come per un ritorno alle origini. E nel 1978, mentre si misurava con un nemico ben più violento del pubblico perbenista, un cancro al seno che la costrinse ad una mastectomia, Bergman si riaccostò alle origini anche artisticamente: recatasi in Svezia, girò con Ingmar Bergman, e con a fianco Liv Ulmann, Sonata d’autunno, per il quale avrebbe ricevuto una straordinaria quantità di premi, malgrado le discussioni e le critiche formali che il film sollevò. 

Ancora in lotta contro il cancro, nel 1981 girò a Londra la miniserie televisiva Una donna di nome Golda, in cui interpretò in modo profondamente convincente Golda Meir. 

Morì l’anno successivo, il 29 agosto, stesso giorno della nascita avvenuta nel 1915.

Desidero, quindi, soffermarmi brevemente su Sonata d’autunno, film nel quale Ingrid Bergman diede un apporto molto incisivo alla costruzione del personaggio che interpretava: la madre, (Ullman era la figlia) entrando più volte in conflitto col regista. Il risultato straordinario mi pare si mostri nella sequenza chiave di quasi otto minuti, in cui sono soltanto i volti delle due attrici, prima separati, poi accostati, a recitare. Nel volto della figlia, che esegue al piano una sonata di Chopin, insicurezza, mancanza di autostima e timore del giudizio materno; nel volto della madre, delusione e tenerezza per l’esecuzione impacciata, ma poi distacco nella concentrazione assoluta durante la propria perfetta esecuzione, iniziata per mostrare alla figlia la corretta interpretazione.  Infine, e qui è il corpo a parlare, con un movimento desolato e imbarazzato la madre, completata la sonata, lascia cadere la braccia in grembo, di nuovo consapevole della presenza, e della pena, dell’altra. Ella prova rimorso per averle mostrato, di nuovo, pur senza averlo voluto, la sua schiacciante superiorità, ma non sa dirglielo. Un’altra ferita è stata inferta alla figlia scialba, un po’ infantile e priva di talento, dalla grande pianista superbamente bella, in cui l’artista prevale sulla madre.

Questa dicotomia, che tanto spesso, ancora oggi, viene vissuta dalle donne come lacerazione, fu sempre ben presente a Bergman, che compirebbe quest’anno 104 anni, ma che continua a essere nostra contemporanea, perché ci offre l’esempio di una donna libera e forte, consapevole, come spesso dichiarò, che la scelta per la donna fra amore e carriera, fra maternità e ricerca della realizzazione di sé e dell’autonomia economica, sono tutte scelte ingiuste, ricatti culturali a cui le donne hanno il diritto di non piegarsi.

Di questa convinzione, che Ingrid Bergman portò sempre avanti, e che pagò spesso a caro prezzo, resti memoria nella stessa misura delle sue meravigliose e versatili prove d’attrice.

Articolo di Alba Coppola

Alba Coppola.FOTODocente di materie letterarie negli Istituti di istruzione secondaria di II grado. Italianista, ha lavorato per sette anni presso l’Università di Salerno per le cattedre di Letteratura Italiana e di Storia della Grammatica e della Lingua. Ha pubblicato su riviste specializzate, atti di convegni, quotidiani e riviste generaliste. Si è accostata da alcuni anni agli studi di genere con particolare riguardo alla toponomastica.

Un commento

  1. Davvero bellissimo articolo mi ha fatto riflettere molto sulla vita e carattere della Bergmann. Offre anche ottimi spunti di approfondimento

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