Virginia Woolf, la donna del cambiamento

Il 19 aprile 1941 l’Associated Press – agenzia stampa statunitense – annunciava il ritrovamento del corpo esanime di Virginia Woolf. Era scomparsa dal 28 marzo dello stesso anno, lasciandosi dietro due lettere: una per la sorella ed una per il marito. Nelle lettere, trasudanti disperazione, annunciava il suicidio. «Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti […]. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te», scrisse in quella per il marito. Dopo aver chiuso le buste contenenti le lettere ed averle posizionate in modo che fossero facilmente individuabili da lui al momento del rientro a casa, Virginia uscì, si diresse verso il fiume Ouse e, dopo essersi riempita le tasche di sassi, entrò nell’acqua ed affogò. Così si concludeva l’atto finale di quel drammatico romanzo che è stato la vita della scrittrice britannica, consumata da quel male dell’anima (la depressione) con il quale conviveva da anni e che l’aveva lentamente consumata dall’interno. Con questo tragico gesto si spegneva non solo la vita della grande scrittrice ma anche quella della pioniera del femminismo.

Virginia Stephen era nata a Londra nel 1882, in un mondo molto diverso da quello di oggi. Un mondo fatto di assurde costrizioni per le donne. Costrizioni che assumevano le forme più svariate e, alle volte, sottili. A partire dal corsetto che dovevano indossare (e che procurava danni fisici), passando per l’istruzione (generalmente riservata agli uomini e, per giunta, solo a quelli ricchi), arrivando alla Chiesa che imponeva ancora i suoi dogmi e alla società che dettava aberranti regole di condotta che venivano precisamente seguite dalle masse. L’individualità femminile non era contemplata, e la considerazione della massa riguardo l’etichetta “donna” era, perlopiù, imperniata intorno alla convinzione della loro inutilità. Lentamente alcune iniziarono a non condividere l’assurda visione. Lentamente una piccola nicchia di donne si fece avanti per esporre il loro rivoluzionario pensiero. Fra quelle donne un ruolo di primo piano fu rivestito da Woolf.

Virginia, cresciuta in una famiglia medio borghese, fu immersa fin da piccola in una atmosfera letteraria e intellettuale. Perse sua madre a tredici anni e a questo tragico episodio seguì il primo dei tre gravi esaurimenti nervosi che costellarono la sua vita, l’ultimo dei quali l’avrebbe condotta al suicidio. La figura della madre era fondamentale per lei e l’averla persa fu catastrofico. Il secondo esaurimento seguì allo stupro che subì ad opera di uno dei suoi fratellastri. La violenza sessuale contro le donne era allora molto frequente e poco punibile. In seguito al terribile evento Virginia perse completamente quel poco di sicurezza familiare rimasta integra dopo la morte della madre. Dopo i primi due esaurimenti sposò l’editore Leonard Woolf. La loro relazione, così come l’intera esistenza della scrittrice, fu profondamente anti-convenzionale.

La visione femminista di Virginia era radicata nella volontà di emancipazione ed indipendenza che richiese a gran voce per tutte le donne. Convinta che lo squallore del sistema vittoriano incatenava le donne e non permetteva loro di uscire fuori dal guscio, di essere se stesse, di essere individui, Virginia voleva che le donne potessero vantare gli stessi diritti che spettavano agli uomini. Come già detto, in quel periodo, le donne erano vittime dei dogmi, delle regole sociali, del loro stesso vestiario. Vivevano in spazi comuni ed il loro compito era esclusivamente quello di prendersi cura dei loro mariti, dei loro figli, della loro casa. Fu proprio da quel perenne vivere in spazi condivisi con altre persone che Woolf fece partire la sua personale battaglia femminista. Infatti, ciò che richiese primariamente per le donne (in Una stanza tutta per sé) fu, appunto, semplicemente una stanza personale, sinonimo di individualità ed indipendenza, chiave della visione woolfiana.

Ma il suo rivendicare diritti sociali non si fermò alla sola condizione delle donne. In quel periodo l’omosessualità era vista come una malattia mentale ed era un comportamento punibile con l’incarcerazione (sorte che, fra gli altri, toccò anche ad Oscar Wilde a causa della relazione che intrattenne per molto tempo con Alfred Douglas). Virginia, che aveva conosciuto Freud nel 1939 e ne era rimasta affascinata, era convinta del fatto che ci sia sempre qualcosa di femminile negli uomini così come qualcosa di maschile nelle donne. Su questa argomentazione di partenza (già parzialmente trattata in Una stanza tutta per sé) Woolf edificò il meraviglioso romanzo  Orlando edito, per la prima volta, nel 1928. Il testo fu ispirato da una relazione omosessuale che l’autrice intrattenne (abbiamo già accennato che il suo matrimonio era ben poco convenzionale) con la scrittrice Vita Sackville-West. La trama dell’opera si sviluppa lungo una linea temporale di diversi secoli. Il/la protagonista dell’opera è, appunto, Orlando. Inizialmente egli è un uomo molto sensibile che ama la solitudine e la poesia ma, dopo aver vissuto oltre cento anni senza invecchiare, si risveglia improvvisamente nel corpo di una bellissima donna, sembianze che manterrà fino alla fine del libro.

Dieci anni dopo l’uscita di Orlando Virginia tornò ad occuparsi della questione femminile. Questa volta lo fece con un saggio in cui sosteneva l’indissolubile legame fra patriarcato e ogni forma di fascismo. L’opera, pubblicata per la prima volta nel 1938 con il titolo Le tre ghinee, era essenzialmente un pamphlet contro la guerra. Inoltre, vi era esposta la convinzione che l’intervento delle donne (che, allora, non avevano diritto di esprimersi) avrebbe potuto cambiare le carte in tavola su molte faccende (fra tutte, appunto, la guerra). Un anno dopo la pubblicazione del testo scoppiò la Seconda guerra mondiale di cui Virginia non avrebbe mai visto la fine. Probabilmente anche quegli orrori riguardo i quali riceveva costante informazione contribuirono a peggiorare la sua salute psichica. Passarono più di tre settimane dal giorno in cui lasciò le ultime lettere e si avviò verso il fiume Ouse a quello in cui ritrovarono il suo corpo. I suoi testi, le sue parole, la sua vita restano come testimonianza indissolubile di ciò che è stato, la testimonianza di una mente brillante cui non potevano essere posti freni, cui nessun bullone, nessuna serratura, nessun cancello avrebbe potuto fermarne la voglia di libertà.

Articolo di Ettore Calzati Fiorenza

gJaZLDNROssessionato dalla comunicazione, sostenitore della scienza e dell’importanza del dubbio perché, in fondo, quasi nulla di cui ci crediamo certi è effettivamente tale. Tra i miei interessi principali rientrano anche la letteratura, le arti figurative e la musica. “Le parole sono tutto quello che abbiamo” e per questo faccio del mio meglio per mantenere quelle date, usque ad finem. 

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