Editoriale. A Venezia la Biennale parla la lingua delle donne

Carissime lettrici e carissimi lettori,

preparo questo editoriale dai territori intarsiati dal mare (o forse il contrario) di Venezia. Un giorno dimora dei Dogi, teatro delle gelosie per Desdemona e scenario del dramma di mercanti e di audaci sfide di viaggiatori come Marco Polo o di sublimi amatori come Casanova, che le voleva amare tutte (al contrario di don Giovanni che le “contava” in conquiste), di commediografi giocosi e ironici come Goldoni e, con un balzo al presente, di donne propiziatrici di arte come “l’ ultima dogaressa” grande inquilina di palazzo Venier dei Leoni,  Peggy Gugenhiem, con la sua stupenda e immortale collezione di quadri e oggetti d’arte della contemporaneità.

La bellezza, dunque, a Venezia si offre e invita gli occhi e alla mente (basta andarci nella cosiddetta bassa stagione) sia che si navighi in traghetto lungo le sinuosità del Canal Grande, sia che la si penetri a piedi, come compiendo un volitivo atto amoroso, per le sue calli, lungo i suoi cinque sestieri, impressi a memoria nei “tagli” in  poppa a tutte le gondole.

La bellezza, in questo 2019, parla al femminile come mai Venezia aveva fatto. Infatti dei 78 artisti che espongono alla cinquantottesima Biennale d’arte (aperta tra l’Arsenale i Giardini e una miriade di punti in città, fino al 24 novembre) ben 42 sono donne, più della metà, provenienti da tutti i continenti. Artiste vivaci, portatrici di discussione sulla vita e sull’arte. Come, nel Padiglione delle Arti applicate, in un’intera sezione (Era ora, all’Arsenale) Marisya Lewandowa (It’s about Time) spiega, adoperando i numerosi materiali dell’archivio della Biennale e del Victoria Albert Museum la quasi assenza delle donne nella vita dei musei e delle esposizioni e porta il punto di vista femminile sul mercato dell’arte.

May you live In interesting times (che tu possa vivere in tempi interessanti) è il titolo intrigante scelto dal direttore di questa edizione, l’americano Ralph Rugoff. Casuale o no, il tema ben si adatta alla poliedricità femminile. Le quasi cinquanta artiste presenti in Biennale trattato i temi forti dell’attualità, dalla questione di genere, alla violenza, alla mancanza di libertà e alla scarsa presenza in politica, alla rappresentazione del corpo, al mercato dell’arte,  come abbiamo appena visto.

Ci sono Padiglioni nazionali interamente affidati alle donne. Come quello siriano, dove si incontra l’estro di tre donne premiato addirittura con il Leone d’Oro o quello dell’Arabia Saudita: Zaharah  Al Ghamdi si ispira a un verso di un’antica poesia araba del poeta Zuhayr Abi Sulma che dice di non riconoscere più la sua casa dopo una lunga assenza. L’artista questo gioco della memoria lo conduce attraverso migliaia di piccoli oggetti costruiti in pelle cotta di capra e sparsi copiosi sotto etere colonne bianche di tessuto tempestate di applicazioni rosso cupo .

Ma le donne ci vengono incontro in questa Biennale raccontandoci di loro, dei sentimenti, del mondo. Ci dicono, come Larissa Sansour (Palestina) della pena delle guerre, dei traumi del ricordo, della paura di perdere il senso di identità e appartenenza. Ci raccontano del loro corpo, delle tematiche di genere, delle violenze e delle umiliazioni subite. Tante le performance al femminile create da artiste, le loro opere ci legano in una sorellanza che si rafforza da incontro a incontro e ci fa sentire più forti e meno sole.

Il femminile di questa Biennale è esaltato anche fuori dei due luoghi deputati all’esposizione, come le numerosissime mostre che affiancano la Biennale in tutta la laguna, ospitate in Palazzi bellissimi che già da soli valgono una visita E’ il caso della fotografa di moda Brigitte Niedermair che è presente a Palazzo Mocenico con il suo Me and the fashion, una stupenda carrellata di immagini che ci portano ad una nuova interpretazione del corpo femminile e degli abiti che lo completano e lo fanno ulteriormente parlare.

Tante le donne che incontriamo anche nella nostra rivista di oggi, tutte grandi nell’insegnamento che ci trasmettono e nella forza (anche questa didattica) con la quale affrontano le proprie esistenze. Ricorderemo, nel  viaggio degli articoli che seguono, Eleonora Duse, grande attrice, ma anche geniale imprenditrice teatrale e lei guida reale del Vate, non il contrario. Poi a seguire Rosa Luxemburg, donna di grandi battaglie, e le donne produttrici di vini, con la terza puntata di questo tour enologico arrivato in Puglia con un gioco linguistico e olfattivo tutto giocato sul rosa, il colore del vino che a sua volta rimanda alle imprenditrici. E poi la bella e commovente storia di Caterina Campodonico che vendeva nocciole (le reste) per le strade e durante le sagre di Genova e che ordinò e si pagò da sola il suo monumento funebre con tanto di epitaffio commissionato a un poeta.

Di donne e di dolore (seppure ne sono affetti anche molti uomini) si parla nello scritto che analizza la dipendenza sentimentale, per forza e sottomissione simile a quella data dalle droghe. Di ingiustizia e di disperazione assolute si tratta ricordando gli eccidi Marzabotto: i morti inutili decretati dalle guerre che, prima o poi lo dovremo imparare, sono sempre sbagliate. Da contrappeso a tanto orrore leggeremo sulla celebrazione della giornata mondiale della non violenza e della generosità di una donna speciale come Mamma Ruth vista attraverso lo sguardo di un grande giornalista come Zucconi.

Ma rallegriamoci  festeggiando i nonni. Sono affettivamente indispensabili (non vogliamo qui ricordare le penose situazioni, purtroppo frequenti, di quando nonni e nonne con la loro pensione danno una mano alle generazioni più giovani). La loro presenza accanto a nipoti e nipotine fa bene a tutti vivacizzando con un benefico scambio generazionale la vita di giovani e meno giovani.

La musica leggera ci parlerà di nuovo di un complesso vocale d’eccezione, quello degli Inti-Illimani, impegnato nella musica e in canzoni di carico politico e non solo. Qui riportiamo la seconda puntata sul gruppo musicale sudamericano (la prima è apparsa nel n.25 di Vitaminevaganti.com). L’articolo tratterà del rapporto degli Inti-Illimani  con l’Italia che li ha accolti e ha avuto il pregio di non riconoscere mai il governo autoritario di Pinochet. Per questo il nostro paese sarà sempre amato dai cileni, non solo dai profughi, tantissimi dei quali hanno trovato rifugio qui da noi. Leggerete delle canzoni scritte da loro che parlano dell’Italia, dell’amore provato e trovato qui, dei tanti concerti realizzati, di aspetti, dunque, forse meno conosciuti di un gruppo che si è soliti pensare legato solo a temi politici.

Ancora la musica ci riporta in questo numero ad una donna, a Mercedes Sosa , la Cantora del Pueblo, la cantante argentina impegnata nei diritti civili, cantora delle uguaglianze contro tutto il razzismo del mondo:  “Cambia ciò che è superficiale/cambia anche ciò che è profondo/cambia il modo di pensare/cambia tutto in questo mondo”. Una buona riflessione per una buona  vita. Grazie a tutte e a tutti e buona lettura!

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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