Rosa Luxemburg e i bufali sanguinanti

Nel centenario della Prima guerra mondiale abbiamo letto in una lettera del ventunenne interventista e umanista Renato Serra, indirizzata alla famiglia dalla linea del fuoco poco prima di morire, la sua pena per l’uso di magri buoi friulani caricati fino alla morte nel trasporto di cannoni e strumentazioni di guerra. Sappiamo che da sempre le guerre e i loro sostenitori hanno lavorato alla distruzione dell’ambiente naturale, violando l’aspetto fisico con gallerie, chiusura di guadi e inondazioni, riduzione al suolo di intere città compresi gli abitanti e uso della tortura sugli animali, piegati oltre la loro capacità di resistenza.

Recentemente, nel centenario della morte della rivoluzionaria comunista tedesca Rosa Luxemburg, è stato edito da Pungitopo un libricino di formato mignon, corredato di commenti: Rosa Luxemburg. Lettera a Sonjiucka. Vi è riprodotta una delle lettere di Rosa dal carcere, uno scritto che, per la qualità d’amore per la vita che lei riusciva a contenere in sé, è da tenere nel giustacuore. Fanno da corredo scritti di autori noti, fra cui quello di Dacia Maraini. Rosa affrontò la carcerazione con connotati che nel dicembre 1918 descriveva così:

«Io giaccio tranquilla, sola, avvolta in questi molteplici veli neri dell’oscurità, della noia, della prigionia, dell’inverno, e intanto il mio cuore palpita di una gioia interiore inconcepibile, ignota, come se camminassi su un prato in fiore nella luce radiosa del sole.»

Questa affermazione estatica, pur nella condizione di prigioniera, è densa di un vissuto colmo di maturata naturalità ambientale, intensamente sentita e si direbbe con la sensibilità matura che l’avvicina alla prospettiva planetaria attuale. Dimostra che Rosa visse la prigionia in un altrove mentale naturalistico, in piena libertà di corpo e di spirito, la stessa libertà a cui s’ispirava con la propria politica, se non che fu eliminata a colpi di calcio di fucile e il suo corpo disperso.

In una parte della lettera, il racconto di un episodio unisce in comunione di sensi e di pensiero la prigioniera Rosa a una coppia di bufali torturati a sangue sotto un carico di sacchi troppo pesante per superare lo scalino dell’androne del carcere. E ce ne vuole di sadismo per ridurre a sanguinare lo spesso cuoio della pelle di un bufalo! Erano stati catturati selvaggi nella puszta romena e conoscevano solo verdi praterie in libertà. Rosa descrive con piena empatia il loro dolore stupito:

«Quello che sanguinava, guardava lontano con sulla faccia nera e nei dolci occhi neri un’espressione come di bambino rosso per il pianto. Era esattamente l’espressione di un bambino che è stato duramente punito e non sa perché, non sa come deve affrontare il supplizio e la dura violenza …»

Nella lettera c’è la bellezza empatica di prati verdi, alberi, fioriture e natura a perdita d’occhio. Rosa volle condividere e affermare nella battaglia politica i principi: “La libertà è sempre di chi la pensa diversamente”, “Socialismo oppure barbarie” e non c’era alcuna esibizione delle proprie sofferenze.

 

Articolo di Franca Sinagra

Fo0xiUKX.jpegPubblicista (Odg-Sicilia) e scrittrice, vive da molti anni a Capo d’Orlando (Messina), dove si dedica ad attività culturali e al recupero storico del territorio. Formatasi a Trento e Padova con laurea in materie letterarie, ha insegnato nelle scuola statale.

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