Caterina e le collane di nocciole

Nata in una famiglia molto umile in Portoria, uno dei quartieri poveri di Genova, Caterina Campodonico (1804-1882), semianalfabeta, si diede da fare giovanissima per scrollarsi di dosso il destino di miseria cui le sue origini l’avrebbero costretta.

“Catteinin dae reste”, come era stata soprannominata, iniziò il mestiere dell’ambulante vendendo canestrelli e nocciole, o meglio, le “reste”, come erano chiamate allora le collane di nocciole. Lei non si era limitata ai mercati e alle sagre di Genova, ma si era spostata un po’ ovunque in Liguria e basso Piemonte accumulando denaro e una fama assai singolare: secondo la tradizione le “reste” erano considerate dei portafortuna in amore e le coppie di fidanzati le acquistavano per garantirsi una vita matrimoniale felice. Grazie a questa leggenda Caterina divenne una figura molto popolare e amata. Insomma lei stessa era considerata un portafortuna.

La sua vita sentimentale invece non fu per nulla felice. Si sposò giovanissima con un tal Giovanni Carpi, di mestiere alcolizzato e sfaccendato. Si lasciarono pochi anni dopo le nozze. Giusto il detto: oltre il danno la beffa, perché Caterina fu costretta a versargli qualcosa come circa 3000 franchi a titolo di mantenimento per aver abbandonato il tetto coniugale.

Inoltre la sua famiglia la osteggiava per questa sua vita da girovaga, in contatto con ambienti prevalentemente maschili, senza orari né regole, poi anche il divorzio; insomma Catteinin era considerata una poco di buono, e non erano in pochi a insinuare che i suoi guadagni provenissero da attività non propriamente lecite anziché da un duro lavoro quotidiano.

Ma lei era la “zia ricca” di famiglia e gli avvoltoi esistevano già allora.
Quando si ammalò, nel 1880, Caterina comprese che alcuni suoi familiari miravano esclusivamente al suo denaro, faticosamente risparmiato centesimo dopo centesimo, iniziando a litigare per accaparrarselo mentre era ancora in vita, persino in sua presenza, invece di prestarle le cure di cui avrebbe avuto bisogno.

Una volta guarita, da donna volitiva e intraprendente qual era andò dallo scultore Lorenzo Orengo, molto famoso all’epoca, e gli commissionò il suo monumento funebre, mentre a Giambattista Vigo, poeta dialettale allora assai in voga, affidò il compito di scrivere un bell’epitaffio. Insomma utilizzò i risparmi di una vita per garantirsi una tomba sontuosa.
Per non essere dimenticata.

Il monumento fu collocato nel 1881 a Staglieno, il cimitero monumentale di Genova, nel porticato inferiore a Ponente, vicino a molte delle famiglie borghesi più importanti.
L’iscrizione alla base della sua statua recita:

«A sôn de vende raeste e canestrelli
All’Aguasanta, a-o Garbo, a San Çeprian
Con vento e sô, con aegua zù a tinelli,
a-a mae vecciaia pe asseguaghe ûn pan;
fra i pochi södi, m’ammugiava quelli
pe tramandame a-o tempo ciù lontan
mentre son viva, e son vea portoliann-a:
Cattainin Campodonico (a paisann-a)

MDCCCLXXXI
Da questa mae memoia,
se ve piaxe
voiatri che passaè
preghaeme paxe. »

«A forza di vendere collane di noccioline e dolci all’Acquasanta, al Garbo, a San Cipriano, con vento e sole, con acqua giù a secchi, alla mia vecchiaia per assicurarmi un pane; fra i pochi soldi, mi ammucchiavo quelli per tramandarmi al tempo più lontano, mentre son viva, da vera abitante (del sestiere) di Portoria: Caterina Campodonico (la Paesana) -1881- da questa mia memoria, se vi piace, voialtri che passate, pregatemi pace». (Tradotto dal dialetto genovese).

Furono in molti ad andare ad ammirare la statua di marmo che ritraeva Caterina con la sottana in broccato, la camicetta in pizzo come il grembiule, lo scialle a frange, gli anelli e gli orecchini in delicatissima filigrana, esattamente come era stata in vita.
Si trattò di un vero e proprio pellegrinaggio, allo scopo non solo di ammirare un’opera di pregevole fattura, curatissima nei particolari, ma soprattutto per propiziarsi la sorte lasciando fiori e accendendo lumini. Ci fu anche chi giocò, e vinse, un terno al lotto con i numeri della data della sua morte (7 luglio 1882).
Ancora oggi ai piedi della sua statua sono presenti lumini e fiori, segno di quanto una tradizione possa essere viva anche dopo più di un secolo.

Un esempio dei giorni nostri: nel corso del Noccioladay del dicembre 2013, manifestazione la cui finalità è il rilancio della nocciola di Mezzanego, un paesino nell’entroterra genovese, parte integrante del programma è stata la visita al monumento funebre di Caterina, diventata ormai un simbolo. Ai suoi piedi è stata lasciata una collana di nocciole, una “resta” proprio come quelle che lei aveva preparato e venduto e che lo scultore Orengo aveva magnificamente rappresentato.

In Liguria esistono molte vie Campodonico, un cognome piuttosto diffuso nella regione, ma non riferite a Catteinin.

Articolo di Marina Antonelli

zjHdr1YM.jpegLaureata in Lettere, appassionata di ricerca storica, satira politica e tematiche di genere ma anche letteratura e questioni linguistiche e sociali, da anni si dedica al volontariato a favore di persone in difficoltà ed è profondamente convinta dell’utilità dell’associarsi per sostenere i propri ideali e cercare, per quanto possibile, di trasformarli in realtà. È autrice del volume Satira politica e Risorgimento. I giornali italiani 1848-1849.

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