Amália Rodrigues, l’anima malinconica del fado

Amália Rodrigues fa parte dei miti ed ha rappresentato degnamente l’anima del suo popolo e della sua musica, il fado. Raccontarne la vita che sembra tratta da un romanzo ottocentesco, è bello e difficile al tempo stesso perché i miti si venerano, si rispettano, si ricordano, e basta. Intanto lei che è stata cantante straordinaria va soprattutto ascoltata, e alcuni documenti sonori oggi si possono rintracciare facilmente, assai più significativi di tante parole. Ma a questo vorrei aggiungere dei ricordi personali.

Nella stagione in cui era spesso impegnata in lunghe trionfali tournée all’estero, Amália è venuta ripetutamente in Italia: erano i primi anni Settanta, io ero una ragazzina interessata a tutte le forme di spettacolo e con un gruppo di amici e amiche frequentavo i teatri toscani, come del resto continuo a fare. Era un periodo di  passioni e incontri, fra questi ricordo con emozione tre donne formidabili che sapevano conquistare il pubblico con una sorta di magia e occupare l’intero palcoscenico con un gesto, con un semplice suono, con la loro sola presenza. Juliette Gréco: elegante, sottile, rigorosamente in nero, con le mani e il volto pallidissimi, il fascino sussurrato della voce sensuale. Miriam Makeba: passionale, allegra, vitale, avvolta in abiti multicolori. E poi lei: la regina; imponente, distaccata, inarrivabile, magnetica, con la voce sempre più roca e graffiante negli anni, ma ugualmente espressiva.

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Amália da Piedade Rebordão Rodrigues era nata a Lisbona (23 luglio 1920, ma lei festeggiava il 1° del mese) e lì morì, ormai anziana e ammalata da tempo, il 6 ottobre 1999; dopo un lutto nazionale di tre giorni, fu sepolta con onori mai tributati ad una artista e ora riposa con i grandi del passato nel Pantheon. E pensare che proveniva da una povera famiglia di immigrati, tanto numerosa che nessuno ricordava bene in quale giorno preciso fosse nata la piccola; avendo quindici fra fratelli e sorelle, fu allevata dai nonni e poté frequentare pochissimo la scuola. Iniziò a lavorare ancora bambina come ricamatrice e venditrice di arance, ma la passione del canto e della musica la accompagnava in ogni momento: ascoltava, elaborava, eseguiva, finché si fece notare e iniziò prima dei venti anni la sua carriera. Il successo arrivò con una operetta, poi con il film francese Les amants du Tage che le aprì le porte del tempio della musica parigina: l’”Olympia”. Fu il trionfo internazionale che la portò sui più importanti palcoscenici del mondo. Una svolta avvenne grazie all’incontro con il produttore e compositore Alain Oulman che la aiutò ad ampliare il suo repertorio grazie a inedite rielaborazioni di testi poetici portoghesi, a collaborazioni con poeti e con incursioni magistrali nel folklore (da Maremma amara al Canto delle lavandaie del Vomero), nella canzone napoletana e siciliana, nei brani risorgimentali ma anche contemporanei, che amava interpretare nelle varie lingue: italiano, francese, inglese, spagnolo. D’altra parte – lo posso testimoniare – ascoltandola, che utilizzasse la sua lingua non era un ostacolo: il portoghese si faceva armonia, veicolo della sua espressività, sembrava di capire tutto e le sue emozioni diventavano quelle del pubblico. Lágrima, Uma casa portuguesa, Coimbra, Lisboa antiga, Maria Lisboa, El porompompero, Ai Mouraria, Barco Negro, Fado Vitoria non sono che alcuni dei suoi infiniti successi; dopo di lei altre interpreti sono state dichiarate nuove regine del fado, ma non hanno saputo eguagliarla.

In più occasioni – dal vivo o su disco – cantò con grandi della musica, ma particolarmente affascinante risulta la registrazione del concerto con l’indimenticabile cantante di Siligo Maria Carta (Roma, 20 novembre 1972) in cui al fado si alterna la musica tradizionale sarda, fino al finale con Amor dammi quel fazzolettino. Una collaborazione davvero unica, in cui due artiste tanto diverse furono accomunate dall’amore per la propria terra e per le proprie tradizioni.

Ma, a proposito di tradizione, Amália Rodrigues vuol dir fado (dal latino fatum, destino) e fado vuol dire Portogallo; pretendere di spiegare il fado sarebbe come voler spiegare il tango argentino o il flamenco andaluso: non è solo un canto che dialoga con gli strumenti a corda (chitarre, viole, basso), ma è uno stato d’animo, una condizione dell’essere, come la saudade brasiliana o la nostalghia russa. Riconosciuto patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 2011, nacque probabilmente in Brasile nell’Ottocento, fra gli emigrati dalla lontana Europa, come musica popolare per accompagnare feste nuziali e ricorrenze. Ecco dunque l’alternanza di malinconia, struggimento, passione, sensualità, pianto, amori infranti, ma con un sottofondo ritmico pressante che fa muovere le braccia e i fianchi; ecco il successo del genere, dalle taverne malfamate ai salotti borghesi fino ai teatri. Così Amália, con i suoi abiti neri, il suo scialle, la spilla luccicante, lo sguardo magnetico, davanti agli orchestrali si impone e sale i gradini della società, nonostante le iniziali critiche della famiglia che reputa questa musica sconveniente.

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Murales

«Io sono il fado liberato. Quando sono sul palco faccio quello che voglio», amava dire.

«Quello che conta è sentire il fado. Perché il fado non si canta, accade. È un avvenimento. È questo che mi fa paura, perché non so mai cosa mi succederà. Il fado si sente, non si comprende né si spiega» scriverà in Amália, una biografia.

In copertina. Dipinto di Marina Mourao

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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