John Lennon, Yoko Ono e l’utopia realizzabile del mondo nuovo di Imagine

L’11 ottobre del 1971, a un anno dallo scioglimento della leggendaria band dei Beatles, John Lennon pubblica il singolo Imagine, la canzone inserita dalla rivista musicale Rolling Stones al terzo posto tra i 500 brani musicali più famosi di sempre. L’aveva composta una mattina all’inizio dell’anno, su un pianoforte Steinway, nella camera da letto nella sua tenuta di Tittenhurst Park ad Ascot, nel Berkshire, in Inghilterra.

La registrazione inizia negli Ascot Sound Studios, lo studio di casa Lennon, nel maggio 1971, con sovraincisioni finali presso i Record Plant Studios, a New York City, nel mese di luglio. Una genesi lunga che porterà a un successo planetario: reinterpretata ed eseguita dal vivo da centinai di artisti e artiste, il 45 giri che la contiene ha venduto oltre 1,6 milioni di copie nel solo Regno Unito. Nel 1985 una zona del Central Park di New York è stata dedicata a John Lennon con il nome di Strawberry Fields Memorial, con l’installazione di un mosaico permanente con la scritta Imagine.

Il testo della canzone sembrerebbe a una prima lettura un inno al pacifismo e al rinnegamento della guerra. In realtà, come ebbe a dichiarare lo stesso Lennon in un’intervista, il brano è «anti-religioso, anti-nazionalista, anti-convenzionale e anti-capitalista, e viene accettato solo perché è coperto di zucchero», dunque si avvicinerebbe maggiormente al Manifesto del partito comunista che a un inno alla pace. Come una sorta di commento visivo alle parole della canzone, nel videoclip John e Yoko attraversano un viale colmo di foschia che non lascia intravedere nulla, simbolo della nebbia che avvolge l’umanità, una nebbia che rende ogni cosa e persona indistinta, grigia, senza personalità e spessore, omologata; insieme giungono alla loro casa, vi entrano, John inizia a suonare il piano e a cantare mentre Yoko apre a una a una tutte le imposte dell’appartamento, lasciando entrare la luce là dove regnava il buio fino a poco prima del loro arrivo, la luce della pace, dell’armonia, dell’amore, manifestato in chiusura dal bacio che i due si scambiano a conclusione della canzone e che rappresenta l’unico vero sentimento che possa realmente permettere l’unità e la concordia tra persone nel mondo, come auspicato nel ritornello del brano.

Imagine there’s no heaven / It’s easy if you try / No hell below us / Above us only sky (Immaginate che non ci sia alcun paradiso / Se ci provate è facile / Nessun inferno sotto di noi / Sopra di noi solo il cielo): il mondo che Lennon immagina sin dalle prime parole è libero da ogni tipo di credenza e ideologia, ma non privo dell’idea di un infinito disteso e immenso che è al di sopra dell’umanità e che rende tutti e tutte uguali sotto lo stesso cielo. Imagine there’s no countries / It isn’t hard to do / Nothing to kill or die for / And no religion too / Imagine all the people / Living life in peace… (Immaginate che non ci siano patrie / Non è difficile farlo / Nulla per cui uccidere o morire / Ed anche alcuna religione / Immaginate tutta la gente / Che vive la vita in pace): nel mondo prefigurato dall’artista non esiste vincolo di alcun tipo, nessun condizionamento, nessuna sovrastruttura mentale, non ci sono muri che tracciano limiti invalicabili, il fine unico dell’esistenza è vivere in pace, senza ragioni per cui si debba uccidere o morire. A concludere il testo si manifesta la visione politica su un mondo che si vorrebbe rinnovato e libero da ogni condizionamento del capitalismo: Imagine no possessions / I wonder if you can / No need for greed or hunger / A brotherhood of man / Imagine all the people / Sharing all the world… (Immaginate che non ci siano proprietà / Mi domando se si possa / Nessuna necessità di cupidigia o brama / Una fratellanza di uomini / Immaginate tutta la gente / Condividere tutto il mondo). La canzone chiede di immaginare una realtà in cui siano assenti la proprietà, generatrice di cupidigia e brama (come del resto secoli prima aveva già ricordato Dante con il Divino Poema), una realtà in cui il mondo, casa comune di tutti i suoi abitanti, possa essere condiviso da tutte le persone che lo popolano. Il ritornello dichiara che forse il cantante è un utopistico sognatore, ma non è l’unico, non lui soltanto ha la capacità di immaginare l’assenza di guerre, di divisioni, di possesso e proprietà, di credenze per le quali schierarsi e a volte scegliere anche di uccidere, rendendo le persone schiave di fondamentalismi ideologici che intrappolano anziché rendere liberi: You may say I’m a dreamer / But I’m not the only one / I hope someday you’ll join us / And the world will be as one (Si potrebbe dire che io sia un sognatore / Ma io non sono l’unico / Spero che un giorno vi unirete a noi / Ed il mondo sarà come un’unica entità).

Nell’essenzialità delle sue parole, l’invito finale a unirsi per formare tutti insieme un’unica realtà ha una carica visionaria potente, che attraversa il tempo e si concretizza spesso in movimenti che vedono l’unione delle persone volte a fare fronte comune per la salvaguardia dei valori fondamentali dell’umanità. È quasi automatico nella mia mente il richiamo a questi giorni della nostra storia contemporanea, alla fiumana di giovani – e non solo – che, seguendo l’esempio, la caparbietà e il monito di Greta Thunberg, protestano pacificamente per le strade e le piazze di tutto il mondo contro la mancanza di seri e radicali provvedimenti per difendere il pianeta Terra dalle minacce del riscaldamento globale e del dilagante inquinamento. Si potrebbe pensare che questa ragazza svedese di soli 16 anni, per giunta una donna, sia la sola, ma non è così: a lei si sono uniti i e le giovani di tutto il globo, nella speranza di poter vedere la nostra casa comune, la madre Terra, vivere come un’unica entità sana, forte e bella come lo era un tempo, prima che consumismo e capitalismo la avvelenassero con i miasmi dell’industrializzazione.

Sono trascorsi 48 anni dalla pubblicazione di questa canzone, ma non sempre viene ricordato che in realtà il suo testo fu ispirato a Lennon dalla lettura di alcune poesie composte da Yoko Ono incluse nel suo libro Grapefruit del 1964, in modo particolare quella riprodotta sul retro di copertina del vinile originale dell’album Imagine, intitolata Cloud Piece, che recita: Imagine the clouds dripping, dig a hole in your garden to put them in (Immagina le nuvole gocciolanti, scava un buco nel tuo giardino per raccoglierle). Lo stesso John avrebbe ammesso il debito nei confronti della compagna in un’intervista alla Bbc del 1980: «Non avrei mai potuto scrivere Imagine senza di lei […]. Avrebbe dovuto essere una canzone Lennon-Ono perché molto, dalle parole al concetto, era di Yoko. Ma all’epoca ero più egoista e un po’ più macho e ho omesso di menzionare il suo contributo. Mentre veniva direttamente da Grapefruit, il suo libro». Nel 2017 la National Music Publishers Association (Nmpa) ha riconosciuto pubblicamente la parte che Yoko Ono ebbe nella creazione del testo. Durante la riunione annuale degli editori musicali a New York, Yoko accompagnata dal figlio Sean ha ricevuto il premio Centennial Song per il leggendario brano. L’amministratore della Nmpa, David Israelite, ha quindi annunciato che, secondo il desiderio dello stesso Lennon, Yoko Ono è aggiunta ai crediti della canzone come co-autrice. Al di là di ogni polemica e insinuazione – è stato evidenziato che, essendo aggiunta come co-autrice, la Ono ha di fatto allungato il termine per la cessazione dei diritti di utilizzazione economica (prevista dopo 70 anni dalla morte dell’artista), allungando di fatto nel tempo gli introiti derivanti dal brano – siamo di nuovo di fronte al noto fenomeno dell’oblio del contributo femminile in una determinata opera di cui è l’uomo ad appropriarsi, spesso indebitamente, e che dopo molto tempo viene giustamente riconosciuto. Come a confermare quel detto secondo il quale dietro ad un grande uomo c’è sempre una grande donna, spesso però invisibile alla storia.

Ancora oggi Imagine resta una delle pietre miliari nella storia della musica internazionale, con quella sua utopistica visione che deve molto alla capacità visionaria tipica spesso delle donne, portatrici di grandi cambiamenti e sostanziali rivoluzioni nella storia dell’umanità: passano le generazioni ma il potere della musica le attraversa, le supera e giunge oltre i limiti di tempo e di spazio, a immaginare un pianeta nuovo, una nuova umanità, una rinnovata speranza di pace in mezzo al caos del mondo.

Fonti:

 

Articolo di Valeria Pilone

Pilone 400x400.jpgGià collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

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