Filosofia a colpi di lima. Pensieri di un’insegnante di sostegno in un Iefp

Fa ancora molto caldo per essere a ottobre. L’aria della stanza è colma di pulviscolo macchiato di sole; c’è puzza di ferro e di olio per motori. Si soffoca. 

Il professore passa in rassegna i ragazzi schierati a semicerchio, dispensando consigli che hanno più la parvenza di ordini perentori: tagliare le frange dei capelli; assicurarsi che il camice abbia gli elastici ai polsi; niente buchi nei pantaloni; guanti, scarpe e occhiali sempre indossati. Gli acerrimi nemici da sconfiggere si chiamano trucioli e schegge, schizzi ed ingranaggi sono gli infingardi avversari da cui ripararsi. Mai abbassare la guardia, mai illudersi di avere la situazione sotto controllo. La vita è una guerra e nessuno qui ha intenzione di soccombere. Il comandante in capo impreca, sprona la truppa, ne testa la resistenza con maschia franchezza, mentre io, semi appoggiata alla porta, me ne resto nelle retrovie a guardarmi le mani, con la stessa convinzione di una recluta capitata lì senza invito né ragione.

Le parole dell’insegnante sono ruvide, perfettamente intonate alla cartavetra che i ragazzi utilizzeranno tra poco. Lo stile e la gestualità duri come le lime riposte nei cassetti, acri come l’odore che riempie la stanza. Sono l’unica donna, qui dentro, e mai come in questo momento mi sono sentita fuori luogo. Lontana dal profumo rassicurante della carta, dal lieve fruscio della penna sul foglio, dal contatto familiare con la lavagna e i banchi, letteralmente accerchiata da ragazzoni in camice e guanti di pelle, provo una sensazione di disagio ed assoluta estraneità. Ho un vago senso di nausea. Davvero quest’anno dovrò far l’abitudine al sapore di ferro che mi riempie la bocca? Mentre osservo gli alunni avvicinarsi ai macchinari, quasi mi vergogno della mia laurea in filosofia. Non so neppure stringere una morsa, figurarsi usare un tornio! E poi: che diavolo è un tornio? A cosa serve? Il suono d’avvio del primo trapano a colonna fa svanire l’immagine che mi ha appena attraversato la mente: una Chiara esausta, appisolata sull’interregionale per Ravenna, che torna da Milano alle otto di sera. Il corso di specializzazione sul sostegno. Un anno di fatica e sacrifici per arrivare qui, ad ascoltare un collega spiegare ai ragazzi come si ottiene lo smusso perfetto, senza peraltro capirci niente. Sta succedendo davvero? Ok, qualcuno adesso uscirà dall’armadietto delle brugole e mi annuncerà, ridendo, che lo scherzo è finito, che ho vinto un week end per due persone nella città del Brunelleschi, di Michelangelo e di Donatello.

Passa un’intera ora. L’armadietto resta inesorabilmente chiuso, a custodire le brugole. Il rumore dei macchinari sale quanto la mia desolazione, interrotto solo dal rimbombo della mazzetta che il professore sbatte, ad intervalli regolari, sul tavolo in metallo posto al centro dell’aula. Un modo efficace per attirare l’attenzione. Che direbbe Aristotele con le sue definizioni di praxis, poiêsis e theoresis? Probabilmente starebbe bene, lui, qui dentro. Ma mi sbatterebbe fuori all’istante: sono solo una donna. Chiara la filosofa, l’insegnante impregnata di pedagogia e psicologia evolutiva se ne sta qui, davanti ad un macchinario enorme, a guardare con aria interrogativa misteriose manovelle, enigmatici pulsanti e oscuri interruttori. Poi, piano piano, l’occhio scivola su un alunno, intento a forare un pezzo grezzo di non so bene che metallo. Ha le spalle quadrate, il corpo smilzo e rigido, un volto ancora infantile sopra il suo metro e novanta di statura. Il camice blu gli arriva appena a mezza coscia.

Ancora una manciata di mesi, poco più di un anno e forse si ritroverà in una azienda vera, otto ore al giorno, fra decine di operai… lui, che fino all’altro ieri era ancora un bambino. Questo chiediamo ai figli dei poveri, agli svogliati, ai meno dotati: di crescere più in fretta di tutti gli altri, perché l’adolescenza – sia ben chiaro – non è un lusso per tutti. E l’arte, la storia, il latino, la filosofia sono beni di lusso, poco adatti agli alunni di serie b.

Appena un’ora fa, il ragazzo che sto fissando era in cortile con me, a passeggiare. Non ce la faceva più a stare in classe. Rivedo esattamente la scena: quasi neppure mi conosce, ma basta la mia mano sulla sua spalla perché mi apra il suo mondo. Un Mondo cupo e spigoloso, pieno di violenza, privazioni, sofferenza. Quei begli occhi da sedicenne, invece di brillare di entusiasmo e speranza per ciò che ancora la vita ha da donare, hanno già visto l’inferno. Occhi invecchiati prima del tempo, annegati in ondate di disillusione e amarezza. Le sue parole mi strappano a forza da quello che è stato il mio lavoro fino ad oggi, conducendomi lontano anni luce dall’iperuranio platonico, dal mondo ideale, dove il Bello, il Giusto e il Bene risplendono di mirabile pienezza e perfezione.

Vedi, Andrea, quel pezzo grezzo che stai maneggiando non sei che tu, accidenti! Reso tagliente e duro dal precipitare degli eventi, racchiuso in un perimetro di spigoli vivi che non hai scelto né voluto. Ma ora, da quel foro che stai facendo, passerà un poco di luce, sai? E quel cubetto di metallo, grazie alle tue mani, diventerà altro da ciò che è stato. Qualcosa di utile, magari anche di bello, chi lo sa? Lui, come te, non ha deciso il punto di partenza del suo stare nel mondo. Altri hanno scelto al posto suo che avesse quella forma, quel peso, quella dimensione e che si trovasse qui. Ma ora, a lui come a tutti voi, è data una opportunità. Grazie a te, quel pezzo grezzo, uguale a mille altri, potrà trasformarsi, essere diverso. Cambierà linee e colore, acquisterà un nuovo senso. Chissà quanto tempo passerà prima che anche i tuoi di spigoli si smussino, prima che il tuo cuore accolga ciò che è stato non come una condanna senza appello, ma come un passaggio, una falsa partenza da cui riuscire a smarcarti per correre a conquistare la vita. Io purtroppo non ne ho idea e forse nemmeno tu; quello che però ho imparato nella mia, di esistenza, è che prima di riuscirci si deve lasciare andare la rabbia. Quella che a te fa picchiare i compagni e mandare a quel paese gli insegnanti. Devi guardare nella faccia traslucida di quel cubetto e incrociare il riflesso dei tuoi occhi senza distogliere lo sguardo, ritrovare i desideri che hai perso, i sogni che non hai più il coraggio di inseguire. Non accetto i tuoi insulti, non perché mi feriscano o mi offendano, ma perché non ti fanno fare passi avanti. Non posso lasciarti picchiare i compagni perché voglio che tu per primo ti accorga che puoi essere una persona migliore. Infinitamente più di quello che pensi. Quando ieri l’ennesima insegnante ti ha ripreso, dandoti del maleducato e pensando in cuor suo che tu fossi un colossale cretino, non hai trovato di meglio che metterti a ridere, esattamente come avrebbe fatto un maleducato ed un colossale cretino. 

È davvero solo questo che vuoi e sai essere? Io non credo.

Non mi metterò da parte a guardare che ti autodistruggi, che squalifichi te stesso e la tua intelligenza. Se dovrò essere il tuo incubo, la tua spina nel fianco, il tuo moscone importuno (come Socrate amava definire se stesso), lo sarò. Rispetto il tuo dolore, ma non lascerò che vinca lui sul tuo futuro. E il tuo domani si chiama diploma, lavoro, indipendenza. Si chiama capacità di stare insieme agli altri, perché in officina o in azienda non sarai solo e perché la vita è più bella se condivisa con qualcuno. E per te, Andrea, rinuncio a Platone, accetto di sporcarmi le mani con lime e trapani, perché tu possa avere una reale opportunità di futuro. Abbiamo poco tempo, però, e così tanto da cambiare nel tuo modo di stare al mondo! La domanda, ora, è: tu, per te stesso, che cosa sei disposto a fare? 

Di alunni come Andrea, in questa classe, ce ne sono più d’uno. L’equilibrio del nostro fare, come insegnanti, educatori ed educatrici, è precario, fragile, intermittente; il fallimento è dietro l’angolo. Ma se molliamo, se non ci proviamo noi a salvare questi ultimi tra gli ultimi del mondo scolastico e sociale, chi mai lo farà?

 

Articolo di Chiara Baldini

BALDINI-PRIMO PIANO.jpgClasse 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

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