Storie di donne nigeriane

L’Africa è un continente assurdamente povero e al tempo stesso straordinariamente ricco di animali, ecosistemi, risorse naturali e gruppi etnici. La sola Nigeria ospita oltre 250 gruppi etnici diversi e religiosi. Non c’è, di fatto, una lingua comune, non si condividono le stesse usanze né le stesse tradizioni, ma c’è una cosa molto simile in tutto il Paese: la discriminazione femminile.  

Essere donne significa avere meno potere, risorse più scarse, maggiori ostacoli nell’accesso all’istruzione, all’occupazione; all’essere donna è attribuito uno status di inferiorità, di mancanza, di disvalore – dichiara Livia Zoli, Responsabile dell’Unità Global Inequality & Migration di ActionAid.

Nelle zone rurali, soprattutto del nord, le donne lavorano in genere più dell’uomo: costituiscono il 60% della forza lavoro e producono fino all’80% delle derrate alimentari. Eppure, quando svolgono un lavoro retribuito (sono poche ad avere questa fortuna) ricevono una paga notevolmente più bassa degli uomini a parità di mansione.

Il 40% delle donne è analfabeta, schiavo dei padri prima e dei mariti poi e, alla morte del coniuge, può essere ereditato dal parente più anziano. 

La scarsa considerazione riservata alle donne trova conferma nella gestione dell’eredità paterna, distribuita tra i soli parenti di sesso maschile.

Ancora molto diffusa è la mutilazione degli organi genitali femminili e anche la pratica dei matrimoni coatti e precoci, e altrettanto diffusa è la poligamia, ma la povertà dilagante porta di fatto all’abbandono della prima moglie e della prole comune, in favore di una nuova moglie e di altri eredi.

Negli ultimi anni si è assistito a un forte incremento del traffico di giovani nigeriane a scopo di sfruttamento sessuale. L’età media delle vittime di tratta è compresa tra i diciassette e i trenta anni, ma nel tempo aumenta la presenza di minorenni, sempre più richieste sul mercato.

Un vero e proprio “fattore di espulsione” che relega le donne ai margini della società nigeriana fino a costringerle alla partenza è la violenza di genere. Lasciano il proprio Paese per raggiungere l’Europa e diventare vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale. È quanto emerge dal rapporto Mondi connessi. La migrazione femminile dalla Nigeria all’Italia e la sorte delle donne rimpatriate, realizzato da ActionAid e BeFree, analizzando sessanta verbali di audizioni di donne nigeriane segnalate come presunte vittime di tratta presso la Commissione territoriale di Roma, tra il 2016 e il 2017, per il riconoscimento della protezione internazionale.

Tre donne nigeriane attraverso la narrazione raccontano tre storie di vita. Le unisce il desiderio di lottare, combattere, attraverso la scrittura, sulla condizione nel loro Paese. Un inferno asfissiante, afoso. Sono donne che hanno messo radici in luoghi lontani dalla terra crudele che le ha viste nascere per non morire. Si chiamano Buchi Emecheta, Isoke Aikpitanyi, Chimamanda Ngozi Adichie.

Buchi apparteneva all’etnia Igbo, collocata nell’area sud-orientale del Paese. Era nata a Lagos, nel 1944, ma è emigrata nel Regno Unito a diciotto anni ed è lì che si è spenta, due anni or sono. Cittadina di seconda classe è il suo romanzo autobiografico e il suo capolavoro.  

Anche Chimamanda è una igbo. Nasce aEnugu e cresce a Nsukka, una piccola cittadina universitaria nel sud della Nigeria, in un ambiente culturale e sociale elevato. Oggi vive a Baltimora, ma nei suoi romanzi sceglie come ambientazione la Nigeria e introduce riferimenti linguistici e culturali appartenenti alla sua etnia. Il suo primo romanzo “Ibisco viola”, è stato tradotto e pubblicato in Italia nel 2006. 

Isoke viene da Benin City. Giunta nel 2000 in Italia per fare fortuna, è stata costretta per anni a vendersi ai bordi di una strada. Adesso è libera e si batte contro la tratta e la prostituzione. Ha scritto Le ragazze di Benin City, in collaborazione con la giornalista Laura Maragnani, e Cinquecento storie vere. La tratta delle ragazze africane in Italia

Lei ce l’ha fatta a uscire dal giro ma purtroppo è una delle poche. 

Come Isoke, sulla strade italiane ci sono migliaia di donne vittime del traffico di essere umani. Le loro narrazioni rivelano qualcosa di insostenibile che è necessario raccontare.

In copertina. Buchi Emecheta. Particolare del ritratto su batik realizzato da Marina Elphick.

 

Articolo di Claudia Mecozzi

D8wrsqss.jpegHa lavorato in ambito amministrativo nel settore della Ricerca Scientifica. Ama le biografie femminili, i cantautori italiani degli anni 70, la musica tutta, e la scrittura, sia per mettersi in contatto con i sentimenti più profondi sia come mezzo di autoanalisi. Impegnata nel sociale nell’ambiente dell’infanzia. Studia e legge per passione, per desiderio di migliorarsi.

 

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