Anita Tijoux, mujer del Sur

Nell’autunno del 1973 centinaia di navi e aerei pieni di profughi attraversavano l’Atlantico in cerca di un posto sicuro, come le tante imbarcazioni che oggi solcano il Mediterraneo. Eppure chi allora cercava l’Europa non era povero e non migrava per motivi economici né fuggiva dalla guerra. Erano i militanti della Unidad Popular cilena e i sostenitori del governo di Salvador Allende, travolti dal golpe dell’11 settembre. Sapevano che in Europa c’erano la Spagna di Franco, il Portogallo di Salazar e la Grecia dei Colonnelli ma vi erano anche numerosi Paesi democratici, ricchi di cultura, ospitali e accoglienti. In particolare l’Italia, unico Paese Nato a non riconoscere il governo Pinochet, e la Francia, che rispettava la giunta militare cilena ma al tempo stesso ne accoglieva le vittime, avevano l’abitudine, oggi persa, di aprire le porte ai richiedenti asilo. 

Figlia di due cileni rifugiati, Anamaría Tijoux Merino (il cui secondo cognome non va confuso con il Merino complice del golpe) nasce a Lille, nel nord della Francia, il 12 giugno del 1977. Viene da una famiglia di sinistra che ha conosciuto la repressione, ma lei cresce in un ambiente sano e tranquillo. Ha i caratteri somatici da india, ma in Francia negli anni Settanta il razzismo non è ancora arrivato. La sua prima lingua è lo spagnolo e non il francese, ma in Cile non potrà tornare, in quanto figlia di dissidenti, fino al 1993 con le prime elezioni libere dopo quelle del 1970. La sua crescita sarà influenzata più dalla dolcezza francese che dalle lotte sociali sudamericane. 

Dai vent’anni in poi, Ana scopre il rap e l’hip-hop, la musica degli sconfitti e degli esuli (il rap è nato dai neri in Nord America). Nel 2010 pubblica il suo primo album solista, il singolo intitolato 1977, il proprio anno di nascita. 1977 è un brano autobiografico, l’infanzia il padre assente la banlieu francese l’adolescenza il corpo che si ribella alla testa e un NO NO NO che si sente come un’eco, il NO al referendum del 1989 con cui Augusto Pinochet vorrebbe ottenere un mandato “legittimo” da parte del popolo che ha strangolato e quel popolo — inaspettatamente per il tiranno — risponde NO. 1977 costituisce l’opera con cui Ana Tijoux si presenta al pubblico come giovane rapper, una poesia molto più personale che politica: «nací un día de junio del año ’77, planeta Mercurio y el año de la serpiente» (Mercurio è, nell’astrologia occidentale, il pianeta collegato al segno dei gemelli, sotto cui Ana è nata, e il serpente è il suo segno nell’astrologia cinese, animale in cui la rapper francocilena si riconosce per la rapidità con cui cresce). 1977 è anche la data che Ana ha tatuata su una mano. Il successo di questa canzone è stato tale da portare Anita al Grammy, il principale premio musicale per il rap latinoamericano, insieme a gruppi come i famosi Calle 13.

Buona parte della sua discografia è dedicata al Cile. Shock parla del Cile, di quello che la dittatura ha lasciato. Leggi che costituiscono un’amnistia per i criminali in divisa responsabili della dittatura, il tiranno autoproclamato senatore a vita, un’economia controllata dal Fondo Monetario Internazionale, una Chiesa piena di potere: «Constitución pinochetista, derecho Opus Dei, lado fascista, golpista disfrazado de un indulto elitista». Con questa canzone, Ana Tijoux ridà voce ai genitori, al popolo cileno che dice basta: «Tu estado de control, tu trono podrido de oro, tu política y tu riqueza […] no permitiremos más tu doctrina del shock».

«Tú nos dices que debemos sentarnos pero las ideas sólo pueden levantarnos»: Somos Sur è dedicata al Sud del mondo, un Sud non solo geografico ma che incarna tutti i popoli sconfitti («todos los callados, todos los invisibles, todos los sometidos»), non certo quello francese. Non a caso è cantata a due voci con la rapper palestinese Shadia Mansour. Nella canzone sono citati insieme Paesi poveri americani, arabi, africani e asiatici, tutti i Sud del mondo che non sempre si trovano effettivamente a Sud dell’Equatore: «somos africanos latinoamericanos, somos este Sur y juntamos nuestras manos». 

Antipatriarca è il contributo di Ana Tijoux alla campagna femminista argentina Niunamenos (Non una di meno). Presentando la canzone durante la giornata delle donne nell’Università di Santiago de Chile, Anita spiega che il brano è dedicato «a todas las mujeres presentes trabajadoras de la educación y del pensamiento crítico […], a todas las mujeres que luchan […] pero también a todos los compañeros hombres feministas». Anita, femminista cresciuta in Francia, lontano dalla violenza che subiscono quotidianamente le donne argentine o centroamericane, non esclude gli uomini e non li odia, anzi parla principalmente a loro, con determinazione ma con tenerezza, senza rabbia: «yo puedo ser tu hermana o tu hija […], yo puedo ser tu gran amiga, incluso tu compañera de vida, yo puedo ser tu gran aliada, la que conseja […], yo puedo ser cualquiera de todas, depende de cómo tú me apodas. Per no voy a ser la que obedece por que mi cuerpo me pertenece.» Il ritornello è ripreso interamente dal manifesto argentino di Ni una menos: «Tú no me vas a humillar, tú no me vas a gritar, tú no me vas a someter, tú no me vas a golpear, tú no me vas a denigrar, tú no me vas a obligar, tú no me vas a silenciar, tú no me vas a callar», ma è cantato con un sorriso che raramente si vede tra le militanti. 

Sacar la voz, una delle sue canzoni più belle e meglio riuscite, dà coraggio. I suoi modi sono più francesi che sudamericani. Con frasi come «el tema no es caerse, levantarse es la victoria» o «no estoy sola, estoy con migo» sembra parlare proprio del coraggio da recuperare nei momenti di difficoltà, quel coraggio che si trova nell’amore e nella fiducia. «Sacar la voz que estaba muerta y hacerla orquesta […] caminar seguro, libre, sin temor, respirar y sacar la voz». 

Le parole introduttive sono quasi un inno del coraggio: 

«Respirar para sacar la voz

despegar tan lejos cómo un águila veloz

respirar un futuro esplendor 

cobra más sentido si lo creamos los dos 

liberarse de todo el pudor 

tomar de las riendas, no rendirse al opresor 

caminar erguido sin temor 

respirar y sacar la voz». 

 

Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...