Editoriale. E se le donne e gli uomini amassero la felicità?

Carissime lettrici e carissimi lettori,

“Mi piacerebbe aiutare tutti, se fosse possibile: gli ebrei, gli ariani, i neri, i bianchi – afferma Charlie Chaplin nella memorabile sequenza finale, quattro minuti interi in primo piano, guardando il pubblico dritto negli occhi –. Noi tutti dovremmo aiutarci sempre. Gli esseri umani sono fatti così. Vogliamo vivere della felicità reciproca, non odiarci e disprezzarci. In questo mondo c’è posto per tutti, la natura è ricca, è sufficiente per tutti, la vita può essere felice e magnifica, ma noi lo abbiamo dimenticato”. Finisce così l’articolo che ricorda qui l’anniversario della prima proiezione di uno dei più grandi capolavoro della cinematografia mondiale: Il grande dittatore.

Si sbagliava Charlie Chaplin? Si illudeva il piccolo barbiere ebreo, sosia di un dittatore che con capelli, occhi e baffetti scuri di fatto ha osannato il tipo umano biondo, forte, sano, chiaro di carnagione e di occhi e seminato odio contro chi non fosse tale? I tempi in effetti non danno ragione al grande regista sul suo messaggio e su questo desiderio d’amore e di pace. Continuano a morire le donne per mano dei loro compagni. Muoiono per amore, troppo amore? Decisamente no, saremo anche retoriche, ma è necessario ripeterlo. Le donne continuano a essere perseguitate, violentate, malmenate, violate nelle loro scelte, uccise anche davanti ai loro figli e alle loro figlie, solo per odio, per possesso, pensato come incondizionabile, del loro oggetto del desiderio, dei più triviali. I nomi delle donne morte ammazzare da gennaio a oggi, solo nel nostro Paese, sono tanti. Fanno impressione letti uno dietro l’altro. Un triste bollettino di guerra familiare, di quella famiglia così populisticamente osannata da certuni, da certi Congressi di cui lungamente qui abbiamo parlato. Famiglie che, se non vere, cioè riempite dell’amore reciproco che è sempre frutto e incipit del reciproco rispetto, si possono trasformare in trappole mortali che vedono le donne soccombere, ognuna con la sua storia, sempre tragica, sempre uguale, ma distinta. Come il rimando alla celebre frase di Lev Nikolaevi Tolstoj, messa in apertura del suo Anna Karenina, anche lei, con la sua vita “spenta come una candela” vittima abusata dell’egoismo senza scampo dei due protagonisti maschili della sua vita. Anna, sfuggita alle intenzioni dello stesso autore, apparentemente si suicida buttandosi davanti a un treno, ma in effetti ci appare accorata vittima uccisa dall’indifferenza, dalla tracotanza e dall’egoismo maschilista di chi la teneva in possesso (soprattutto il marito Karenin) e di chi, come il principe Aleksej Vronskij,  aveva calpestato il suo amore e il suo sacrificio di vita. Perché il romanzo del grande scrittore russo è del 1877, uscito inizialmente a puntate, ma ancora oggi, a più di un secolo e mezzo di distanza, tante, troppe donne prendono l’amore come un sacrificarsi all’altro. Questo le ragazze soprattutto, ma anche i ragazzi, devono capire che non è giusto, e non è sano per la vita stessa dell’amore.

Il mondo non è ancora così desideroso di pace perché, dagli ottanta anni e passa che ci dividono dal Grande Dittatore di Chaplin, le guerre non sono scomparse dal pianeta e anzi una, nella già martoriata Siria si è rinfuocata con più ingiusto vigore e odio razziale. L’odio e le guerre sono sempre ingiuste, su questo ci troviamo completamente d’accordo con Gino Strada, il valorosissimo e sempre coerente fondatore di Emergency. Ci meravigliamo come non si possa essere in consonanza con lui, ma purtroppo molti sono gli esempi vivi di negazione del pensiero che ha animato nelle loro creazioni e nel loro operato Gino Strada e sua moglie Teresa.

Assistiamo, inermi, impaurite e impauriti, ancora alle devastanti dimostrazioni di terrorismo, sempre secondo noi vili, che mietono vittime d’odio. Odio religioso, odio di razza, odio di pensiero. Ultimo in ordine di tempo l’attentato alla Sinagoga di Halle, in Germania, un triste rigurgito dello squallido pensiero di quel dittatore con baffetti scuri e capelli e occhi scuri che aveva progettato e messo in atto la sua soluzione finale  contro gli uomini le donne, le bambine e i bambini nati in famiglie di religione ebraica, giudicandoli, come il tristo personaggio di Halle, “il male del mondo”. Non sono finiti i razzismi, anche quelli più spiccioli, creati nei condomini, in strada, su una spiaggia durante un gioco, come è capitato a quel ragazzino con una pelle non bianca che si voleva escludere dalla spiaggia. Non sono finiti gli odi e le provocazioni verso le donne, proprio perché tali. Orribile la sagoma di Greta Thunbeg impiccata sotto un ponte di Roma, un atto indegno, sinonimo non solo di pochezza culturale, ma di becero maschilismo, su questo non abbiamo dubbi. Non certo meno ributtante l’atteggiamento verso la Capitana, Carola Rackete che è stata insultata, minacciata e infine guardata con occhi indecentemente indiscreti nella biancheria intima. Per non parlare, o parlare per evidenziare la stortura di uno sguardo etico distorto, dei trattamenti verbali violenti di cui è stata ed è purtroppo vittima la ministra Laura Boldrini. Un mondo, dunque, per tutto questo e altro ancora, troppo lontano dal discorso ecumenico del piccolo omino sosia del dittatore. E qui, proprio di nazismo parlerà la puntata odierna di Pillole di Storia

Ma noi crediamo che questo pianeta di cui la giovanissima Greta, insieme a migliaia di suoi coetanei e coetanee ci raccomanda di conservare in buona salute per consegnarlo sano alle generazioni che verranno, sarà  capace di ascoltare il messaggio di pace chapliniano. Ci incoraggia la storia di Martina Navratilova (sulla quale troverete qui l’articolo), la tennista cèca che ha saputo collezionare nella sua carriera trecentoquarantaquattro vittorie, ma che ha dato all’intera umanità la sua vitalità, il suo impegno sociale confrontandosi con la sua omosessualità, lottando per una giusta ed equa retribuzione delle donne, vincendo anche contro il cancro e concretamente scalando montagne come il Kilimangiaro. Vogliamo credere e trarre forza dalla vitalità che troviamo in Rebeca Lane, la rap sudamericana che si è sempre battuta con il suo canto esplicitamente per i diritti delle donne e sulla quale continua la serie delle “voci” femminili del Sudamerica. Sicuramente un simbolo di forza e di coerenza è stata per il mondo, che siamo d’accordo o no con le sue idee politiche, Margaret Thcher, la Lady di ferro (ricorre l’anniversario della nascita), politicamente differente, ma ugualmente forte, da quella donna che nel suo Paese, il Pakistan, fu soprannominata invece la lady mutande di ferro,  Benazir Bhutto, figlia del primo ministro Zulfikar Ali e lei stessa diventata per due volte prima ministra e, di ritorno da un esilio volontario, uccisa nel 2007 mentre tentava una trattativa con il governo del generale Pervez Musharraf.

La lettura dell’articolo in memoria di Hannah Arendt ci riporta agli scenari evocati da Il Grande Dittatore e ci fa assaporare l’onestà intellettuale di questa donna e filosofa coraggiosa che ha saputo guardare dritta negli occhi e con mente attenta il fare degli aguzzini della sua gente, che ha spiegato e smontato, in modo attento come solo sa fare chi è abituato a trattare cose filosofiche, l’agire di coloro che hanno decretato lo sterminio totale di una parte degli esseri umani, di una parte di umanità.  Una fresca boccata di poesia ci viene da Eugenio Montale, del quale ricorre a ottobre l’anniversario della nascita. Ma il poeta di Genova e di Monterosso, nell’interessante saggio che leggerete, è visto attraverso la presenza costante e numerosissima delle figure femminili che si sono susseguite e, a volte, persino accavallate, nella sua vita.

Il 12 ottobre 1492 Cristoforo Colombo inventa l’America seguendo un sogno, ma deducendolo da calcoli minuziosi, attenti, controllati per anni pensati e, comunque, diretti alle Indie. Toccherà Colombo, invece, un altro continente, appena in tempo, prima di rischiare di essere linciato dalla sua “ciurma” stanca e delusa dal troppo rimanere in mare. Avremo da quella data una nuova visione, positiva e insieme negativa, ma sicuramente diverse del “nostro” mondo, un momento di nascita del concetto di Europa.

Se il mondo deve assolutamente essere salvato, e spero che su ciò siamo tutti e tutte d’accordo, dobbiamo andare incontro all’accogliente barbiere chapliniano che ci indica, dai suoi sogni, una strada individuata anche nella Costituzione degli Stati Uniti di quell’America scoperta/inventata esattamente 527 anni fa da quel Cristobal Colon o, se preferite, Cristoforo Colombo: il diritto di tutti gli esseri umani ad essere felici!

Dobbiamo seminare la felicità, il diritto alla felicità per noi e per le generazioni a venire, cancellando con pazienza gli orrori del mondo: i genocidi, le guerre, i femminicidi, gli insulti di genere, i razzismi contro qualsiasi diversità. Allora potremo sperare in un mondo più umano di uomini e donne, bambine e bambini capaci di vivere insieme per costruire una comunità.

“Credo che si sogni per non stare distanti a lungo. Se ci ritroviamo uno nei sogni dell’altro possiamo stare insieme per sempre”. Una piccola fondamentale perla di saggezza dell’amatissimo da tutte e tutti, l’orsetto Winnie-the-Pooh, di cui qui celebriamo l’anniversario della sua prima apparizione, nel non così lontano 1926.

Buona lettura a tutte e a tutti.

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

 

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