Editoriale. Alle sorelle curde

Carissime lettrici e carissimi lettori,

inizia con tanta tristezza questo trentaduesimo editoriale perché il mondo ci offre scenari di sangue che non sono rari, ma questa volta richiamano persecuzioni razziali che volevamo ricordare solo appartenenti al secolo scorso.

Per quanto ci si sforzi a guardare il mondo con gli occhi sereni di speranza questa è guerra contro un popolo che ormai non sa più da che parte sia il nemico e quanti siano, insomma chi li aggredisce. Come per i Balcani, il mondo sta fondamentalmente a guardare. Davvero scoraggiante. Siamo tristi, penso tutte e tutti, per le sorelle che coraggiosamente hanno combattuto e combattono creando “ “isole” di pace e di uguaglianze.

Ci sembra doveroso riportare qui almeno una parte della lettera scritta dal Consiglio delle donne della Siria del nord e dell’est a tutte le donne del mondo per richiamarle a una volontà di voce corale, di sorellanza ecumenica: “…Stiamo assistendo ad attacchi militari. Stiamo assistendo a come quartieri, villaggi, scuole, ospedali, il patrimonio culturale dei curdi, degli yazidi, degli arabi, dei siriaci , degli armeni, dei ceceni, dei circassi e dei turcomanni e di altre culture che qui vivono comunitariamente, vengono presi di mira dagli attacchi aerei e dal fuoco dell’artiglieria. Stiamo assistendo a come migliaia di famiglie sono costrette a fuggire dalle loro case per cercare rifugio senza avere un luogo sicuro dove andare. Oltre a questo, stiamo assistendo a nuovi attacchi di squadroni di assassini di ISIS in città come Raqqa, che era stata liberata dal terrore del regime dello Stato Islamico due anni fa con una lotta comune della nostra gente. Ancora una volta stiamo assistendo ad attacchi congiunti dell’esercito turco e dei lor mercenari jihadisti contro Serêkani, Girêsipi e Kobane. Questi sono solo alcuni degli incidenti che abbiamo affrontato da quando Erdoğan ha dichiarato guerra il 9 ottobre 2019….”

“Quando morirò dirò tutto a Dio”: è una frase detta da un bambino siriano, nella foto apparso ferito, pieno di sangue e piangente. Questa immagine straziante, come tante simili, sta facendo da tempo il giro dei social, è manifestazione di un pianto, di una paura e di un desiderio di protezione. L’espressione di un cuore piccolo contro cui è stato osato troppo male.

E poi continua il sottile male quotidiano per cui non troviamo nessun Padre nostro a cui poter affidarci, stanche e stanchi dell’ecolalica ricorrenza di dolore. Continua l’eccidio delle donne, lo sterminio da parte di compagni, mariti e addirittura padri. E’ la storia delle tre donne, madre e due figlie morte ammazzate nel sonno, un fatto di cronaca, come viene chiamato, che lascia senza respiro con lui, l’assassino-suicida sul manifesto funebre con loro, che sono vittime assolute, senza riserva. Continuano le violenze spavalde, filmate e messe in rete, derise, che lasciano segni sul corpo delle donne, come lo stupro bestiale contro la ragazza ventitreenne inglese letteralmente “squarciata “(si può usare altro sostantivo diverso e meno forte?) che deve ricorrere alla chirurgia! Continuano le morti nel Mediterraneo, non più mare dell’accoglienza, ma cimitero di tombe senza nomi. Su un social leggo: “Perdonami. Avevo immaginato per te un mondo di umani. Ora andiamocene insieme”, una supplica, immaginata quanto reale, di una mamma che cala a picco con suo o la sua bimba per cui si era imbarcata e con cui è morta l’altro giorno o altri giorni (passati e tragicamente futuri e uguali) a largo dell’isola di Lampedusa. Siamo davvero tristi.

La parola è tra le protagoniste di questo numero di Vitaminevaganti.com. La parola, il “Verbo”, dal greco lògos (λογος), discorso, inteso come metafora, del “Verbo che si fa carne” del ragionamento che porta conoscenza, che noi intendiamo anche in senso laico.

Le parole muoiono, salvano, altre vengono recuperate, riprendono vita. Maestro indimenticabile Tullio De Mauro che ci ha insegnato ad amare Ferdinand de Saussure, il grande filosofo svizzero creatore della linguistica moderna, che nel suo conosciutissimo trattato fa un’analisi della langue e della parole, dello specchiarsi nel reciproco confronto di significato e significante. Della parola e del linguaggio tratta anche un altro grande. Il viennese Ludwig Wittgenstein giudicato da Russel  (che gli fece la prefazione al suo capolavoro, il Tractatus logico-philosophicus) : “Il più perfetto esempio di genio che abbia mai conosciuto: appassionato, profondo, intenso dominante”. E poi Lewis Carroll, il pastore Dodgson, il narratore di Alice delle Meraviglie, il matematico e logico inglese che fa giocare con le parole i suoi personaggi, i quali le trattano rigorosamente interpretate alla lettera per trovarsi nel più eclatante e ironico dei tradimenti.

Eccole le parole di questo numero. Sono quelle coltivate e salvate, come i fiori, dell’articolo che ci racconta delle 3126 tra queste da recuperare. Sono incluse quest’anno nel vocabolario Zingarelli, l’oggetto-totem  della nostra giovinezza che praticamente a tutte e a tutti ha fatto compagnia sui banchi di scuola e al tema della nostra maturità scolastica. Di loro parleremo in questo interessante articolo, da leggere tutto di un fiato, del paragone, azzeccatissimo, con i fiori, con la loro simbologia cangiante di luogo in luogo, di situazione in situazione, come nelle teorie di Ferdinand de Saussure, come nei testi geniali di Wittgenstein, come Alice nel suo Paese delle meraviglie.

Di parole, come in una tela da tessere e disfare, parla Sherazade, la regina delle Mille e una notte. Nuova Penelope del X secolo, protagonista di quei 1001, racconti d’Egitto, dell’India, della Mesopotamia e della Persia. In arabo, e qui il valore della parola, “1000” significa “innumerevoli” e, dunque, con l’aggiunta del numero “1” indica  l’ infinito del racconto reso metafora.

Di parola si parla sicuramente quando si tratta di poesia e di versi bellissimi come quelli di Alfonsina Storni di origine italiana, donna libera e impegnata, migrata in Argentina. Le parole hanno meritato un premio Nobel, nel 2007, alla britannica Doris Lessing che è stata “cantrice dell’esperienza femminile che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa” (dalla motivazione del Nobel). Coraggiosa e intelligente la scrittrice di origine indiana, di cui leggiamo qui, Kamala Markandaya, che ci ha fatto conoscere i problemi del suo popolo.

Le “parole” che diventano nomi propri in una passeggiata lungo le tante strade intitolate alle donne (guardate le belle fotografie che arricchiscono l’articolo!) a Grenelle, nel 54esimo quartiere del XV arrondissement della capitale francese.

Leggerete altri due interessantissimi articoli che di “parola” si intendono. Uno sulla radio. Ricordate, e bisognerebbe ridare questa esperienza ai giovani per una importante visitazione storica, la trasmissione che ha “inventato” le figurine, un’esperienza diventata poi una geniale trovata commerciale? Riscoprirete la radio che è cosa davvero bella e importante, quasi oserei dire, igienica, in un momento di sovraesposizione epocale delle immagini. La radio non sembra più far parte degli apparecchi domestici delle nostre case. Per fortuna la riscopriamo, la maggioranza di noi, mentre viaggiamo in autostrada, mentre siamo intrappolati nel traffico cittadino. Come in un giallo che si rispetti vi ho incuriosisco e vi rimando, per il titolo della trasmissione e per il racconto d’epoca, alla lettura dell’articolo, come per un vestito vintage! La “parola” quando è universale si fa arte, si fa musica. Ce lo raccontano due sorelle, attraverso il dolce suono delle corde del loro violino, ascoltato non solo in Italia. Sono Maria e Teresa Milanello, grandi, appassionate, una maestra dell’altra, poco conosciute, ma oggi qui ricordate con amore.

Le rivoluzioni d’ottobre delle donne datano 23 ottobre 1915, il giorno della grande marcia delle suffragette a New York, e il 21 ottobre 1945, praticamente trenta anni dopo esatti, quando le donne francesi riescono ad avere il diritto al voto. Il sol dell’avvenire delle donne nasce in questo mese autunnale: “Non so se tutti hanno capito Ottobre la tua grande bellezza: “nei tini grassi come pance piene prepari mosto e ebbrezza, prepari mosto e ebbrezza… Lungo i miei monti, come uccelli tristi, fuggono nubi pazze, lungo i miei monti, colorati in rame, fumano nubi basse, fumano nubi basse…”. Alziamo il calice con Francesco Guccini, colmo del vino d’ottobre per brindare alla speranza di un mondo sempre più paritario!

Buona lettura a tutte e a tutti

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

 

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