La guerra di Spagna. Le elezioni del 1936 tra Rivoluzione e strategie internazionali

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A febbraio del 1936 si tengono le elezioni in Spagna. Con una larga maggioranza, anche qui vince il Fronte Popolare. La destra clericale e conservatrice della CEDA ne esce pesantemente sconfitta e il partito fascista e militarista della Falange ottiene solo un misero 0,5% dei voti. Il Fronte Popolare spagnolo è simile a quello francese per ideologia ma è molto più variegato: va dai repubblicani moderati fino ai comunisti passando per democratici e socialisti.

Le elezioni del 1936 sono contrassegnate da un’affluenza altissima e inaspettata, data dal fatto che per la prima volta votano anche gli anarchici, maggioritari nelle regioni del Nord. Nel governo siedono addirittura quattro loro ministri. Difficile che agli anarchici interessi governare o delegare dei governanti, tantomeno con il consenso di Stalin: il senso di questo voto si può spiegare con la speranza che dalla vittoria elettorale scaturisca una Rivoluzione sociale. E questa non si fa attendere a lungo.

Alla notizia della vittoria tutta la Spagna antifascista scende nelle strade. Quando il governo decreta la liberazione dei prigionieri politici, la popolazione apre le carceri e libera anche i prigionieri comuni; quando il governo espropria alcune delle terre dei latifondisti, la gente le occupa e istituisce comuni agricole; quando il governo chiude le scuole ecclesiastiche, vengono prese d’assalto anche numerose chiese. Sotto il Fronte Popolare si registrano gli scioperi più partecipati che la Spagna abbia mai visto. Tutto il Paese è in subbuglio ma non quanto al Nord: in Catalogna le bandiere rosse e nere della CNT-FAI sventolano ovunque, a Barcellona le fabbriche sono occupate dai collettivi operai e acqua, cibo, luce e gas sono distribuiti da comitati gestiti dal sindacato anarchico. La Rivoluzione è già cominciata e la situazione sociale non è più gestibile: i latifondisti e le famiglie ricche scappano in Inghilterra, la Chiesa è spaventata, non solo le famiglie nobili ma anche la classe imprenditoriale ha paura di perdere tutto. Il PSOE e il PCE si mostrano molto prudenti, il POUM invece appoggia la Rivoluzione.

Su pressioni della Chiesa, dell’aristocrazia terriera e dell’alta borghesia imprenditoriale, a luglio i soldati di stanza a Ceuta (colonia spagnola in Nord Africa) insorgono contro il governo sotto la guida del generale Francisco Franco. La maggior parte dell’esercito obbedisce a Franco, mentre solo una minima parte difende il governo legittimamente eletto.

Inizia la guerra civile.

Quando nelle città spagnole arriva la notizia della rivolta reazionaria nell’esercito, la popolazione insorge con più rabbia di prima. I sindacati (CNT per gli anarchici e UGT per i comunisti) consegnano le armi alla popolazione per organizzare la resistenza con lo slogan comune «¡No pasarán!».

La guerra di Spagna è l’ultima grande battaglia del proletariato europeo, è una sfida di fondamentale importanza per le sorti della classe operaia.

Quelli di Aragona e di Saragozza sono i fronti antifascisti più inespugnabili. In un primo momento tutte le formazioni repubblicane e antifasciste combattono insieme: ci sono forti divergenze ideologiche ma il principale nemico da combattere è Franco, il resto viene dopo. Così dicono, eppure è chiaro da sempre che chi aspira alla Rivoluzione e chi aspira a governare uno Stato borghese non possono andati d’accordo in eterno: questa unità antifascista è destinata ad avere vita breve.

Davanti alla guerra civile e alla Rivoluzione tutta Europa prende posizione, più o meno esplicitamente. Il governo francese del Fronte Popolare, già impegnato militarmente nella repressione delle lotte indipendentiste in Algeria, non interviene, mancando di difendere suo fratello, un altro Fronte Popolare; indignati dall’indifferenza di Léon Blum, migliaia di uomini e donne francesi di tutte le età si recano spontaneamente in Spagna per imbracciare le armi contro Franco. Il governo liberale inglese non interviene in difesa del governo democratico per non diffondere simpatie repubblicane ma schiera delle navi militari a largo di Barcellona pronte a intervenire in caso di trionfo della Rivoluzione, non difende la Spagna dal Fascismo ma è pronto a difendere la Catalogna dal suo stesso proletariato; ma numerosi giovani inglesi e irlandesi si recano in Spagna a combattere contro Franco, tra cui ricordiamo lo scrittore e giornalista George Orwell. L’Italia fascista si dichiara formalmente neutrale ma il Partito arruola obbligatoriamente i giovani per appoggiare Franco; eppure sono ancora di più i giovani italiani che clandestinamente si recano a sostenere la Repubblica o la Rivoluzione spagnola. I collettivi sindacali che gestiscono le ferrovie del Nord della Spagna lasciano viaggiare gratis chiunque porti solidarietà alla causa repubblicana e rivoluzionaria. La Germania nazista appoggia apertamente l’esercito franchista con tutta la Luftwaffe, l’aviazione da guerra: è rimasto tragicamente famoso il bombardamento tedesco della cittadina basca di Guernica in una mattinata di mercato in cui sono state fatte alcune migliaia di morti senza alcun motivo.

Il Messico manda armi e finanziamenti alla Repubblica spagnola sotto attacco. L’URSS di Stalin fiuta nella situazione spagnola un’ottima occasione per imporre la propria linea e mettere definitivamente un punto alle spinte rivoluzionarie dell’Europa occidentale: aiuta il governo spagnolo in cambio di dettarne la condotta. Il Comintern organizza le Brigate Internazionali, una formazione militare internazionale composta da soli comunisti provenienti da vari Paesi ma non spagnoli, che combatte con la Repubblica, ma ad alcune condizioni intrattabili. Diversamente dalle milizie anarchiche e da quelle del POUM, sorte spontaneamente tra la popolazione e quindi piuttosto libertarie, all’interno delle Brigate Internazionali vige una drastica disciplina militare: gerarchia, divisa e saluto, aboliti nelle milizie rivoluzionarie, sono presenti come negli eserciti fascisti. Inoltre, alle donne staliniste non è permesso combattere, ma solo cucinare e lavare i piatti nelle retrovie del fronte o al massimo curare i feriti, mentre nelle milizie anarchiche e nel POUM le donne hanno molta più libertà.

 

Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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