Maria Grazia Cutuli, dove la terra brucia

Se Maria Grazia Cutuli fosse ancora viva, probabilmente sarebbe dove, in questo momento, sta bruciando la terra: in Kurdistan.

Per una di quelle sincronie che capitano nella vita, lei ed io siamo della stessa città, Catania, e poco dopo la sua morte scoprì che abitavamo a pochissima distanza l’una dall’altra. Mediamente passo davanti a casa sua due volte al giorno e quando vedo quel grande palazzo penso alla sua vita, a quante volte avrà varcato la soglia del portone per andare a scuola, alla redazione del quotidiano La Sicilia e magari alla chiesa del Sacro cuore dove una volta incontrai sua madre: minuta, silenziosa, con il corpo rimpicciolito dal dolore.

Confesso di sentire una particolare responsabilità nello scrivere questo articolo perché alla combinazione delle lettere digitate sulla mia tastiera è affidato il ricordo e la memoria di una donna che è morta per una indomita passione, il giornalismo di guerra.

Dalle testimonianze, facilmente reperibili anche sui social, emerge il ritratto di una testarda donna del Sud che voleva stare  dove i fatti grondavano sangue, miseria, dolore, ingiustizia. Lei desiderava raccogliere il grido di chi urlava tutto questo, spesso un gemito muto, se la storia corre troppo veloce e spazza persino l’umana pietà nei confronti di coloro i quali non sono percepiti nemmeno come ombra, in questo orrendo teatro chiamato guerra.

Maria Grazia sapeva benissimo che non si trattava di posti per donne e per questa ragione è andata in Bosnia, in Congo, in Sierra Leone, in Cambogia e in Afghanistan dove è stata assassinata il 19 Novembre del 2001.

Kabul era stata liberata dai talebani e lei da Jalalabad, insieme al corrispondente de Il Mundo Fuentes, a due colleghi della Reuters, il cameraman australiano Harry Burton e il fotografo afgano Azizullah Haidara, a bordo di una Toyota Corolla, si stava dirigendo lì. A Sorobi il convoglio venne fermato e dietro delle rocce, prima colpita da una pietra e successivamente fucilata, terminava anche la sua vita. Aveva appena compiuto 39 anni.

Lo sguardo di Maria Grazia era acuto e malinconico, femminile e guerriero e la sua gentile persona emanava la fragranza della salsedine, lo stordimento della zagara in fiore e la forza dei focosi tramonti siciliani. Chi vive in un’isola conosce la forza del mare che ti accerchia e la potenza di un sogno che mette le ali al desiderio di libertà. Così, quando Catania divenne stretta partì come tanti/e, ieri come oggi, diretta a Milano.

Leggendo i suoi articoli ci si rende conto di come essi non siano un semplice reportage ma la narrazione, attraverso un dettaglio, della storia che accade e che ti racconta odori, paesaggi, emozioni, disfatte, le apparenti vittorie e le violente disfatte. Il suo ultimo articolo pubblicato sul Corriere della Sera parla della scoperta fatta da lei e dal suo collega di un deposito di gas sarin:
“Non riusciamo a capire che cosa contiene. Il giornalista del Mundo, Julio Fuentes, la incide sul lato, tirando fuori ad una ad una le fialette in vetro bianco, ampolle sottili come siringhe da insulina, strozzate alle estremità e isolate una dall’altra dentro piccoli scomparti di cartone. Ne contiamo una ventina. 
È l’etichetta attaccata alla confezione a rivelare il contenuto: gas sarin, scritto in russo, e, sotto, l’indicazione sull’antidoto da usare, l’atropina, l’unica sostanza capace di contrastare gli effetti letali. Una traccia sinistra dell’arsenale che potrebbe essere in mano ai combattenti di Osama. Una prova che nelle caserme dello sceicco saudita non ci sono solo kalashnikov, missili o granate, ma anche armi non convenzionali, utilizzabili da attacchi terroristici in tutto il mondo”.

Da siciliana era una donna di frontiera ma questo non costituì un limite bensì una risorsa, dalla frontiera al fronte a osservare come vivevano altre donne, le afghane,  che non avevano nemmeno il diritto di tenere una penna tra le mani:
“nascoste, invisibili, assenti: non si vedono donne a Jalalabad. La liberazione della città afghana dai talebani ha portato nelle strade migliaia di miliziani armati, bande ubriache di vittoria, pronte a contendersi il controllo del territorio sino all’ultimo vicolo o all’ultima casa. Non ci sono donne tra chi fa la guerra, gestisce il potere, decide il futuro. In un’intera mattinata, appaiono tra le botteghe del suk solamente tre sagome avvolte dal burqa, dal passo silenzioso e discreto, coperte come sempre dietro la cortina di un poliestere”.

Per tutte queste ragioni, mi piace immaginare che Maria Grazia Cutuli avrebbe scelto di raccontare la vita e la morte di Asia Ramanzan Antar, la ventenne combattente curda assassinata nella Siria del nord nel 2016. Avremmo visto in queste due donne lo stesso sguardo nobile di chi sa che si può anche morire per una giusta causa.

Maria Grazia avrebbe fatto di tutto per ottenere un’intervista da Hevrin Khalaf la trentanovenne Segretaria generale del Partito Futuro siriano. È stata uccisa qualche giorno fa. Era un’attivista per i diritti delle donne e si batteva per la coesistenza pacifica fra curdi, cristiano-siriaci e arabi.

I suoi aguzzini davanti al suo cadavere, pare, secondo alcune fonti, abbiano detto: “Questo è il cadavere dei maiali”.

In un video realizzato in sua memoria, la sua amica Barbara Stefanelli dice:
“come se ancora molte distanze di terra e di polvere dovessero essere coperte, prima di scendere sott’acqua a cercare i nostri desideri nascosti tra le stelle marine e i tesori di vecchi pirati“.

Già! Perché Maria Grazia era una donna giovane che aveva coperto molte distanze tra mare, terra e polvere, forse ne avrebbe percorse ancora prima di scandagliare i suoi desideri intimi, la direzione della sua vita privata, assaporare ancora una  volta la granita alla mandorla davanti ai faraglioni di Acitrezza, o gustare lo sguardo orgoglioso di chi, ripercorrendo i suoi passi, è consapevole di avercela fatta per merito. Solo per merito.

In questi giorni circola su facebook la poesia del poeta curdo Abdulla Goran che mi piace dedicare a Maria Grazia, ad Asia, ad Hevrin, e a tutte quelle sconosciute che soffrono nella carne e nello spirito a causa di scelte imposte o che stanno morendo non avendo avuto, forse mai, la possibilità di vivere.

A questa memoria collettiva, solo la tenerezza di poeti e poetesse può donare un frammento di vera pietà.

Io vado, madre.
Se non torno,
sarò fiore di questa montagna,
frammento di terra per un mondo
più grande di questo.
Io vado, madre.
Se non torno,
il corpo esploderà là dove si tortura
e lo spirito flagellerà, come
l’uragano, tutte le porte.
Io vado … Madre …
Se non torno,
la mia anima sarà parola …
per tutti i poeti.

 

Articolo di Giovanna Nastasi

NJJtnokr.jpegGiovanna Nastasi è nata a Carlentini, vive a Catania. Si è laureata in Pedagogia e Storia contemporanea e insegna Lettere negli istituti secondari di II grado. La sua passione è la scrittura. Ha pubblicato un romanzo, Le stanze del piacere (Algra editore). 

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