La poesia è cresciuta come un albero con radici nella follia

Tu non sai: ci sono betulle che di notte levano le loro radici, e tu non
crederesti mai che di notte gli alberi camminano o diventano sogni.
Pensa che in un albero c’è un violino d’amore.
Pensa che un albero canta e ride.
Pensa che un albero sta in un crepaccio e poi diventa vita.
Te l’ho già detto: i poeti non si redimono, vanno lasciati volare
tra gli alberi come usignoli pronti a morire.

Come verrebbe d’acchito dire, per scrivere qualcosa di serio su Alda Merini (nella cui vita e scrittura nulla è azzardato e tutto è azzardato) bisognerebbe scrivere un romanzo, un romanzo che contenga le sue tre vite: quella di donna, quella di madre e quella di poeta. Mi limiterò a racchiuderle in una parola: verità. Mai Alda Merini ha bleffato, è stata sempre immediata e vera.

Dirò pertanto qualcosa su come vediamo noi Alda Merini a dieci anni dalla sua morte e su come la sua scrittura poetica abbia oggi ottenuto, forse tardi, l’attenzione di molti uomini e moltissime donne. Oggi le sue poesie d’amore commuovono ed emozionano milioni di generazioni, e i suoi aforismi presi a massime di vita.

Destino di un nome?

Alda, per le curiose come me, è un nome dalla etimologia incerta, discende presumibilmente dalla parola athala (nobile), o dal longobardo Alan (crescere, essere adulto, saggio), o dalla radice celtica avvenente, o ancora dal verbo germanico waldan (comandare): Nomen omen insomma.

Diciamo subito che, a differenza della velocità con cui oggi si costruiscono artificiosamente e diffondono miti, lei era di per sé un mito e, pur compiacendosi del fatto che finalmente dopo il 1986, quando rientrò da Taranto dove aveva vissuto per 4 anni con il medico poeta Pierri, fosse corteggiata dagli editori (ha detto in una intervista «ho mangiato molto con la poesia, come non so, ma ho mangiato») possiamo dire che è arrivata tardi al successo. Dopo essere entrata e uscita dai manicomi per anni, finalmente «il demonio si è commosso e mi ha fatto uscire».

Del successo e del pubblico non si è mai preoccupata. Diceva che l’orecchio più accreditato, che aveva prediletto, era stato quello di Giorgio Manganelli (che la scoprì poetessa giovanissima e a cui lei dedicò la sua prima raccolta di poesie), ma che, morto lui che rappresentava una moltitudine di ascoltatori, non aveva interesse per altro.

Ha invece sempre affermato che il più grande successo di una donna sono i figli; che da un amante puoi scappare, ma da un figlio non ci riesci. Alle sue quattro figlie raccomandava di non dire che erano figlie sue, figlie di Alda Merini, la pazza. Né voleva che andassero a trovarla in ospedale e, quando tornava a casa, spesso i suoi giorni litigiosi la spingevano ad affidare i figli ad altri e a farsi ricoverare di sua sponte. Tuttavia continuava a dire nelle sue interviste, che la sua vita era stata molto bella. E la bellezza di cui lei parla è certo quella della variegata ed eccezionale vita esperienziale che come in un crogiuolo ha formato la sua poesia.

«L’altra verità. Diario di una diversa» è l’opera da cui bisogna partire per conoscerla. Si può apprezzare la poesia di Merini solo leggendo i suoi versi, ma solo avvicinandosi alla sua vita si può gustarne il frutto appieno. Si può afferrare con mano quel frutto poetico cresciuto su un albero innestato nella follia, come lei stessa ha detto. Era come invasata dalla poesia, scriveva spesso come in trance. Aveva cominciato a cinque o sei anni e sempre la poesia era per lei quella “goccia d’acqua purissima”che la dissetava e la sosteneva.

Se la mia poesia non fosse come una gruccia
che tiene su uno scheletro tremante,
cadrei a terra come un cadavere
che l’amore ha sconfitto.

 Si potrebbe dire che Alda era in una fase di perenne innamoramento, infatti il poeta s’innamora sempre, perché per lui lo stato di innamoramento è proprio una funzione psicologica. E questo stato di innamoramento, di meraviglia, di innocenza lei lo vedeva nell’essere bambini.

Il manicomio non è dentro quattro mura, ma è nella società di fuori che ha perso, ha smesso di avere al suo interno persone innocenti. Prima ‒ ha raccontato in una delle sue interviste ‒ quando rivolgevi uno sguardo ad una persona, lei se ne accorgeva e rispondeva con un sorriso, oggi le persone non si guardano più, non si guardano i volti, ma nemmeno le mani delle persone. Le mani dicono molto di una persona, dicono di chi ha sofferto molto, perché le mani sono un oggetto di dolore, di amore e di preghiera.

Solo quando si entra nella zona d’ombra della vecchiaia si ritorna innocenti. Si ritorna bambini.

Alda ebbe sempre parole tenere per gli anziani, che ‒ dice scherzosamente ‒ non dovrebbero andare all’Università della terza età, ma dovrebbero giocare, darsi alla gioia come i bambini, tornare a innamorarsi, continuare a sentirsi fiori, farfalle.

Ma, per tornare al suo diario, Alda dice di essersi salvata dal manicomio, solo perché era giovane e dunque aveva energie da opporre alla brutalità e alle torture, ma soprattutto perché aveva considerato il suo corpo un oggetto, un oggetto indifeso su cui gli altri potevano accanirsi. Il manicomio: «il monte Sinai su cui ricevi le tavole di una Legge agli uomini sconosciuta».

La sua mente rimane integra, pura e folle. La follia, dirà, merita i suoi applausi, la follia come quella dei mistici, quella forza pura e alta come quella di san Francesco, che ti fa fare cose grandi e impossibili agli altri, un impulso irresistibile a creare la vita perché la pazzia non esiste, esiste solo nel terrore che hanno tutti di perdere la ragione. E la vita continua: nonostante il manicomio fosse stato «una scuola di formazione pitagorica», non aveva avvertito il passare degli anni, perché quando non aspetti nessuno e ti aspetti solo di morire da un momento all’altro, accorgersi di essere vivi è una gioia.

Con questo sentire, con sulle spalle un dolore enorme che diventa forza propulsiva che fa creare, Alda Merini scrive le sue più belle poesie, in solitudine. La solitudine da lei simboleggiata in una pietra. Le più belle poesie si scrivono sulle pietre, si scrivono quando riusciamo a fare un dialogo con noi stessi, infinito; quando riusciamo a ridere nei momenti peggiori della nostra vita, e a considerare il pianto, forse, come una preghiera:

Sono nata il 21 a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

 

Articolo di Giulia Basile

62239253_365918477239533_7698025560005410816_n.jpgFondatrice della Sezione Comunale Avis di Noci (Bari) ed ex sindaca dello stesso Comune, si dedica con tenacia, da sempre, al difficile compito della formazione. Convinta attivista sociale, collabora con molte associazioni territoriali e nazionali. La creatività espressa in molte sue pubblicazioni di poesia e prosa e la cura nel trasmettere l’amore per la cultura sono il fiore all’occhiello del suo percorso

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