Riflessioni di una bambina divenuta adulta

Mia nonna, nata nel 1897, mi raccontava, nella sua ampia cucina ordinata mentre sferruzzava, sedute una accanto all’altra, che il nonno nell’epoca fascista era un convinto comunista e che nel paesino del Lazio dove vivevano veniva spesso picchiato dalle camicie nere e lasciato ferito dolorante davanti l’uscio di casa. Mio nonno non ha mai smesso di cantare “Bandiera rossa” nonostante le botte. Rammento che le narrazioni, del periodo fascista, erano tutte al maschile. I racconti storico-femminili di famiglia si fermavano sulla figura delle crocerossine nella Prima guerra mondiale, sul ruolo che ebbero nella Seconda guerra, presenti negli ospedali da campo, infermiere volontarie in Etiopia, Eritrea, Somalia. È un corpo, tutt’ora, ausiliario delle forze armate, a cui Sandro Pertini, con una legge del 1985, concesse l’uso della bandiera nazionale “per gli alti meriti civili e militari resi alla nazione.”

Iniziai a studiare con interesse la storia d’Italia. L’insegnamento della famiglia concentrò la mia attenzione principalmente sul periodo fascista. Avevo tredici anni quando lessi Il Diario di Anna Frank. Rimasi molto colpita da quella lettura, in me è vivo il dolore di allora per la storia di una bambina ebrea. E così ho approfondito anche il periodo nazista.

Spesso mi sono chiesta come abbiano fatto le donne tedesche a divenire guardie dei lager; come abbiano potuto compiere delitti tanto efferati e accompagnare i bambini nelle camere a gas. La convinzione era che la crudeltà appartenesse solo all’uomo, al maschio. Perché più forte fisicamente, più pronto a sostenere l’emotività o forse perché ripensavo ai racconti di mia nonna. La mia fantasia di bambina immaginava che l’anima della donna fosse più sensibile, amorevole e romantica. Non paragonabile a quella dell’uomo. Iniziai allora una ricerca sulle enciclopedie di storia ben disposte sulla libreria di legno di teak della mia casa di adolescente. Scoprii che le donne tedesche si arruolavano per addestrarsi e rafforzare la loro crudeltà. Che fossero, nei confronti degli internati, di gran lunga più spietate e malvagie degli uomini. Erano loro a scegliere le più belle da destinare ai bordelli istituiti all’interno dei lager per il divertimento degli ufficiali. Erano loro a decidere chi potesse vivere o morire. Erano loro a scrivere il destino di bambine, bambini e madri e decidere sulla vita di donne disperate e indifese. Come può esistere nell’animo di una donna tanto accanimento, tanta crudeltà? Provo lo stesso orrore di ragazzina solo a immaginare le donne che camminavano lungo le strade infangate dei lager con un portamento potente che incuteva terrore.

Irma Grese, la donna più sadica del nazismo. La donna dal corpo perfetto, dagli occhi azzurri scelta da Hitler come ideale della razza ariana (in copertina, con il numero 9).

Hildegard Lächter, spietata guardiana del campo polacco di Majdanek, complice dell’uccisione di 1.200 persone, eppure assoldata nel dopoguerra dalla CIA e dai servizi segreti della Germania occidentale.

Maria Mandel, incaricata di scegliere gli ebrei da mandare alla camera a gas, eppure così sensibile alla musica da volere e creare l’Orchestra di Auschwitz, composta da prigionieri.

Foto 1. Mandel

Ilse Koch, “la strega di Buchenwald”, che scuoia i tatuaggi sulla pelle degli internati uccisi nei campi per farne paralumi

Juana Bormann, la donna dei cani, allenati ad attaccare gli ebrei (foto 2 a sinistra).

foto2
A sinistra Juana Bormann, a destra Ilse Koch

Elisabetta Valkenrath, la crudele responsabile delle SS nei campi di Ravensbruck, poi Auschwitz e infine Bergen-Belsen (foto A).

Hermine Braunsteiner, detta la cavalla scalciante, perché uccide le prigioniere di Ravensbruck calpestandole  con i suoi stivali rinforzati di ferro (foto B).

Dorothea Binz, assegnata alle punizione del campo di Ravensbruck, autorizzava la morte di neonati, torturava le donne (foto C).

Herta Oberheuser, la dermatologa di Ravensbruck che uccide i bambini con i barbiturici e ne asporta gli organi, infligge ferite e le infetta per simulare e studiare quelle riportare dai soldati tedeschi (foto D).

Foto 3

Testimonianze, condanne più o meno brevi, pentite non pentite, contraddizioni.

Traudi Junge, fedelissima segretaria di Hither, alla fine della sua vita scrisse sul suo diario: “Notai la targa alla memoria di Sophie Scholl a Monaco, e quando capii che quella ragazza era stata giustiziata nel 1943, ne fui profondamente scioccata.” Sophie, fondatrice insieme al fratello e altri ragazzi, del gruppo “La Rosa bianca,” fu la prima per gli storici a denunciare l’Olocausto con la diffusione di volantini ”…il tedesco deve sentirsi colpevole, colpevole, colpevole”.

Non più nazismo ma ancora donne che negli asili nido picchiano i bambini, nelle case di riposo picchiano gli anziani e tanto altro. È come se nel mondo ci fossero ancora tante donne naziste. Desidero banalmente pensare che esistono persone buone o cattive. Affrontare, per non dimenticare, l’aspetto crudele delle donne è scontrarsi con una dolorosa e dura verità che non può rimanere ingabbiata.

 

Articolo di Claudia Mecozzi

D8wrsqss.jpegHa lavorato in ambito amministrativo nel settore della Ricerca Scientifica. Ama le biografie femminili, i cantautori italiani degli anni 70, la musica tutta, e la scrittura, sia per mettersi in contatto con i sentimenti più profondi sia come mezzo di autoanalisi. Impegnata nel sociale nell’ambiente dell’infanzia. Studia e legge per passione, per desiderio di migliorarsi.

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