A Milano da Brunella

Brunella, che in realtà si chiama Bianca, mi accoglie calorosamente nel suo appartamento di Milano, città in cui vive da tutta la vita.
I raggi del sole che filtrano dalla finestra mettono in risalto i vortici del fumo che esala dalla tazzina di caffè bollente che mi sta porgendo. Nel frattempo, si è seduta di fronte a me, al tavolo della cucina, e me la immagino mentre scrive, scrive e ancora scrive, proprio su quella sedia.

“Come vuole che la chiami? Brunella o Bianca?”
“Brunella! Sono nata Bianca ma, alla fine, è Brunella il nome che ho scelto…”

“Che tipo di bambina era?”
“Viziatissima, ma era naturale che fosse così… Sono sempre stata la piccolina di casa, nata quando i miei fratelli erano già grandicelli e totalmente inaspettata. Per questo, tendevano tutti a proteggermi e a riservarmi molte attenzioni, a coccolarmi tutto il tempo.”

“Soprattutto la mamma, immagino.”
“Ero una mammona senza speranze” dice ridendo e mandando giù un altro sorso di caffè “ti dico solo che avevo uno scialle lunghissimo che collegava il mio letto al letto di mia mamma, nell’altra stanza.”

“E perché?”
“Perché così quando tiravo lo scialle lei sapeva che avevo bisogno di sentirla e lo tirava a sua volta, per non farmi sentire sola, per farmi capire che era con me… A ripensarci adesso mi viene da ridere! Come capirai, mia madre non faceva assolutamente nulla per nascondere la sua predilezione per me e questo, se da una parte mi faceva sentire molto amata, dall’altra mi ha fatto passare per una bambina più fragile di quanto non fossi.”

“Quando ha cominciato a scrivere e perché?”
“Ho iniziato da piccolissima, già a nove anni abbozzavo i primi romanzi. Mi piaceva tantissimo, ma ammetto a me stessa di aver sempre avuto poca fantasia…”

“In che senso poca fantasia?”
“Nel senso che io non sono mai stata brava ad adeguarmi all’intreccio che piaceva al pubblico, sai, a quello della narrativa rosa, con il lieto fine obbligato, i personaggi tutti d’un pezzo… Sono le leggi del mercato, le ho dovute seguire in un modo o nell’altro, ma il mio spirito mi ha sempre suggerito di lasciare un margine molto sfumato tra i buoni e i cattivi, di seguire la realtà e non essere mai ‘categorica’.”

“Si sente più scrittrice o giornalista?”
“Non mi sento nessuna delle due cose: non ho mai pubblicato un romanzo che non fosse prima uscito sul giornale e non ho neanche mai lavorato in una redazione. Mi sento solo una donna che scrive, pur dopo trent’anni di attività e innumerevoli pezzi. Ho sempre scritto da casa, era questo il grande vantaggio pratico che mi ha fatto avvicinare al mondo dei giornali femminili, così era più facile lavorare e pensare ai bambini allo stesso tempo.”

“Mi stavo giusto chiedendo cos’è che l’ha fatta avvicinare alle riviste…”
“Mi ricordo che quando ero ancora a scuola mi capitò per le mani la posta di Candida, su Novella, e mi sembrò una rubrica diversa dalle solite, perché Candida, pur restando profondamente conservatrice, era una voce sveglia, intelligente e brillante. Allora ho provato a inviare un mio racconto, per avviare una collaborazione, ma me l’hanno rifiutato.”

“E poi?”
“E poi ho perseverato, continuando a proporre alla redazione della rivista i miei scritti, finché non hanno cominciato a pubblicarmi, nonostante fossi totalmente diversa dalle scrittrici di maggior successo dell’epoca, come Liala. Dopo un po’, mi hanno affidato la posta di Candida e ne ero entusiasta: potevo scrivere sentendomi utile, mandando dei messaggi in cui credevo, anche se spesso voleva dire andare incontro a critiche feroci…”

“Qual era la critica più frequente che riceveva?”
“Di essere troppo moderna, senza dubbio. Mi accusavano di essere troppo brusca e ironica, ma la verità è che ho sempre portato sia in Novella sia in Annabella problemi reali, di vita vera e attraverso le confidenze altrui venivano alla luce aspetti interessanti della condizione femminile e, di conseguenza, della condizione maschile.”

“Cosa si porta dentro dell’esperienza della posta?”
“Mi porto dentro un punto di vista nuovo, sfaccettato e mai assoluto. Mi porto dentro ogni singola voce che ha deciso di volermi raccontare un suo piccolo squarcio di vita e la scelta di affrontare i problemi delle donne in modo nuovo, non mistificante, non melenso, portando a galla questioni fondamentali come il divorzio, l’aborto e l’accesso al lavoro.”

Caffè finito. Devo andare via, anche se Brunella ha una grazia tale da avermi fatto venire voglia di raccontarle per filo e per segno tutta la mia vita!

-.-.-.

Brunella Gasperini, pseudonimo di Bianca Robecchi, è nata a Milano nel 1918 ed è stata una giornalista e scrittrice italiana. Ha collaborato con le riviste Novella e Annabella, trattando nelle sue celebri rubriche tematiche di attualità in una chiave nuova e moderna, parlando, tra le altre cose, di divorzio, aborto e lavoro femminile.
Nel 1956 ha pubblicato con Rizzoli il suo primo romanzo L’estate dei bisbigli, seguito da molti altri, fino all’autobiografia Una donna e altri animali.
È morta a Milano nel 1979.

 

Articolo di Emma de Pasquale

1ZjisCuMEmma de Pasquale è nata a Roma nel 1997 ed è attualmente laureanda in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Ha interesse per il giornalismo e l’editoria, soprattutto se volti a mettere in evidenza le criticità dei nostri tempi in un’ottica di genere.

 

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