Alberto Manzi e il demone dell’educazione

Ci sono persone che col demone dell’educazione ci nascono. Sono quelle che prendono sul serio l’etimologia della parola insegnare (dal latino in e signum lasciare il segno), quelle che guardano più alle opportunità che agli ostacoli, quelle che davanti a bambine/i e a ragazze/i spalancano gli occhi dalla meraviglia più che stringerli per la diffidenza, quelle che condiscono di fantasia e sperimentazione la solidità delle strategie collaudate.

foto 1. Alberto Manzi

Alberto Manzi (Roma, 3 novembre 1924 – Pitigliano, 4 dicembre 1997) era certamente una di queste persone. L’eccezionalità del personaggio è intuibile fin dalla biografia, che lo vede diplomarsi nel 1942 alla scuola Magistrale e contemporaneamente all’Istituto Nautico. Per tutta la vita Alberto dirà che questa doppia formazione ha condizionato indelebilmente il suo modo di interpretare la vita e il mestiere di insegnante. Capace insieme di condurre alla meta una nave fra i flutti e i marosi, come di accompagnare un bambino o una bambina nella grande avventura della crescita, fino alla meta della conoscenza. Di lauree, uno così, ne avrebbe potute prendere quante ne voleva, ma, tra la guerra e gli sconvolgimenti che ne seguirono, ne scelse due: scienze naturali e pedagogia e filosofia. Qualche anno dopo, specializzatosi anche in psicologia, diresse la Scuola Sperimentale dell’Istituto di Pedagogia della Facoltà di Magistero de La Sapienza. Chiunque, al suo posto, si sarebbe sentito arrivato. A trent’anni insegnare all’Università, avendo un bagaglio culturale di tutto rispetto, che ti rende un buon conoscitore del mondo come dell’umano, sembra il massimo. Ma, lo abbiamo detto all’inizio, se nasci col demone dell’educazione, prima o poi il cuore chiede il conto. E Manzi fa ciò che nessuno, al suo posto, avrebbe pensato: lascia le aule universitarie e, nel 1954, prende servizio come insegnante elementare presso la scuola Fratelli Bandiera di Roma, per effettuare direttamente ricerche di psicologia didattica (studi che proseguirà ininterrottamente per tutta la vita). Durante gli anni di lavoro coi suoi bambini, il maestro Alberto trova il tempo di scrivere anche alcuni libri per ragazzi (il più famoso è Orzowei, pubblicato nel 1955, da cui fu tratta negli anni ’70 la serie televisiva omonima, che ebbe grande successo, per la Tv dei ragazzi). Il 15 Novembre 1960 va in onda la prima puntata di Non è mai troppo tardi, fortunatissima trasmissione che riproduce vere e proprie lezioni di scuola primaria con metodologie per quegli anni innovative. Si stima che, in otto anni di puntate tardo pomeridiane, Manzi abbia portato al conseguimento della licenza elementare quasi un milione e mezzo di persone. Chissà per quale strana ragione i produttori scelsero proprio lui forse perché, durante il provino, il maestro Alberto aveva strappato il copione che gli era stato consegnato, per improvvisare una lezione delle sue, con lo stile chiaro e originale di chi sapeva condurre al molo una nave anche al buio. Da quel momento, il grosso blocco che riempiva di lettere, parole e disegni diventò, per milioni di italiani, il porto sicuro della conoscenza, il mondo incantato in cui simboli misteriosi svelavano i propri significati. Uno sperimentatore e un pioniere, Manzi, proprio come, dall’altra arte del mondo occidentale, faceva il Dewey delle ricerche sul campo, della scuola-laboratorio di Chicago e dell’alfabetizzazione di massa (siamo appena una trentina di anni prima di Non è mai troppo tardi). Entrambi docenti universitari, entrambi pedagogisti e filosofi, entrambi innamorati dell’educare, attenti alle classi meno abbienti, per le quali l’accesso alla cultura di base costituisce la sola possibilità di riscatto sociale. In questa attenzione agli ultimi, li riscopriamo vicini ad un altro grandissimo del pensiero pedagogico italiano: don Lorenzo Milani. È un filo sottile ma tenace quello della pedagogia per i poveri e della scuola per tutti, che attraversa, non soltanto grazie a questi tre eccezionali pedagogisti ma certamente anche per merito loro, tutto il Novecento. Manzi, esattamente come don Lorenzo, criticherà ferocemente il modello della scuola pubblica italiana, in particolare quello della scuola riformata, che nel 1981 prevedeva di redigere le cosiddette schede di valutazione. Il maestro Alberto, che ci rimise lo stipendio e venne sospeso dall’insegnamento, ebbe allora a dichiarare: “non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché il ragazzo cambia, è in movimento; se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest’anno, l’abbiamo bollato per i prossimi anni”. Concetto molto forte e ancora di grande qualità. Qualche anno prima i ragazzi di Barbiana nel loro Lettera a una professoressa (1968) avevano sostenuto una tesi pressoché identica sull’ingiustizia dei giudizi degli insegnati, che pretendevano di usare lo stesso metro di valutazione per alunni che provenivano da realtà culturali e familiari completamente diverse. Ma il demone dell’educazione, quando uno ce l’ha dentro, non si arrende neppure di fronte alla sospensione dello stipendio. Nel 1992 la Rai ripropose Manzi ne L’italiano per gli extracomunitari, 60 puntate televisive, in onda su Rai 3 per insegnare la lingua italiana agli stranieri.
Quanto la scuola di oggi, con le sue normative a tutela delle fragilità, delle differenze, della disabilità (legge 104/92), del disagio socio-culturale
ed economico (direttiva Profumo, Dicembre 2012) deve alle riflessioni di questi giganti della pedagogia e, in particolare, dell’educazione scolastica? E, per contro, quanti maestri Alberto servirebbero ancora oggi? Consapevoli che per essere grande protagonista dell’educazione occorrono almeno quattro qualità: la solidità di un metodo centrato sull’alunno/a (e quindi che sappia, come lui o lei, cambiare e adattarsi alle situazioni); una eccellente capacità comunicativa e relazionale e l’amore profondo per la propria professione e per gli/le studenti. Così, però, siamo arrivati a solo a tre. La quarta qualità necessaria, io credo sia la capacità di disobbedire. E di andare controcorrente, quando il fiume della didattica rischia di trascinarci in una palude di disuguaglianze e, per i sopravvissuti al naufragio, di omologazione.

Grazie, maestro Manzi, per averci insegnato molto più dell’italiano.  

 

Articolo di Chiara Baldini

BALDINI-PRIMO PIANO.jpgClasse 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

  

3 commenti

  1. Un grande. Mia cugina ha avuto la fortuna di averlo come maestro alla Fratelli Bandiera. A furia di sentir lei dire “il maestro”, ancora oggi se sento dire “il maestro” penso a lui.

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  2. Ho conosciuto il Maestro ,i suoi metodi ,quello che sono stati i suoi alunni, almeno qualcuno di loro , e come sono cresciuti con maturità senza paure e responsabili

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