Ritessere il mondo. Il messaggio di Vandana Shiva

Definire Vandana Shiva non è semplice: un’attivista, una fisica, una filosofa della scienza,  un’ambientalista, una ribelle, una no global, un’economista, un’ecologista sociale, un’ecofemminista?
L’indiana, nata a Dhera Dhun il 5 novembre del 1952 da una famiglia progressista, è tutto questo e molto altro e sembra incarnare al meglio il ruolo di “educatrice” nell’era planetaria della globalizzazione, una persona che, consapevole del destino comune che stiamo vivendo, ha il compito di mettere in guardia le persone sui pericoli che lo sviluppo sfrenato del capitalismo sta creando, di immaginare mondi diversi e di metterli in pratica.
Si laurea in Canada, con una tesi sulle implicazioni filosofiche della meccanica quantistica. Tornata a casa dopo gli studi universitari, di fronte allo scempio di una diga costruita in Himalaya e ai danni dell’invasione del modello capitalistico di sviluppo sulla montagna, constata l’impotenza e l’inadeguatezza della sua laurea ed è attratta dalla ricerca interdisciplinare, che mette insieme scienza, tecnologia e politica ambientale. Lo studio a compartimenti stagni non è più idoneo a capire i problemi del mondo, occorre dilatare lo sguardo e scegliere un approccio multidisciplinare. Per questo fonda nel 1982 la Research Foundation for Science, Technology and Natural Resource Policy, di cui è tuttora direttrice.  Ad insegnarle l’attenzione per la natura sono le donne del movimento Chipko, a cui presto si unirà come volontaria ed attivista, donne ribelli che abbracciano gli alberi che i taglialegna stanno per abbattere nelle foreste dell’Himalaya. Contro le obiezioni anche di alcuni dei loro mariti, che sostengono che il taglio degli alberi crea profitto, le donne rispondono che il vero valore delle foreste non risiede nel legname dei singoli alberi abbattuti, ma nei loro corsi d’acqua, nel foraggio per il bestiame e nella legna per il fuoco; e  dichiarano che i tagliatori dovranno ucciderle prima di abbattere gli alberi.
Vandana capisce che siamo tutti legati da una stessa comunità di destino, in cui si mescolano ed interferiscono relazioni  economiche, politiche, sociali, nazionali, etniche, religiose. Abbandona la scienza e si dedica ad approfondire i temi legati all’agricoltura e alla biodiversità. È la Terra Madre quella che sta soffrendo di più e questa donna che indossa il sari, il tipico abito delle indiane, e ha un bindi rosso sulla fronte, sul sesto chakra, quello della saggezza nascosta, dedicherà tutta la sua vita a ricordarlo al mondo con i suoi libri, le sue conferenze, le sue interviste, e la partecipazione ai Forum sociali per una globalizzazione diversa.
Il ricorso su scala mondiale alle monoculture, anche se ha assicurato rese agricole altissime, ha alterato gli equilibri del territorio, richiedendo l’uso di insetticidi e pesticidi, che hanno provocato la scomparsa di api e farfalle, fondamentali per l’impollinazione delle piante.

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Lo sfruttamento delle riserve di acqua, sottratte alle popolazioni civili e utilizzate per la coltivazione di piante idrovore come la canna da zucchero e l’eucalipto, è sbagliato. Gli organismi geneticamente modificati, utilizzati durante la rivoluzione verde in India e forniti dagli Usa per allontanare il Paese da pericolose influenze sovietiche, hanno causato una forte perdita di fertilità del suolo dovuta all’uso sconsiderato  dei concimi chimici che hanno fortemente salinizzato il terreno. Lo sviluppo del capitalismo delle multinazionali agroalimentari ha distrutto la biodiversità ed ha impoverito i contadini. I brevetti delle varietà agricole hanno permesso alle multinazionali del settore di appropriarsi di saperi millenari ed espropriare progressivamente i contadini del loro sapere. È dall’agricoltura che bisogna ripartire per costruire un diverso modello di sviluppo, uno sviluppo sostenibile, rispettoso del pianeta e dei bisogni delle generazioni future. Sarà quindi inevitabile per Vandana Shiva guidare la rivoluzione verde contro il Gatt nel 1993, organizzando la mobilitazione di cinquecentomila agricoltori.  In quell’anno riceverà il Right Livelihood Award, il Premio Nobel alternativo. Al Forum Internazionale sulla Globalizzazione, di cui diventerà una delle esponenti più ascoltate, ripeterà che non è conveniente accettare aiuti dai Paesi ricchi, se questi aiuti sono subordinati a programmi di aggiustamento strutturale di austerity, imposti dagli organismi internazionali, come Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e Wto, che tagliano le spese in istruzione e sanità e fanno aumentare il debito, strangolando le popolazioni in un circolo vizioso della povertà.
«La globalizzazione ha generato una nuova schiavitù, un nuovo olocausto, un nuovo apartheid. È una guerra contro la natura, contro le donne, contro i bambini, contro i poveri. È una guerra di culture monolitiche contro la diversità, del grande contro il piccolo, di tecnologie da guerra contro la natura».  Alla Corte delle donne in Sudafrica il suo giudizio sul capitalismo e sui danni della globalizzazione selvaggia sarà radicale e inappellabile. Pur utilizzando i metodi gandhiani della non violenza, giungerà ad affermare: «Non consentiremo che l’avidità e la violenza siano considerate gli unici valori in grado di dar forma alle nostre culture ed esistenze. Sappiamo che la violenza genera violenza, la paura altra paura e che la pace porta pace e l’amore amore. Ritesseremo il mondo come un posto di condivisione e cura, di amore e giustizia».

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Sarà inevitabile, per lei, il passo successivo: uno sviluppo che accentua la diversità tra i sessi e discrimina maschi e femmine nelle attività sociali è sottosviluppo o malsviluppo, una forma di crescita che colpisce maggiormente le donne perché sono, tra i più poveri, le più povere. «Le donne sono depositarie di un sapere originario, derivato da secoli di familiarità con la terra, un sapere che la scienza moderna baconiana e maschilista ha condannato a morte.» Il capitalismo si è sviluppato tenendo in considerazione solo il punto di vista maschile, basato sullo sfruttamento delle donne e della natura. Un altro modello è possibile ed è quello basato «sul principio femminile, conservativo, ecologico», che le donne devono cominciare a mettere in pratica, opponendosi a quello violento e dominante. «Le donne tramandano conoscenza, sono creative, non sono passive, come le ha sempre descritte la cultura patriarcale. Sono le massime esperte mondiali di biodiversità, di nutrizione e di quelle pratiche economiche che consentono di produrre tanto con poco». Lo fanno da sempre. Si prendono cura, danno da mangiare. Ma in questo sistema industriale ed economico globalizzato il loro sapere non viene preso in considerazione.
Vandana Shiva comincia a conservare i semi raccolti nei campi dei contadini e nel 1994 apre la fattoria Navdanya nella Don Valley, situata sulla cima meno elevata della regione himalayana della provincia di Uttarakhand. Oggi lei e le sue donne conservano e seminano 630 varietà di riso, 150 varietà di grano e centinaia di altre specie. Praticano e promuovono una forma di coltivazione basata sulla biodiversità che produce quantità maggiori di cibo e nutrimento per ogni acro di terra. La conservazione della biodiversità è la risposta di Vandana Shiva alla crisi di cibo e di nutrienti.
A tutt’oggi il movimento Navdanya ha realizzato, con l’aiuto dei contadini, ben 100 banche di sementi sparse in tutta l’India. Ha salvato più di 3000 varietà di riso. Ha anche aiutato i contadini a passare da sistemi di monocolture basati sulla chimica e su combustibili fossili a sistemi ecologici biodiversi alimentati dal sole e dal suolo. Qui è nata anche l’Università della Terra, dove si insegna la democrazia della Terra, con il diritto umano al cibo e all’acqua, in totale controtendenza al “terribile diritto” che consente di appropriarci della terra, di mangiarcela, usarla come una miniera e una discarica, di praticare il land grabbing, consumare il suolo e distruggere per moltissimi anni la sua fertilità. Questa università continua quella fondata dal poeta indiano Tagore, secondo il quale la foresta ci insegna  la logica della “sufficienza”: in quanto principio di equità, ci indica come gioire dei doni della natura senza sfruttamento né accumulo.
«Cercate la felicità attraverso la rinuncia e non attraverso l’avidità del possesso. Nessuna specie nella foresta si appropria del territorio di un’altra specie. Ciascun essere di una specie trae il proprio sostentamento collaborando con gli altri.», questo ci ricorda, citando i saggi indiani, Vandana Shiva mettendo in pratica alcuni pensieri di Tagore
(Vandana Shiva in Cosa farebbe la Natura, pubblicazione della rivista YES! dell’Inverno 2012.).
Nel 1995 Vandana Shiva scriverà un libro fondamentale, insieme all’economista e sociologa tedesca Maria Meis, Ecofeminism, ed ecofemminista si definirà da quel momento.
Non sarà facile fare entrare il suo pensiero nei nostri manuali di Economia politica, monopolizzati dal pensiero unico maschile accademico. Se saremo fortunate, ci capiterà di vederla citata in qualche testo illuminato, nell’ultimo capitolo, quello che non tutti approfondiscono,  quello che si può saltare, quello della cooperazione allo sviluppo, senza alcun accenno alla corrente di pensiero ecofemminista, che tanto di nuovo ha prodotto nell’analisi del malfunzionamento del mercato.                                                            In un’intervista rilasciata durante l’Expo di Milano, l’economista che è stata vicepresidente di Slowfood, ha collaborato con la rivista “La Nuova Ecologia” di Legambiente e ha ricevuto nel 2003 una laurea  honoris causa dall’Università della Calabria in Scienza della nutrizione, ci ha messo in guardia sulla sparizione di semi e prodotti della terra, sull’avvelenamento dei diserbanti, sul nostro modo spesso sbagliato di mangiare, che ci rende grassi e malati, sul nostro consumismo sfrenato, su un modello di sviluppo fondato sulla violenza sulle donne, sull’importanza dell’imparare dalla natura a reagire e rigenerarsi, sulla necessità di pensare in positivo, di diventare attivisti e promotori di cambiamento, sull’importanza di conservare i semi, proteggere il suolo e l’acqua per consegnare alle generazioni future un mondo migliore di quello devastato dalla continua crescita di cui ha bisogno il capitalismo per non morire.
«Quando la natura è maestra, noi creiamo con lei, le riconosciamo la sua azione ed i suoi diritti.» Vandana Shiva ricorda che l’Ecuador ha riconosciuto nella sua Costituzione nel 2011 i “diritti della natura”, di cui si è discusso anche in una Conferenza delle Nazioni Unite dedicata all’armonia con la natura. «In definitiva, ha affermato in quell’occasione il Segretario Generale delle Nazioni Unite, l’atteggiamento distruttivo nei confronti dell’ambiente è il risultato del fallimento nel riconoscere che gli esseri umani sono una parte inseparabile della natura; non possiamo danneggiarla senza danneggiare noi stessi». Vandana Shiva è stata a lungo ignorata, poi si è deciso di combatterla, deridendola, descrivendola spesso come un’ingenua sprovveduta, omettendo di ricordare i suoi titoli, dandole dell’ignorante, come spesso accade con le donne pensanti e perciò stesso pericolose. Polemiche su alcune analisi a proposito del Golden Rice e sul numero dei suicidi dei contadini hanno cercato di minarne la credibilità, ma, come diceva uno dei suoi ispiratori e maestri, Gandhi: «Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono, poi vinci». Di diritti della natura, consumo di suolo, land grabbing, diritti delle piante e degli animali si comincia a parlare anche nel ricco Occidente, che prova a immaginare di ampliare il catalogo dei diritti contenuti nelle Costituzioni e comincia con grande ritardo a discutere dei diritti delle generazioni future.
Per chi volesse approfondire il pensiero di questa attivista poliedrica, combattente con mitezza, si segnalano, oltre ad Ecofemminismo, i suoi discorsi nel docufilm The corporation e i libri Biopirateria. Il saccheggio dei saperi locali, Vacche sacre e mucche pazze. Il furto delle riserve alimentari globali, Terra Madre, sopravvivere allo sviluppo e La debolezza del più forte. Globalizzazione e diritti umani, in cui compaiono anche scritti di Joseph Stiglitz e Noam Chomskj.

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Articolo di Sara Marsico

Sara Marsico.400x400.jpgAbilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLILÈ stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donneÈ appassionata di corsa e montagna. 

Un commento

  1. Una Donna fantastica, una “combattente con mitezza”, come le donne sanno essere: grazie per questo intenso, poetico e puntuale resoconto della sua poliedrica attività!

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