La Sardegna, una storia d’anima e di legami

Dopo la Campania, il nostro viaggio alla scoperta del vino prodotto da donne approda al di là del mare e raggiunge la Sardegna, altro luogo che mi è molto caro perché ha dato i natali alla scrittrice di cui mi sono occupata per la mia tesi di laurea, Grazia Deledda. Nel suo romanzo autobiografico Cosima (postumo, 1936) – riletto anche come storia di formazione o dichiarazione di poetica Deledda già dava voce a quel sentimento di “solitudine” che negli anni a venire Laura Fortini e Paola Pittalis avrebbero ravvisato nelle scrittrici e degli scrittori della Sardegna: «E da un castello di macigni sopra i quali volteggiavano i falchi che parevano attirati dal sole come le farfalle notturne dalle lampade, vide una grande spada luccicante messa ai piedi di una scogliera come in segno che l’isola era stata tagliata dal continente e tale doveva restare per l’eternità. Era il mare che Cosima vedeva per la prima volta».
Unica premio Nobel della letteratura italiana, rappresenta un vero e proprio caso critico del Novecento, in quanto le sue opere non sono annoverate nel canone della letteratura,  anche se molto è stato fatto negli ultimi trent’anni grazie soprattutto alla Società Italiana delle Letterate che ha contribuito a riportare alla luce l’esperienza letteraria e culturale delle scrittrici. Il caso deleddiano nasce da una resistenza della critica mainstream nei confronti della lingua letteraria utilizzata dalla scrittrice, che alterna l’italiano alla lingua materna, il sardo, per riferirsi ad alcuni aspetti della sua terra d’origine. Tacciato di regionalismo, quando non addirittura di tradimento, ciò che in realtà voleva configurarsi come un omaggio alla propria terra natia, i caratteri radicalmente innovatori della sua scrittura sono stati ignorati perché eccedevano il modello estetico imposto dalla tradizione. Invece Deledda, che a Roma si era trasferita nel 1900 e nella sua Sardegna non tornò più, ci consegna e insegna allo stesso tempo una grande eredità. Secondo Monica Farnetti Deledda ci consegna «una Sardegna, sì, ma una Sardegna intesa e compresa come parte per il tutto, come mondo in riassunto alla stregua della shakespeariana Inghilterra, come isola/mondo o cosmo»; per Fortini invece ci insegna che guardare le cose da lontano permette di coglierne la valenza universale: «Come se l’attraversamento del mare – l’andare
costituisca uno spazio di definizione di una percezione altrimenti non nitida». In questo caso lo spazio, uno dei cardini, assieme al nome, della toponomastica, essenziali per un’esistenza dignitosa, si configura attraverso un movimento che si declina allo stesso tempo come migrazione e abito letterario, come ha notato a ragione Fortini, che proprio per il rapporto continuo di rimando e contiguità con la lingua madre ha interpretato l’opera deleddiana come scrittura diasporica. Al di là del mare, infatti, ci sarebbe stato il lieto fine: il successo fra il grande pubblico cui ha consegnato l’immagine della sua isola in tutta la dignità morale che la sua scrittura le ha conferito.
Situata al centro del Mediterraneo, la Sardegna è una terra dotata di contrasti naturali, asperità e dolcezze, montagne digradanti in coste rocciose e spiagge bianchissime, mare color smeraldo e macchia mediterranea: tra le meraviglie dell’isola si possono annoverare la costa Smeralda e il monte Gennargentu; l’Arcipelago della Maddalena, con il complesso insulare delle cosiddette “sette sorelle”; il parco naturale dell’isola di Asinara, dove asini bianchi vivono ancora allo stato brado; i complessi nuragici, costruiti con grandi blocchi di pietra, testimonianze di una civiltà risalente al 1800 a. C. circa, tra cui il sito di Barumini in provincia di Medio Campidano, attualmente patrimonio Unesco. Un’atmosfera ancestrale e rituale pervade l’isola tutta: tra zone desertiche e boschi dall’aspetto incantato con alberi anche millenari, abitate da cervi, cavalli selvatici, grandi rapaci e varie specie sull’orlo d’estinzione, la Sardegna si distingue per vaste aree rimaste magicamente incontaminate dalla presenza umana.
Tra le altre bellezze ricordiamo Caprera, luogo in cui soggiornò Garibaldi, e Nuoro, ove è possibile visitare la casa-museo di Deledda e la chiesa della Solitudine, nei pressi del monte Ortobene, ai cui piedi è sepolta la scrittrice. Non ultima Ulassai, sede della Stazione dell’arte
un vero e proprio museo a cielo aperto della grande artista Maria Lai – a questo proposito segnalo la sua mostra al MAXXI (Museo nazionale delle arti del XXI secolo) di Roma  intitolata Tenendo per mano il sole, a rievocare la prima Fiaba cucita da lei realizzata. La sua ricerca potrebbe essere sintetizzata nel motto “Essere è tessere e tessere è narrare”: è l’arte del legare, concretamente, con materiali che rimandano al mondo della tessitura, e a livello figurativo, attraverso il linguaggio e la parola come strumenti del tenere insieme.
Dal punto di vista vitivinicolo l’isola vanta una storia secolare: a partire dall’epoca dei nuraghi si consolida prima con i fenici, poi i romani e i monaci bizantini, i quali hanno contribuito al rifiorire della viticultura dopo la caduta dell’impero romano, e raggiunge il momento apicale con gli spagnoli nel Quattrocento. Alla fine del XIX secolo, dopo un periodo favorevole in cui i vini della Sardegna raggiunsero una discreta fama grazie anche e soprattutto alla nascita del regno sardo-piemontese, la fillossera arrestò lo sviluppo. Una decisiva ripresa si registrò negli anni seguenti per merito delle cantine sociali nonostante la maggior parte della produzione fosse destinata all’esportazione. Analogamente, quando gli incentivi per l’espianto indussero a ridurre la produzione a favore di una crescita a livello qualitativo, il mercato vide una stagione di rinascita, anche grazie alla compresenza di vitigni autoctoni e internazionali.
Fra i tradizionali si annoverano cannonau, bovale, carignano, cagnulari, girò, monica, nieddera, pascale; tra quelli a bacca bianca, la malvasia di Sardegna, nasco, nuragus, semidano, vermentino e vernaccia.
A nord dell’isola si produce il Vermentino di Gallura, unica Docg della regione; il Cannonau di Sardegna, che trova la sua terra d’elezione nella provincia di Nuoro – basti pensare che Deledda, in occasione della vincita del Nobel (1926) stappò una bottiglia di pregiato Cannonau di Oliena, ribattezzato aulicamente Nepente
dal greco ne, non, e penthos, tristezza, a significare “nessuna tristezza” da Gabriele D’Annunzio. Dopo un viaggio giovanile in Sardegna compiuto in compagnia di Edoardo Scarfoglio e Cesare Pescarella, scrisse un ridondante elogio di questo vino, conosciuto prosaicamente fino ad allora come “su vinu de Uliana”, favorendone la fortuna: dapprima venduto come uva da taglio, a seguito di un ammodernamento delle tecniche di coltivazione e produzione, raggiunse il successo in tutto il mondo. Solitamente il Cannonau si abbina al tipico porceddu, maialino cotto alla brace e servito su vassoi di sughero cosparsi di rami di mirto. A Oristano si coltiva la vernaccia, assimilabile allo Sherry, da abbinare nella versione secca ai formaggi stagionati, come il pecorino sardo, nella versione dolce alla pasticceria, come i tipici dolcetti di mandorle. A Cagliari si producono il Carignano del Sulcis, vino rosso di buona fattura e corpo, la Malvasia, il Nasco, in una doppia declinazione secca e dolce, e il Moscato.

Carta dei vini della Sardegna
Carta dei vini della Sardegna

 Spostandoci all’estremo opposto, nella parte nord occidentale dell’isola, a Usini, in provincia di Sassari, è situata una cantina che incarna al meglio l’anima pura e mistica della Sardegna: l’azienda Chessa, fondata nel 2005, di proprietà di Giovanna Chessa, la quale si occupa sia della conduzione enologica che agronomica.

Foto 1. Giovanna Chessa
Giovanna Chessa

 Il sapere di questa famiglia, che si occupa di viticoltura da oltre sessant’anni, si sposa con un territorio d’elezione come quello usinese, ove il microclima e la tessitura del terreno conferiscono ai vitigni, su tutti vermentino e il particolarissimo Cagnulari, tipico della zona, un corredo aromatico unico. Con l’intento di rinnovare e potenziare i vigneti, l’azienda si è impegnata nell’espianto di vecchie parcelle e nell’impianto di nuove, sempre nell’ottica di una selezione dei terreni più idonei a coltivare le uve.  Allevate e selezionate con cura secondo un regime di agricoltura integrata, sono lavorate adottando le tecniche enologiche più avanzate ma sempre nel rispetto della tradizione e dell’identità del territorio: due anime che si fondono sino a creare la quintessenza di questi vini.
Il vermentino, se pure molto diffuso e coltivato in tutta l’isola, in questa zona assume delle caratteristiche particolari, che si collocano e si sostengono su un territorio singolare che conferisce al vitigno di tradurre in atto tutte le sue potenzialità. Di colore giallo luminoso, il ventaglio olfattivo si dispiega su note di frutta a polpa gialla, bergamotto, ginestra ed erbe aromatiche, con una scia minerale sul fundo che persiste anche all’assaggio e allunga un sorso strutturato dalla decisa impronta sapida.
Il Cagnulari, vitigno storico della zona e a rischio di estinzione, recuperato e valorizzato da Chessa nonostante sia noto per essere ostico e di forte personalità, è più difficile a gestirsi: eppure il sapiente lavoro di Giovanna ci consegna un prodotto elegante e pronto a evolversi. Di colore rubino vivido, al naso sprigiona profumi di confettura, erbe e una nota più profonda di spezie piccanti e balsamiche, mentre in bocca il tannino e l’acidità fronteggiano l’alcol e le morbidezze, in un gioco di equilibri che raggiungerà il momento apicale negli anni a venire.

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Interessante anche la versione più matura, il Lugherra, cagnulari con un’aggiunta del dieci percento di cannonau, proprio per levigare le asperità del primo, che riposa sei mesi in botti di rovere francese.
Dulcis in fundo
dentro e fuor di metafora il moscato, una vera e propria rivelazione nella versione dolce, frutto di appassimento delle uve sui graticci per circa venti giorni. Vincitore, come gli altri, di numerosi premi fra i quali i quattro tralci, massimo riconoscimento conferito dall’Associazione Italiana  Sommelier a un vino il Kentàles Moscato di Sardegna Passito DOC si riconosce per un colore dorato luminosissimo, dal profumo inconfondibile di cedro e mandarino candito, poi ancora zagare e lavanda che si alternano a note di erbe officinali e miele d’agrumi. Al palato regala un gusto pieno, morbido, fresco e sapido allo stesso tempo, che si protrae all’infinito sino a far vibrare le corde dell’anima.
Una cifra stilistica autentica, quella dei cosiddetti “vini dell’anima”, un termine coniato dalla stessa Chessa per definire i suoi prodotti e che ricorda molto la filiazione d’anima, pratica tipica della società della Sardegna, che Michela Murgia ben descrive nel suo romanzo Accabadora come un tipo di affido o forma di solidarietà che la comunità tutta rivolge ai figli e alle figlie delle famiglie indigenti e che non ha nulla a che vedere con il legame di sangue. Una pratica che ben si adatta alla filosofia dell’azienda, che attraverso questi vini e la storia di esperienza, di gesti antichi e senza tempo che essi hanno alle spalle, intende instaurare un legame indissolubile tra l’anima di chi li produce e di coloro che li consumano.
La storia d’anima di Chessa mi ricorda «quello sforzo del legare, del fluire e del creare» che Virginia Woolf riteneva «poggiare tutto su di lei», sulla signora Ramsey di Al faro, la madre di tutte noi. Uno spirito incarnato al meglio dalla spettacolare opera collettiva dedicata ai viventi, intitolata Legarsi alla montagna che nel 1981 Maria Lai realizzò utilizzando oltre di venti chilometri di nastro azzurro, legando fra loro tutte le case del paese di Ulassai
e con esse, simbolicamente, tutte le famiglie e i loro contrasti fino alla montagna che le sovrasta. Ancora una volta le scrittrici, Deledda e Murgia, l’artista Lai, ma anche la produttrice Chessa, una donna che unisce e si unisce alle persone attraverso i suoi vini, ci insegnano l’arte del legare, del tessere e del narrare, che è anche il modo di essere e stare al mondo delle donne: quello che non vuole disgiunta l’anima dal corpo.

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Letture consigliate

Grazia Deledda, Cosima [1937, postumo], Grazia Deledda, Romanzi e Novelle, a cura di Natalino Sapegno, Mondandori, Milano 1971, pp. 693
Virginia Woolf, Al faro, Universale Economica Feltrinelli, Milano 1992

Per saperne di più

Monica Farnetti, “La scrittura paziente di Grazia Deledda in forma di introduzione.” Chi ha paura di Grazia Deledda? Traduzione, Ricezione, Comparazione, a cura di Monica Farnetti, Iacobelli Editore, Roma 2010
Laura Fortini, “A partire dalla lingua madre. Genealogie delle scritture delle donne in Italia: il caso Sardegna”, Leggendaria, luglio 88, 2011, pp. 57-9, p. 59.
Laura Fortini, “Le eredità deleddiane e Michela Murgia”, Isolitudine. Scrittrici e scrittori della Sardegna, a cura di Laura Fortini e Paola Pittalis, Iacobelli Editore, Roma 2012

https://www.cantinechessa.it/

https://www.maxxi.art/events/maria-lai-tenendo-per-mano-il-sole/

 

Articolo di Eleonora Camilli

59724162_440276389883361_5939648554405462016_nEleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS Associazione Italiana Sommelier ‒ conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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