Monica, la proteiforme

La carriera di Monica Vitti, all’anagrafe Maria Luisa Ceciarelli, nata a Roma il 3 novembre 1931, percorre tutti i generi e i registri, dal comico al drammatico, attraverso quelli intermedi.

Si diploma nel 1953 presso l’Accademia d’arte drammatica sotto la guida di Sergio Tòfano, che coglie subito la sua vena comica. E in un primo momento l’attrice conta di restare nel teatro, poiché il cinema di quegli anni dà spazio a bellezze più classiche, più regolari della sua.  Recita con buon riscontro in: La Mandragola di Machiavelli,  L’avaro di Molière, recita Brecht, è Ofelia nell’ Amleto, con Bacchelli, nel 1956; con Sei storie da ridere, di Luciano Mondolfo, il successo è grande.

Ma quando Antonioni la vede, intenta al doppiaggio di Il grido (1957), le propone di fare cinema e proprio con lui. Vitti entra dalla porta principale nel cinema più impegnato, e uno tra i più grandi non solo del nostro Paese: quello di Michelangelo Antonioni, attraverso il quale, ma grazie alle proprie doti interpretative, diviene icona del tema dell’incomunicabilità, dell’irrisolvibile estraneità agli altri, fondata, forse, su quella, tanto più tragica e distruttiva, dell’estraneità a sé stessi e della mancata conoscenza di sé, determinata dall’incapacità di entrare in comunicazione col sé profondo. E i film sono L’avventura, La notte (1961), L’eclisse (1962),  Deserto rosso (1964), in un sodalizio di lavoro e vita col regista.

Poi l’inatteso, quasi repentino, ma definitivo, addio a un compagno, a una stagione, a personaggi, a temi, a un genere cinematografico che a persona meno audace e curiosa, ma anche ad attrice meno versatile, avrebbero potuto sembrare non scavalcabili, un confine estremo e definitivo, in sostanza una gabbia, d’oro è vero, eppure una chiusura definitiva ad altre prove, in cui la sua intelligenza interpretativa e l’esperienza di vita tradotta in arte (penso alla condizione femminile, così costretta dai modelli culturali, alla comprensione profonda dell’influsso su di essa dell’educazione familiare, della condizione sociale, del livello di istruzione, della sofferenza per l’esclusione) ci consegneranno personaggi indimenticabili: insieme teneri, divertenti, allegri, tristi, sofferenti e in cerca della gioia, pieni di speranza e delusi, seducenti e con un residuo insopprimibile di infanzia, contraddittori, eppure, o forse proprio perciò, convincenti.

Per la regia del nuovo compagno Carlo Di Palma recita in Teresa la ladra (1973), Qui comincia l’avventura (1975), Mimì Bluette fiore del mio giardino (1976).

Per tutti gli anni Settanta continua a recitare con Sordi, che diviene il suo partner cinematografico più costante. E i riscontri di grande successo riguardano insieme pubblico e critica, come mostrano i tre Nastri d’argento e i cinque David di Donatello che vince.

Appare frattanto anche in ruoli accuratamente selezionati del cinema straniero: in Modesty Blaise, diretto da  Joseph Losey (1969), in La pacifista, di Miklos Jancso (1971), nel Fantasma della libertà (1974), in  Ragione di stato, di André Cayatte (1978).

Anni nei quali meditate e preziose sono anche varie apparizioni televisive in programmi serali, in cui si muove in modo che l’unico paragone possibile è quello col grande Vittorio Gassman. E in televisione, inoltre, recita con Eduardo De Filippo nella commedia Il cilindro (1978).

Dagli anni Ottanta lavora quasi soltanto nei film diretti dal nuovo compagno, il regista Roberto Russo: Flirt, del 1983; Francesca è mia, nel 1986.

E nel 1986 è anche in teatro con Rossella Falk, in una versione femminile di La strana coppia, per la regia di Franca Valeri; nel 1988 è ancora in teatro con Prima pagina, diretto da Giancarlo Sbragia. Esordisce come regista con Scandalo segreto, nel 1990, e nel 1995 pubblica il romanzo Il letto è una rosa, in un fervore di inesausta creatività e prova di sé.

Ma poi, a tradimento, inesorabile, devastante, veloce negli effetti, ma lunga, tuttora dura, la malattia che l’allontana dal mondo, la chiude alla comunicazione, lei nata per cercare e conquistare un pubblico attento, partecipe, ammirato.

Cosa della donna Monica Vitti e della sua esperienza di vita e d’arte resti oggi a lei non ci è dato sapere, ma al pubblico, presente e futuro, restano i suoi film, le registrazioni radiofoniche e televisive, memoria viva, che ancora si muove, agisce, influisce in questo mondo.              

 

Articolo di Alba Coppola

Alba Coppola.FOTODocente di materie letterarie negli Istituti di istruzione secondaria di II grado. Italianista, ha lavorato per sette anni presso l’Università di Salerno per le cattedre di Letteratura Italiana e di Storia della Grammatica e della Lingua. Ha pubblicato su riviste specializzate, atti di convegni, quotidiani e riviste generaliste. Si è accostata da alcuni anni agli studi di genere con particolare riguardo alla toponomastica.

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