Donne e arte nella Grande guerra. L’esaltazione del conflitto

Nell’arte, quella con la A maiuscola, si assiste dapprima a un’esaltazione della guerra nei suoi aspetti di coraggio e di eroismo; più passano gli anni e più si fanno frequenti immagini drammatiche e dolorose.
Netta è all’inizio la posizione interventista del futurismo.
Giacomo Balla in Sventolio di bandiere attraverso il dinamismo nel tricolore italiano del bianco e del verde alternati al rosso esprime l’entusiasmo percepito in una manifestazione interventista.

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Giacomo Balla – Sventolio di bandiere, 1915

 E ancora Umberto Boccioni, che come tanti altri si arruolò volontario e morirà nel 1916 in seguito a una caduta da cavallo durante un’esercitazione, descrive in La carica dei lancieri un gruppo di soldati a cavallo mentre attacca il nemico. Le lance sono delle vere e proprie linee di forza che guidano l’occhio dell’osservatore da sinistra verso destra, dove è il nemico schiacciato dall’onda di questa carica violenta e incontenibile. Sullo sfondo un collage di pagine tratte dai giornali del tempo racconta le gesta eroiche dei lancieri.

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Umberto Boccioni – Carica di lancieri, 1915

E tra i futuristi interventisti troviamo anche una donna, la pittrice Adriana Bisi Fabbri (Ferrara, 1881 – Travedona, Varese, 1918), cugina e amica di Umberto Boccioni, presente a molte mostre collettive organizzate dai futuristi, anche se col movimento avrà un atteggiamento abbastanza critico. Autodidatta, si lanciò coraggiosamente in un territorio interdetto alle donne, maturando un gusto per soggetti a carattere caricaturale, per i quali ottenne vari premi. Molte sue caricature a sfondo politico furono pubblicate su “Il Popolo d’Italia”, il quotidiano fondato da Benito Mussolini, e su “La Domenica Illustrata”. Perché le sue opere fossero accettate, fu costretta a usare uno pseudonimo maschile, Adrì.
Sprezzante e provocatoria è l’immagine dell’Italia in Il gallo canta e non ti vuoi svegliare, dove l’Italia indifferente dorme dopo aver deposto la corona turrita sul comodino.

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Adriana Bisi Fabbri – Il gallo canta e non ti vuoi svegliare, 1915

 Fra le tante raffigurazioni dei tedeschi e dei loro governanti troviamo Franceschino e Guglielmone contano con terrore le ultime ore di agonia

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Adriana Bisi Fabbri – Franceschino e Guglielmone contano con terrore le ultime ore di agonia, 1916

 Le sue immagini sono graffianti, il suo segno incisivo e moderno. E intanto i suoi contemporanei riscontrano nel suo valore qualità maschili: «La sua arte aveva veramente il graffio del maschio e la nervosità del combattente, Adrì era un bello e insolente maschio».
Alla guerra ha dedicato un’opera del 1915: Manifestazione interventista.
Poi però le conseguenze si fanno
sentire: Ospedale militare, del 1916, ci mostra un’immagine scarna e desolante di una donna, probabilmente una contadina per la povertà del suo abito, riversa e schiacciata su un tavolo, dove affonda il proprio dolore. Con lei solo un soldato che sorveglia la porta dell’ospedale e un uomo che si rivolge verso di noi quasi chiedendo pietà e conforto con uno sguardo severo e interrogativo.

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Adriana Bisi Fabbri – Ospedale militare, 1916

Adriana è artista autentica e sensibile, ma fu dimenticata, penalizzata dal fatto di essere donna, di essere un’autodidatta, di essere scomparsa a soli trentasette anni, ma, soprattutto, di avere operato in quel decennio in cui le avanguardie europee stavano rivoluzionando il panorama dell’arte.
Visione malinconica e romantica invece quella di Anselmo Bucci in L’addio, dove una donna, affacciata a un balcone, vista di spalle, fuma una sigaretta, mentre saluta un treno che porta via forse per sempre il suo amato.

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Anselmo Bucci – L’addio, 1917

La guerra finì come sappiamo in un fiume di sangue, fu uno dei conflitti più sanguinosi dell’umanità. Persero la vita milioni di soldati da ambo le parti; milioni furono anche i feriti, molti menomati a vita. Non furono risparmiati nemmeno i civili: più di cinque milioni di persone perirono o a causa di operazioni militari o per le loro conseguenze, carestie e carenze di generi alimentari, malattie ed epidemie, come quella di spagnola.
Mario Sironi illustra la prevista e imminente disfatta nemica in La sarabanda finale del 1918. Tre teste mozze e impalate, simbolo del nemico sconfitto (tedeschi, austriaci e turchi) portate come trofeo da una schiera di soldati morti. Un’ecatombe tra vinti e vincitori!

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Mario Sironi – La sarabanda finale, 1918

Uno degli artisti che meglio descrisse le conseguenze catastrofiche del conflitto fu Otto Dix, un pittore tedesco, esponente di spicco della Nuova oggettività. Nel Trittico della Guerra sono raffigurati i resti di un bombardamento che ha sparso corpi dilaniati su uno sfondo di rovine. Al centro del dipinto un soldato con la maschera antigas è l’unico sopravvissuto, mentre appeso a un albero c’è uno scheletro coi vestiti ridotti a brandelli.

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Otto Dix- Il Trittico della Guerra – 1928

E ancora una volta a piangere sono le donne: ecco Le vedove di Galileo Chini (1915/17), pietrificazione del dolore, un pietoso corteo di donne in lutto e due bambini al centro.

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Galileo Chini – Le vedove, 1915/17

 Gaetano Previati in Gli orrori della guerra, l’esodo, ha messo in luce il dramma dei civili, donne, bambini e anche soldati, costretti a fuggire da una guerra che infuria sulle loro teste con rosse pennellate di fuoco. Hanno facce sparute e terrificate; è un’immagine spettrale di quello che tutte le guerre, e non solo la Prima guerra mondiale, producono.

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Gaetano Previati – Gli orrori della guerra, l’esodo, 1917

In copertina: Adriana Bisi Fabbri – Manifestazione interventista, 1915 (particolare)

 

 

Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte nei licei fino al pensionamento. Accostatasi a tematiche femministe, è tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile.

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