Editoriale. Buttiamo giù i muri

Carissime lettrici e carissimi lettori, una data importante cade in questi giorni, nell’attuale prima parte di novembre. Una data che ha stabilito, se possiamo dire, un nuovo assetto al mondo intero e non solo all’Europa, dove i fatti sono accaduti, segnandone gli equilibri. Il 9 novembre del 1989, trenta anni fa, cadeva il muro di Berlino, la divisione di una città tra occidente e mondo sovietico, la “punizione” del mondo per una guerra causata da un’ideologia malata. L’interessante articolo che qui ricorda l’avvenimento ci fa scoprire tante cose, alcune inaspettate, come la casualità dell’avvenimento e le conseguenze politiche che sono state diverse da quelle situazioni che ci aspettavamo, le delusioni degli uomini e delle donne abitanti della Ddr, che come tutti i “profughi” arrivati nei luoghi che sognavano trovano rimpianti e malinconie che non avrebbero voluto avere. Ricordiamo, chi di noi quel giorno di trenta anni fa c’era e era già abbastanza grande per legare insieme pensieri e, ora, ricordi, la folla, soprattutto di giovani, lì accorsa, la festa e l’allegria quasi senza freni. Non c’era incredulità, c’era l’euforia di una speranza attuata, la richiesta di una riunificazione.
“Lo si diceva già al tempo. Quando un giorno tutta questa storia sarà finita, si farà fatica a credere che sia davvero accaduta: una città divisa in due da un muro, come in un’antica leggenda orientale. Sono passati anni da quella notte di novembre del 1989 quando il Muro di Berlino – triste e barbara icona della Guerra fredda che per quasi mezzo secolo aveva tenuto divisi la Germania e il mondo intero in due blocchi ostili e contrapposti – venne preso a simboliche picconate dai berlinesi in festa. Riesce già difficile immaginare come sia stato possibile, nel cuore della civile Europa, pensare, realizzare, gestire e giustificare una simile assurda costruzione. Ma altrettanto assurde sono le storie, i destini dei tanti uomini e delle tante donne che, da un lato e dall’altro, si trovarono costretti a vivere all’ombra del muro più famoso e temuto del mondo, 160 chilometri di cemento armato che si inoltravano nel cuore urbano, tagliando in due tutto quanto si trovasse sul loro corso: strade, fiumi, boschi, case, cimiteri, famiglie, amicizie, affetti… E vite umane. Ecco perché il “Muro” non può essere ricordato né efficacemente spiegato senza raccontare almeno alcune delle numerose vicende individuali: storie paradossali, spesso avventurose e ancor più spesso drammatiche, di uomini e donne che non solo si adeguarono a vivere nella città divisa, ma che il Muro seppero anche coraggiosamente denunciarlo e sfidarlo” (Non si può dividere il cielo, Gianluca Falanga).
Eppure in questa nostra Europa (e non solo qui se pensiamo ai muri reali voluti dal presidente americano Trump contro il pericolo di quella che vedeva come l’invasione messicana), i “Muri” per nulla metaforici, esistono e si costruiscono ancora, dopo trenta anni dalla caduta di quello che divideva la città tedesca. Dai cittadini dell’oggi e dai loro governanti sono ancora agognati e amati, sperati. Dai cosiddetti occidentali ai Paesi appartenenti a quella che era la cortina di ferro, allora sotto l’egida di Mosca. Contro chi questi muri? Contro un “nemico” sconosciuto. Nell’ Europa e nel mondo dell’oggi, degli sbarchi, di nuovi schiavi che prendono il mare come ultima scelta, come ultimo rischio di una morte addirittura meno probabile rispetto al rimanere a “casa”. Esistono i “muri” dell’odio che portano alla xenofobia, all’omofobia, al femminicidio, all’antisemitismo che ignora il male appena accaduto, meno di un secolo fa. 
Esiste l’odio, più assurdo che mai. E si scaraventa verso una libreria. Che tristezza, che amaro rigurgito delle notti di metà febbraio (anno domini 1933) in Germania! I libri che bruciano, le librerie violate, la cultura che disturba, una strada di quartiere o gli affari  della malavita locale, interferendo perché non si realizzi il controllo totale sulla zona. Questo succede oggi. É successo questa settimana a Roma, di nuovo, nel quartiere Centocelle, periferia est della capitale, in via delle Palme. A farne le spese, per la seconda volta (un incendio, il 25 aprile scorso, l’aveva costretta a chiudere i battenti per tutto questo periodo) è la libreria La pecora elettrica, una caffetteria-libreria dichiaratamente antifascista e attiva per il bene del territorio. Fortunatamente la risposta c’è stata e davvero importante, perché un corteo mercoledì scorso ha riempito le strade del quartiere testimoniando la non alleanza con chi incute la paura. Sempre l’odio, che dunque non è poi così ovviamente “sconosciuto”, è quello che ha costretto la senatrice Liliana Segre, da giovedì scorso, ad accettare la scorta. Vivere con la scorta non è un privilegio come tanti pensano (e ci risiamo con l’odio!). Lo sanno bene chi è costretto a convivere “blindato”  che in questo modo è, seppure guidati/e da ottime persone, come vivere senza intimità. Lei, la senatrice Segre ci tiene, in ogni intervista data, a dire che non ha mai parlato con odio nonostante lo abbia ricevuto. Invece purtroppo di messaggi di odio e di atteggiamenti di antisemitismo ne riceve almeno 200 al giorno. Di certo il silenzio della parte del Senato che non ha voluto applaudire l’anziana signora (come lei stessa ama definirsi) non ha assolutamente aiutato a che tali atteggiamenti si annullassero, anzi, lo ripetiamo con fermezza, li hanno fomentati ancora di più. E la scorta posta alla senatrice Segre è il tangibile segno di questo clima. Un odio che ci riporta indietro, nei tempi in cui Liliana Segre lo ha visto venirgli addosso, poco protetta dalla sua giovanissima età. Quell’odio cieco e caparbio che ha provocato la morte (ne leggerete qui la storia) al teatro Gaffurio di Lodi, il 13 novembre 1919, preludio degli anni bui del fascismo.
Bisognerebbe approfittare della Giornata mondiale della gentilezza (sulla quale troverete qui un articolo della professoressa Priulla) che si celebra, proprio nello stesso giorno di quell’anniversario, il prossimo 13 novembre, per riflettere e metterci nella disposizione dell’anima di accogliere e dare in uno scambio di umanità militante.
Ma vediamo gli altri argomenti che tratta il numero della rivista di oggi. 
Un anniversario importante è quello di Martin Lutero. La riforma luterana ha rivoluzionato a suo modo il mondo, proprio riguardo alle donne che, con l’abolizione del sacerdozio (tutti sono portatori della fede) pone le donne come attrici della loro vita. E in proposito ne leggerete un interessante articolo.
La Sardegna, isola al femminile, in questo numero 35 di Vitaminevaganti.com ci appare più interessante che mai e ce la fa continuare ad amare senza riserve. Ci sono in questa terra le donne, tante, alle quali sono intitolate strade, o sono ma anche quelle che sono realmente presenti e attive ancora nell’isola. Un primo articolo ci porta in una passeggiata meravigliosa tra Posada, Nuoro e Galtellì, luoghi di grande importanza anche politica nella Sardegna dell’ 800 e che sono “consacrati” a Grazia Deledda. Nella passeggiata, che tutte e tutti speriamo si concretizzi nella realtà per la bellezza e l’interesse dei luoghi, incontriamo tante intitolazioni toponomastiche, da via Eleonora D’Arborea e via di Santa Caterina, fino alla Casa delle Dame che ci riporta con la mente alle pagine deleddiane . Incontriamo poi un busto di una giovanissima Grazia Deledda in compagnia di un simpatico cane affettuoso e un muro non più “anonimo” come ci spiega l’autrice ci racconta attraverso colorate mattonelle, di gatte, uccellini e altri animali domestici dandoci un momento di gioia. La passeggiata continua e sembra viverla appieno nella lettura riportando alla mente, per quel che mi riguarda, il bellissimo esame di Folklore fatto, a Roma, con l’indimenticabile Diego Carpitella. Ripenso ai luoghi del culto della Grande Madre e ai suoi riti, ai luoghi delle feste, e mi sembra di riascoltare i canti nelle lingue dell’isola, quelli dagli Lp che il professore, grande studioso del folklore sardo, ci aveva dato nel programma di studio. La nostalgia di estati lontane mi riporta, guidata da chi scrive e con gli occhi più attenti alle nominazioni al femminile, più a nord, all’ all’isola della Maddalena con le sue sette sorelle, e continuo a sognare.
Il viaggio, in cui siamo state rapite prosegue ancora splendido con un’altra puntata dedicata al vino e alla donne che sanno produrlo. Come per le altre (che spero abbiate letto con piacere) il viaggio comincia dai luoghi, dai ricordi, dalle presenze e poi incontra le donne e i vitigni da loro governati.Qui in Sardegna incontreremo, in un paesaggio incantato, i vini “vicini all’anima” come li definisce Giovanna Chessa, l’imprenditrice di questi “nettari” profumati e, pensiamo noi, irripetibili, come questa terra, sicuramente graditi agli dèi.
In compagnia di Lalla Romano, Natalia Ginzburg, Rose Montmasson, Vittoria Tonelli e dell’interventista della Grande Guerra Adriana Bisi Fabbri (che si faceva chiamare col nome maschile di Adrì), cugina di Giacomo Balla e artista anche lei, con le splendide donne dei Gdd, proseguiamo il nostro viaggio di lettura svelandoci storie di vite tutte al femminile.
A meno di un mese da Palermo annunciamo i contenuti del convegno di Toponomastica femminile. Dal 28 novembre al primo dicembre, una carrellata di argomenti sulle donne per le donne a favore della parità di genere e sempre verso la pace!
Intanto in questa settimana di molte notizie amare  giunge anche quella che dice che Fabiola Gianotti viene riconfermata alla direzione del Cern, uno dei laboratori di Fisica più importanti del mondo. Una tripla vittoria: una donna fisica (quando qualcuno diceva che la Fisica non era cosa per donne), una donna alla direzione di un così importante istituto di ricerca scientifica (fino ad ora sempre in mano a maschi), una donna ad essere riconfermata e a creare la prima volta di una riaffermazione di un mandato al grande istituto svizzero. Questo rischiara l’orizzonte di un mondo dove dovrebbe contare il valore e non il genere di appartenenza. Fabiola Gianotti tutto questo lo ha meritato. E che un’altra donna di grande valore, Liliana Segre, con tutta la forza possibile del nostro augurio, non lasci la presidenza della commissione da lei voluta, per tutte e tutti noi! Peccato diciamo noi, che esistano ancora persone che insultano e provino il turpe piacere della minaccia. Peccato per loro, siamo d’accordo con la senatrice Segre.
Noi con un po’ più di ottimismo vogliamo così augurare una buona lettura a tutte e a tutti!

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...