Avere l’anima di Bruto, il fascino di Cleopatra e fare l’autocrate

Caterina II di Russia (2 maggio 1729 – 17 novembre 1796).

Moriva per un attacco cardiaco a Puskin il 17 novembre 1796 chi si era guadagnata il titolo di Grande ispirandosi a quel Pietro I, definito anche lui nello stesso modo, che aveva reso la Russia una delle potenze dell’Europa moderna.

Al contrario del suo insigne predecessore, lei non era nata in Russia e non apparteneva a quella famiglia, i Romanov, che avrebbe retto le sorti del Paese fino alla Rivoluzione di Febbraio. Non si chiamava neppure Caterina alla nascita, ma Sofia Augusta Federica Amalia di Anhalt-Zerbst, era di Stettino (oggi Szczecin in Polonia), dove vide la luce il 2 maggio 1729, figlia di un generale e governatore prussiano e di una principessa tedesca, entrambi di fede luterana, che non navigavano nell’oro, anche se ostentavano una condizione ben al di sopra delle loro effettive possibilità tanto da rendere necessario un matrimonio di interesse per la loro erede al fine di reperire le sostanze necessarie al mantenimento dell’alto tenore di vita.

Ad interessarsi alla giovanissima Sofia, che già all’età di 10 anni mostrava un carattere singolare per la sua curiosità, fu proprio la figlia di Pietro il Grande, la zarina Elisabetta, che, avendo deciso di lasciare il trono al nipote, Pietro, duca di Holstein, scelse per lui come moglie una principessa tedesca per consolidare i rapporti tra i due grandi Stati. La madre di Sofia, dedita al pettegolezzo e all’intrigo, fu sul punto di far saltare l’accordo, indispettendo la zarina con il suo comportamento inadeguato, ma Sofia riuscì a salvarlo studiando con impegno il russo, acconsentendo alla conversione al credo ortodosso, modificando il suo nome con quello di Caterina e facendosi benvolere grazie alla sua semplicità, genuinità e simpatia. 

Lo storico polacco Kazimierz Waliszewski sostenne che Caterina fosse entrata in politica per mezzo dell’amore e che fu il suo destino quello di unire perpetuamente questi due elementi di appartenenza tanto opposti, traendo vantaggio da una fusione che per altri fu nefasta. Quella con Pietro in realtà fu tutt’altro che una relazione d’amore: dedito all’abuso di alcool da quando era adolescente, era un uomo violento e maltrattava la moglie non risparmiandosi neanche quando i due si trovavano in pubblico. Inoltre, la umiliava costantemente attorniandosi di cortigiane e favorite attraenti ed affascinanti.

Caterina soffriva e cercò rifugio nella lettura assidua dei grandi filosofi e scrittori dell’epoca, fra cui Voltaire, Montesquieu, Diderot, e si convinse che fosse necessario ergersi sopra l’infelice condizione in cui si era costretti a vivere, persuasa che miseria o felicità dipendessero da ciascuno e non dalle condizioni esterne: decise di essere felice nonostante tutto. Si consolò intraprendendo varie relazioni, una delle quali, quella con Grigorij Orlov, fu determinante perché fu proprio lui ad organizzare, insieme al fratello, una congiura contro il marito di Caterina, ormai inviso alla Chiesa ortodossa, all’aristocrazia russa e alla classe intellettuale per il suo carattere incostante e scontroso.

Nel 1762, a soli sei mesi dall’incoronazione di Pietro III e da poco trasferitasi nel sontuoso Palazzo d’Inverno di Pietroburgo, a Caterina venne offerto il trono di imperatrice dopo l’incarcerazione e la morte del consorte. Lei accettò e da quel momento divenne un’autocrate, che fu per lei un lavoro, un mestiere che le era toccato in sorte. Non rinunciando a quel gusto per l’ostentazione che fu un elemento essenziale dei suoi trentaquattro anni di regno, fece realizzare da un gioielliere franco-svizzero una corona imperiale, che rappresenta uno dei pezzi più preziosi della collezione Romanov. Ispirandosi all’arte orafa bizantina, l’inestimabile gioiello era composto da due sfere d’oro e d’argento, che rappresentavano l’Impero Romano d’Occidente e quello d’Oriente, divise da una ghirlanda fogliata; conteneva 75 perle, 4936 diamanti indiani ed era sormontato da uno spinello, minerale di grande valore anche per le dimensioni, che era appartenuto alla zarina Elisabetta.
Caterina dimostrò di essere un’abile statista sapendo che, come aveva scritto Machiavelli nel Principe, quando si conquista il potere con la fortuna e con armi altrui, mantenerlo è cosa più ardua ed è necessaria una grande virtù. Per questo, la giovane imperatrice tentò, in una prima fase del suo regno, di mettere in campo quello spirito riformatore che aveva respirato nei libri dei filosofi e pensatori illuministi al fine di plasmare una monarchia liberale e umanitaria sul modello di quelle europee, divenendo interprete di quel dispotismo illuminato che spopolava nelle corti di tutto il Vecchio Continente. Questo progetto però non fu una semplice imitazione delle tendenze politiche allora in voga tra i regnanti europei, ma venne personalizzato da una sovrana che aveva imparato a conoscere le peculiarità del suo Paese e che si ispirava a Pietro il Grande.

L’imperatrice mostrò subito una spiccata sensibilità per l’istruzione, riformando il settore con l’istituzione di nuove scuole e orfanotrofi, ma soprattutto fondando, nel 1764, l’Istituto Smolnij, la prima scuola superiore femminile, riservata inizialmente solo alle giovani aristocratiche e poi anche alle borghesi. Si mostrò poi anche piuttosto tollerante dal punto di vista religioso tanto da accogliere in Russia i Gesuiti, ordine soppresso da papa Clemente XIV nel 1773.

Ci fu poi il tentativo di riforma legislativa, accogliendo le tesi contenute nell’opera Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria per cui la sovrana mostrò ammirazione. Per ciò venne istituita una Commissione ad hoc con la rappresentanza di tutte le componenti della società russa, ad esclusione dei servi della gleba con cui Caterina ebbe sempre rapporti tesi e difficili. A questo progetto di riordino legislativo, l’imperatrice partecipò componendo, nel 1767, le Istruzioni, in cui dava alla Commissione il suo personale indirizzo politico basato sui principi di uguaglianza, tolleranza, libertà e dignità umana. Anche se non si giunse alla stesura di un nuovo codice legislativo, ci fu sicuramente un adattamento dell’esistente a quelli europei più evoluti.
I più importanti provvedimenti amministrativi di Caterina furono ispirati a L’esprit des lois di Montesquieu e improntati alla divisione dei poteri; tra di essi fu molto importante la parcellizzazione del territorio in governatorati, suddivisi a loro volta in province, circoli e distretti sottoposti all’amministrazione di governatori generali che rispondevano del loro operato direttamente all’imperatrice, ma anche la concessione alle città del Regno di ampie autonomie amministrative. ù
Per garantirsi il consenso interno e l’appoggio della nobiltà, Caterina promosse poi una serie di riforme a favore dell’aristocrazia fra le quali la possibilità di presentare petizioni al trono, l’esenzione da tasse e servizi obbligatori, l’ereditarietà del titolo e la donazione di alcuni possedimenti della corona in Ucraina ai nobili più fedeli. Controverso fu invece il rapporto dell’imperatrice con la servitù della gleba dal momento che se da un lato si professava favorevole a concedere la libertà, dall’altro diede ai nobili un controllo praticamente assoluto sui propri contadini. 

Scriveva all’amico e consigliere Sievers: «Sapete meglio di qualsiasi altro quanto detesti la violenza. In ogni circostanza ho sempre preferito seguire la via della dolcezza e della moderazione», ma non poté farne a meno quando il suo regno venne messo a fuoco e fiamme dalla grande rivolta dei cosacchi (1774-75) organizzata da Pugačëv, personaggio ambiguo e dominato da un profondo odio nei suoi confronti tanto da rivendicarne il trono.

Un indimenticabile spaccato della Russia di questo periodo ci viene offerto dal romanzo di Aleksandr Sergeevič Puškin, La figlia del capitano, che propone un singolare ritratto di Pugačëv, solitario vagabondo e disertore in grado di riunire intorno a sé un cospicuo esercito di ribelli e di alternare momenti di inaudita crudeltà a gesti di profonda sensibilità e umanità. Con lui l’imperatrice fu spietata: dopo averlo catturato e fatto rinchiudere nel carcere-fortezza di Mosca, lo fece decapitare e squartare pubblicamente. Questa rivolta mise in luce i limiti della politica di Caterina che, nonostante i propositi, ignorava di fatto i problemi dei ceti più poveri, che non a caso si raccolsero intorno a Pugačëv; negli ultimi anni di regno poi la sua svolta illuminista venne oscurata da scelte più conservatrici e dispotiche.

Come fu ammirata in vita, quando morì Caterina fu oggetto di una spietata campagna satirica che l’accusava di essere una donna spregiudicata e immorale al fine di modificarne negativamente l’immagine, dimostrando ancora una volta come sia persistente, nella costruzione della memoria collettiva di un popolo, la totale mancanza di riconoscimento e di legittimità dell’attività politica femminile.
Definita una femminista ante litteram, rivendicò il diritto di amare e di essere amata in modo libero e senza vincoli e per questo venne condannata e soprannominata la “zarina sgualdrina”. Indossava gli abiti più belli che l’impero russo avesse mai visto, portava gioielli ricercati e si circondava di quel lusso e sfarzo che avrebbero fatto pronunciare a Diderot la famosa frase su di lei: «Ha l’anima di Bruto e il fascino di Cleopatra». Chissà se avrebbe gradito l’interpretazione di Helen Mirren, premio Oscar per il film The Queen-La Regina, che ne veste i panni nella serie TV in quattro puntate che sta andando in onda in questi giorni? Con i suoi occhi intensi e penetranti, il portamento raffinato, ma a volte scomposto, la voce ferma e decisa, ma anche ironica e sarcastica, Mirren è sicuramente riuscita a rendere quell’ambiguità, quella poliedricità, quel modo unico e singolare di calcare la scena a cui Caterina II non rinunciò mai e che forse proprio per questo e non per il semplice di fatto di fare – come diceva lei – “la burocrate di mestiere”, le valsero il titolo di Grande.

 

Articolo di Alice Vergnaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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