Buchi neri a scuola

Diario avvilito di una prof. di sostegno in un IeFP.

Getto lo sguardo fuori dalla finestra: le gocce bagnano senza sosta le bacchette dello stendino, che ieri sera ho dimenticato di ritirare. Oggi una vaga tristezza mi accompagna ovunque, sarà per via di questo cielo grigio. Poco fa, al semaforo accanto alla scuola, tornando da un progetto con uno dei miei studenti, osservavo una bella gazza dalle penne blu che, incurante della pioggia, volava con un ramo nel becco. In quello stesso momento, proprio accanto a me, G. era assorbito dallo schermo del suo cellulare, che vomitava, per la ventesima volta, la raffica dei goal rifilati dal Liverpool al Barcellona. Avrei voluto chiederlo, allora, al mio alunno; avrei voluto dirgli “Vedi, persino un uccello è in grado di fare progetti e di impegnarsi per realizzarli. Un animale, con un cervelletto grande come una castagna, sceglie il suo posto nel mondo e lì vi costruisce un nido. Almeno per questa stagione, fino alla prossima primavera. Quello è il suo obiettivo, il senso del suo fare. Perché tu non ne hai neppure uno? Perché quasi nessuno, nella tua classe, ha in mente una meta, un futuro per sé? Perché, quando vi chiedo cosa sognate per la vostra vita, alzate le spalle e vi girate dall’altra parte?”. Lo osservo, questo bel ragazzino di quasi sedici anni, del tutto incurante del mio sguardo su di lui. Lo osservo, ma non gli dico nulla. Così come non ho detto più niente al suo compagno N., che due giorni fa ho visto in officina, durante l’alternanza scuola-lavoro, piegato su uno strano macchinario ad infilare molle in certi buchi neri, in mezzo ad un frastuono infernale. Fino all’ultimo siamo stati indecisi sul mandarlo o meno, in alternanza. Gli ho accarezzato la testa, gli ho dato una pacca delicata sulle spalle e sono andata via, sentendomi improvvisamente addosso tutto il peso di una sconfitta educativa. Non ha fatto nulla N. per imparare qualcosa quest’anno. A meno di un mese dalla fine della scuola, non ha una sola materia sufficiente. E come lui S. e R. e … l’elenco è lungo. Eppure le abbiamo provate tutte. Abbiamo tentato acrobazie pedagogiche degne dei migliori funamboli. Finendo con la faccia a terra e qualche livido di troppo sulla nostra ricostruzione di carriera. Perché, ragazzi? Siete intelligenti, giovani, pieni di vita e di risorse, potreste scegliere di percorrere mille strade diverse e invece decidete di infilarvi nell’unico vicolo cieco. Io non ce la faccio più a vedervi così. Perché il peggio non è sentirmi un arciere senza frecce, consolare colleghi che ce la mettono tutta senza risultati, accogliere in colloquio i vostri genitori in lacrime…il peggio è vedere i vostri begli occhi di ragazzi inesorabilmente spenti. Il peggio è sentirvi dire che la vita fa schifo, che la scuola fa schifo, che vi fa schifo tutto. Che non siete interessati a niente, non avete obiettivi; che le materie scolastiche e gli insegnanti sono nemici o, alla meno peggio, inutili pietre d’inciampo sulla vostra strada. Ma quale strada, se non siete in grado di sceglierne una? Dove volete andare, cosa volete essere, CHI volete essere? Silenzio. Sbuffate. Qualche vaffa e la domanda resta sospesa, senza risposta. Come quei buchi neri di cui poco o nulla si conosce e che pure rimangono lì, sempiterni risucchiatori di materia. E’ dunque questo il nichilismo di cui parlava Nietzsche? Visto da fuori fa tanta paura, ragazzi. Ci fa sentire stanchi e disarmati. Impotenti. Ditemi voi: com’è, vissuto da dentro? Le cronache locali raccontano di genitori violenti, che arrivano a picchiare gli insegnanti. Cosa succede quando gli adulti, rappresentanti delle due realtà educative più importanti nella vita di ogni ragazza/o, non sanno comunicare tra loro? Se una madre pensa di far valere le proprie ragioni alzando le mani contro una semi estranea, come si può pensare che in casa cambi registro? E, di contro, quale idea di forza o di debolezza del mondo adulto passa quando la scuola non trova altri strumenti, altre strategie di intervento delle note disciplinari e delle sospensioni per “raddrizzare” i figli di queste povertà culturali e familiari? Ricordo una alunna, molti anni fa, che portava sulla schiena i segni delle cinghiate che il padre le aveva dato da bambina, prima che i Servizi Sociali intervenissero. Avrò sempre impressa la sua angoscia di fronte a banalissime note sul registro, che di tanto in tanto prendeva per eccessiva esuberanza. Mi diceva allora, in colloquio privato, quale fosse il suo più grande terrore: quello di diventare sbagliata e cattiva come suo padre, di essere geneticamente condannata ad essere una brutta persona. Sarebbe bastato poco, a noi docenti, per evitarle tali pensieri. Ma quanto tempo è stato dedicato aI confronto su questi temi, nel consiglio di classe di allora? Quanto ne occorrerebbe davvero per affrontare come si deve tutte le problematiche che oggi riempiono le nostre classi? I Dirigenti Scolastici organizzano con inquietante frequenza incontri/conferenze sui temi del bullismo, del disagio, delle dipendenze e ora anche sulla gestione del conflitto tra scuola e famiglia (proprio oggi, nella nostra Aula Magna, se ne terrà uno centrato sulle fratture originate dai piani personalizzati per gli alunni con disturbi di apprendimento). Nessuno si domanda cosa sta accadendo alla scuola italiana, insieme madre e figlia di una società alla deriva? La didattica dei Bisogni Educativi Speciali è sempre più stritolata tra contenziosi con le famiglie e demotivazione o aperta opposizione dei ragazzi alla proposta formativa. E questo mentre dai giornali nazionali si apprende di gruppi di adolescenti che rapinano, seviziano, bullizzano, stuprano, ammazzano…
La settimana scorsa ho sentito qualcuno tornare a parlare di emergenza educativa. La prima volta che mi sono imbattuta in questa espressione avevo credo poco più di vent’anni; erano i tempi del delitto di Novi Ligure, i nomi di Erika e Omar avevano fatto, allora, il giro d’Italia. Poi, per anni, nessuno ne ha più parlato. Gli adolescenti interessano solo finché sono vittime di violenza o si macchiano di qualche grave crimine, altrimenti sono soggetti mediatici del tutto secondari. L’educazione, poi, che importanza avrà mai? E’ sempre stata faccenda prevalentemente femminile, quindi, per definizione, di scarso valore. Non interessa mai veramente, neppure quando è evidente a tutti che c’è un enorme problema di sistema che coinvolge più generazioni. Come oggi in Italia.
Silenzio, signori.
Vietato parlare seriamente di temi sociali sotto elezioni. E anche non sotto elezioni. Vietato parlarne e basta. Sono ammessi solo gli slogan ad effetto. Al bando tutti i pipponi da pedagogisti saccenti. E’ stato così che nel 2010 è arrivata la Ministra Gelmini, la quale usò abbondantemente l’espressione “emergenza educativa” per giustificare l’ennesima buffonata, travestita da riforma della scuola. Permettetemi di dire che io la detesto. La locuzione “emergenza educativa”, dico, non la Gelmini. Perché l’educazione non deve essere uno strumento da sfoderare a rate, una cura spazza mali da somministrare in dosi massicce solo quando la società – e in particolare la fascia dei giovanissimi – dà segni di grave malessere generalizzato, afasia emotiva, fragilità psicologica, resilienza zero, analfabetismo affettivo, incapacità empatica, violenza diffusa, inettitudine nella gestione della frustrazione, indolenza, nichilismo, totale assenza di un qualsiasi pensiero etico e chi più ne ha più ne metta. L’educazione è un lavoro che richiede costanza e orizzonti chiari. E’ il fondamento della trasmissione di senso e di significati tra generazioni. Non a caso prima, riferendomi a scuola e famiglia, ho usato l’espressione “realtà educative” anziché la più comune (e abusata, nonché orrenda) “agenzie educative”. Perché l’educazione non è un servizio che si eroga o un prodotto che si vende: è ciò che dà senso alle relazioni, che dà cittadinanza alla cultura di un popolo e ne fonda la società; è la più importante eredità che una generazione può lasciare a quella successiva, il solco dentro il quale ciascuno di noi ha seminato e fatto crescere la propria identità profonda. Essa è una pratica quotidiana, che ha necessariamente tempi lunghi, perché è un processo di cambiamento della persona. L’educazione è fatta di percorsi esistenziali, di progettualità a lungo termine, di riflessione, di strade che si disegnano e si rimodulano a seconda dei bisogni che emergono. Soprattutto è costruita dentro una relazione, la quale a sua volta richiede continuità, impegno, qualità. Per questo essa non può e non deve essere una emergenza. Per questo le scuole stanno annegando, esattamente come le famiglie. Perché non fondano la loro quotidianità sull’educazione. E senza tempo (quanto ne viene dedicato, in un anno, al confronto educativo tra i docenti? Pochissimo), orizzonti chiari e ampi (NON l’esame di Stato, ma la Felicità Esistenziale dei ragazzi), relazioni forti e significative (educazione socio emotiva nella scuola italiana? Non pervenuta), progettualità sulla persona (NON sullo studente, accidenti, sulla persona!) si gira in circolo. Anzi peggio: diventiamo anche noi come quei buchi neri di cui si diceva prima, che risucchiano tutto, compresa la vita. Compresi i sogni. Compresa la luce negli occhi dei nostri ragazzi.

 

Articolo di Chiara Baldini

BALDINI-PRIMO PIANO.jpgClasse 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

  

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