Lea, una ribelle contro la ‘ndrangheta

La storia di Lea Garofalo mi appassiona da quando, all’interno dell’Osservatorio contro le mafie nel Sud Milano, cercavamo di svegliare, senza grande successo, le dormienti e distratte città del Sudest Milano parlando di Mafie al Nord e approfondivamo la sua vita, attraverso incontri e tavole rotonde. La lessi come il tentativo di una donna, ”femmina un tempo e poi Madre per sempre”, di scegliersi la vita, a dispetto di tutte le prigioni, fisiche e mentali, che, durante la sua esistenza, altri le avevano imposto.
Lea nasce in una famiglia di ‘ndrangheta, a Petilia Policastro, una città di poche migliaia di abitanti, in provincia di Crotone. A nove mesi rimane senza il padre, ucciso nella cosiddetta faida di Pagliarelle; così cresce con la madre e i fratelli, Marisa e Floriano, che, diventato il capofamiglia, vendicherà la morte del padre e terrà la sorella sotto stretta sorveglianza. Le piace passeggiare da sola sulle colline, ma è vista già come un’eccentrica ribelle, poco incline a farsi guidare dal fratello. Sogna un mondo diverso, in cui le piacerebbe diventare avvocata, respirare aria di libertà, essere una donna che sceglie il suo destino. Milano le sembra la realizzazione dei suoi sogni e, quando si innamora a sedici anni di Carlo Cosco, la fuitina rappresenta la via per andarsene dal territorio della ‘ndrangheta e dalle sue Anime nere. A diciassette anni si trasferisce con Carlo a Milano e nel 1991, quando ha 18 anni, nasce Denise.
La vita con Carlo si rivela presto un inferno. In via Montello i Cosco sono a capo di un’organizzazione, legata a un clan di Quarto Oggiaro, che controlla il quartiere, con la mafia degli appartamenti abusivamente occupati, e dirige una schiera di “cavalli della droga”. I Cosco diventano presto i capi della ‘ndrangheta al Nord. Lea capisce in fretta che il suo ruolo, come quello della cognata con cui vive, è confinato in una prigione invisibile: stare zitta, non domandare, obbedire sempre, trasmettere la sottocultura mafiosa ai figli. Nel 1996, in un blitz della polizia in Via Montello, viene catturato il fratello Floriano, che aveva ucciso per vendicare l’omicidio del padre e che più tardi sarebbe stato a sua volta ucciso in un agguato. Qualche tempo dopo saranno arrestati i Cosco, per traffico di stupefacenti.
Il primo gesto di coraggio di Lea sarà quello di andarsene via con la figlia, anziché aiutare il compagno in carcere, con la complicità delle famiglie, come una buona “moglie” dovrebbe fare. Ma alle donne di ‘ndrangheta non è concesso disobbedire, devono essere complici silenti e soprattutto non devono sfidare i compagni, minandone la credibilità nell’organizzazione. Per questo gesto Lea pagherà con la vita. Quando, con un’onestà cristallina, Lea comunicherà in carcere al Cosco la sua decisione, lui la aggredirà e dovranno intervenire le guardie carcerarie a difenderla. Lea contesta anche la potestà di Cosco, portandosi via Denise, un’onta da lavare col sangue nell’organizzazione più maschilista nella storia repubblicana.
Le incendieranno l’auto, la pedineranno, la minacceranno, le renderanno la vita impossibile, al punto che lei stessa compirà il secondo gesto di coraggio: chiederà aiuto agli “uomini in divisa” e romperà la regola dell’omertà. Nel 2002 entrerà nel programma di protezione, riferendo ciò di cui è a conoscenza ed in particolare notizie relative ad omicidi compiuti negli anni Novanta. Fin dall’inizio, però, le sue dichiarazioni saranno ritenute di poco conto. Per molto tempo sarà definita impropriamente collaboratrice di giustizia, e contro questa definizione, che si attribuisce a chi è coinvolto nel compimento di reati, rivendicherà per sé il ruolo di testimone di giustizia. Comincerà per lei e Denise un vagabondare di città in città, Ascoli Piceno, Fabriano, Udine, Campobasso, di appartamento in appartamento, con nomi, documenti e identità sempre diversi. La serenità psicologica di Lea sarà fortemente minata, spesso protesterà e alzerà la voce per farsi sentire, verrà vista come una persona psicologicamente fragile e per ciò stesso inattendibile. Lei lo avvertirà e riporrà in Denise il senso della sua vita.
Nel 2006, a Campobasso, le verrà revocato il programma di protezione, perché le informazioni che fornisce non sono più ritenute rilevanti. Solo nel 2013 le rivelazioni della testimone di giustizia Garofalo porteranno all’arresto di 17 persone.
Lea adesso è senza identità, non può lavorare, è disperata. Fa ricorso al Tar, perdendolo. Nel 2008 incontra don Ciotti di Libera e gli chiede aiuto. Nell’associazione antimafia incontrerà Enza Rando, avvocata, che l’ascolterà e la consiglierà, ma nel frattempo sarà sempre più sola, anche perché a una donna che si lamenta, che pretende ciò che le spetta a volte con scoppi d’ira o pianti, non si crede mai fino in fondo. Don Ciotti troverà il modo di riconoscerlo in un incontro ad Avigliana. In qualsiasi situazione psicologica ci si trovi, bisogna sempre essere calme, educate, civili, corrette, per essere credibili. Questo è richiesto alle donne. Lea vincerà il ricorso in Consiglio di Stato, che la riammetterà solo nell’aprile del 2009 al programma di protezione.
Lea è provata, delusa da quello Stato che prima le ha creato un’altra prigione virtuale, sia pur per proteggerla, e poi l’ha abbandonata, un’istituzione burocratizzata e fredda con cui ha dovuto lottare per ottenere quello che di diritto le spettava. Ha problemi di soldi, ha paura, deve fare ricorso a sonniferi per dormire, è sola con Denise. Scrive addirittura al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: «Oggi mi ritrovo assieme a mia figlia isolata da tutto e da tutti, ho perso tutto, la mia famiglia, ho perso il mio lavoro, anche se precario, ho perso i miei innumerevoli amici, ho perso ogni aspettativa di futuro, ma questo lo avevo messo in conto, sapevo a cosa andavo incontro facendo una scelta simile. Oggi, signor Presidente, può cambiare il corso della storia, se vuole può aiutare chi, non si sa bene perché, o come, riesce ancora a credere che anche in questo Paese vivere giustamente si può, nonostante tutto». La lettera è datata 28 aprile 2009 e non si sa se sia stata spedita. Certamente lo Stato, non solo in questa occasione, con Lea ha fatto orecchie da mercante. Lea è stanca ed esce spontaneamente dal programma di protezione. Ritorna a Petilia Policastro dalla madre e rivede Carlo Cosco, in libertà. Si illude di poter avere con il suo ex compagno un rapporto civile e soprattutto un aiuto economico per lei e Denise. Cosco le trova un appartamento a Campobasso, in cui invierà un falso idraulico che tenterà, con un’aggressione sventata con l’aiuto di Denise, di ucciderla.
A Lea non basterà questo per non cascare nell’ultimo agguato, premeditatamente costruito da Cosco e dai suoi complici per eliminare una donna che è diventata la vergogna della famiglia. Il boss della ‘ndrangheta la invita a Milano per parlare del futuro di Denise. L’avvocata Rando la sconsiglia ma Lea si sente al sicuro finché vicino al lei c’è la figlia. È la sua assicurazione sulla vita. Lea e Denise girano per Milano quel 24 novembre del 2009. Sottobraccio, sorridenti. Quando Denise era più piccola si tenevano per mano, adesso Denise vorrebbe prendere il volo, andare all’Università, diventare avvocata.

Dopo aver portato la figlia nella casa di via Montello, il Cosco passa a prendere Lea e la carica in auto. L’ultima immagine che abbiamo, presa da una telecamera, mostra Lea con Denise che camminano all’Arco della Pace. E poi Lea, che cammina, di spalle, ma il momento in cui sale sull’auto non entrerà nell’area della telecamera.

FOTO 1. omicidio_lea_garofalo_ergastoli_appello_645

Da allora di Lea non si avranno più notizie, sarà svanita nel nulla. Denise, con grande intelligenza, spinge il padre a denunciare ai Carabinieri la scomparsa e con cautela, senza destare sospetti, contatta Libera e l’avvocata Rando e denuncia il padre e il clan Cosco per l’omicidio della madre. Da quel momento sarà protetta dall’associazione di don Ciotti e dalle forze dell’ordine e diventerà la principale accusatrice nel processo, rompendo tutte le regole e dimostrando una forza ed un coraggio inaspettati. La pazza, vulnerabile, fragile Lea è stata una madre formidabile.
Il processo per l’omicidio di Lea Garofalo partirà in sordina, un trafiletto in cronaca giudiziaria in un quotidiano importante, il 6 luglio del 2011, senza che il corpo sia stato ritrovato. I parenti dei boss sono presenti in massa con atteggiamenti arroganti e canzonatori, fanno un vero e proprio tifo per gli imputati, mentre per Denise non c’è quasi nessuno. Solo una cronista di Narcomafie, Marika De Maria, sarà sempre presente, seguirà ogni fase del procedimento e alla fine ne parlerà in un libro, La scelta di Lea. L’avvocata Enza Rando, che la difenderà in giudizio, inciterà Libera a mobilitarsi a fianco di Denise e spontaneamente, di udienza in udienza, le studenti e gli studenti del Liceo Virgilio, del Liceo Volta, dell’artistico Caravaggio e della facoltà di Scienze Politiche raccolti intorno alla rivista online www. Stampoantimafioso, saranno sempre presenti per non farla sentire sola e darle coraggio.
Gli imputati sono Carlo Cosco, Vito Cosco, Giuseppe Cosco, Massimo Sabatino, Rosario Curcio e Carmine Venturino. Sono accusati di avere sequestrato e torturato Lea, per sapere quali informazioni avesse dato negli anni alla polizia e poi di averla uccisa con un colpo alla nuca, facendo sparire il suo corpo, presumibilmente sciogliendolo nell’acido. I legali degli imputati, non trovandosi il corpo di Lea, insinuano che sia in Australia o in qualche isola a degustarsi un cocktail, cercando di svilirne l’immagine.
I riflettori dei media si riaccendono su due notizie scoop: Carlo Cosco ha ottenuto il gratuito patrocinio perché nullatenente e il Presidente della Corte, Filippo Grisolia, deve lasciare l’ufficio, perché chiamato a ricoprire la carica di Capo di Gabinetto della neo Ministra Paola Severino. Inizia una corsa contro il tempo. Tranne le deposizioni di Denise tutte le altre dovranno essere risentite e, grazie alla solerzia della Presidente del Tribunale Livia Pomodoro, la nuova Presidente della Corte sarà nominata nel giro di una settimana, per evitare la messa in libertà degli imputati. Denise Cosco, protetta in modo da non farne vedere i lineamenti, accusa il padre e la sua famiglia, con un coraggio esemplare, reso più forte dal sostegno delle persone presenti in aula.
È il 30 marzo 2012 quando la sentenza viene emessa, alla presenza di Nando dalla Chiesa e Giulio Cavalli. Ergastolo per tutti gli imputati, con pene accessorie e isolamento diurno per Vito e Carlo Cosco. Nell’estate del 2012, Carmine Venturino, che si era innamorato di Denise, chiede di parlare con il P.M .Tatangelo e racconta quello che è successo veramente: Lea è stata sequestrata, torturata, uccisa, fatta a pezzi, bruciata e seppellita in un campo in Brianza. I poveri resti saranno trovati e riconosciuti come appartenenti alla testimone di giustizia Lea Garofalo. A quel punto Carlo Cosco confesserà, insistendo su un raptus come causa dell’omicidio. In appello e in Cassazione gli ergastoli saranno confermati per Carlo e Vito Cosco e le pene degli altri imputati in parte ridotte, in particolare per il vero collaboratore di giustizia di questa storia, Carmine Venturino. La Cassazione confermerà la sentenza di appello. Nel maggio di quest’anno, 2019, Vito Cosco, che frequenta il Gruppo della trasgressione in carcere, confessa le sue responsabilità, non si sa se per il processo di consapevolezza intrapreso in questo gruppo o in modo strumentale.
Il processo a Lea Garofalo è destinato a diventare un atto simbolico, un punto di svolta, per la forza di due donne, Lea e Denise, che sfidano le regole della ‘ndrangheta. Ma altre donne sono fondamentali in questo processo: l’avvocata Enza Rando, capace di entrare in una sintonia profonda con Lea e con Denise, legale esperta di antimafia, che sceglie di stare dalla parte delle vittime piuttosto che dalle parcelle della criminalità organizzata; la giovane giudice Anna Introini, che subentra a Grisolia, sa che il processo dev’essere rifatto e mette tutta la sua cura femminile nell’organizzare udienze ravvicinate. Anche la giudice dell’appello, Anna Conforti, darà alla giustizia il suo volto materno, come ricorda Nando dalla Chiesa, quasi a compensare Denise e Lea delle tante mancanze dello Stato. E anche in Cassazione ci sarà una Presidente, Maria Cristina Fiotto.

Ma tante giovani donne e uomini si mobiliteranno e occuperanno le aule della Corte d’assise, guardati con sospetto, come degli intrusi, dai parenti degli imputati. Staranno a dimostrare che le tante lezioni di educazione alla legalità nelle scuole non sono retorica, come purtroppo ancora oggi qualcuno afferma, ma sono servite a far prendere posizione a questi/e giovani, a far capire loro che quanto è accaduto a Lea e a Denise riguarda tutta la comunità.
Quello che spiace in tutta questa storia è che non sia stato contestato agli imputati l’articolo 416 bis, che disciplina l’associazione a delinquere di stampo mafioso. Come ricorda il prof. Nando dalla Chiesa, non è bastato far sostenere l’accusa a un Pubblico Ministero della Direzione Distrettuale Antimafia, non è bastata la costituzione di parte civile del Comune di Milano, che non si spiegherebbe con un delitto privato, quale alla fine è stato considerato l’efferato omicidio di Lea, non sono bastati il fortino di via Montello, l’affiliazione alle ‘ndrine di Calabria, la droga, il narcotraffico e le dichiarazioni di una testimone di giustizia ammessa al programma di protezione. Forse la magistratura settentrionale stenta ad applicare il 416 bis del codice penale, pensando che per farlo occorrano moltissimi elementi, forse ancora condizionata dal pregiudizio che “la mafia al Nord non esiste”, mentre quasi ogni giorni apprendiamo che ormai la ‘ndrangheta il Nord lo ha colonizzato.
Il 19 ottobre 2013 una folla di tremila persone partecipa ai funerali di Lea Garofalo, alla presenza di don Ciotti e del Sindaco Pisapia. In quell’occasione abbiamo potuto sentire la voce di Denise, che da dietro una finestra diceva « Ti ringrazio, mamma, perché se questo è successo, tutto questo è successo, è per il mio bene. Ciao mamma».
I resti di Lea Garofalo, testimone di giustizia, riposano al Cimitero monumentale di Milano, perché Lea ha dato lustro alla città.

FOTO 2. I funerali di Lea
I funerali di Lea

 Lo stesso giorno dei funerali, nei giardini di fronte a Via Montello 6, l’ex-fortino dei Cosco, è affissa una targa in sua memoria. Il 7 dicembre 2013 il Comune di Milano ha conferito a Denise Cosco l’Ambrogino d’Oro.
In molti luoghi e scuole sono state collocate targhe a Lea Garofalo e il 24 novembre prossimo, a Milano, a dieci anni dal suo assassinio, il coordinamento di Libera Milano ricorderà la forza coraggiosa di Lea con una fiaccolata, dai giardini di via Montello, in cui sarà posto un totem offerto dal Comune di Milano, fino al Cimitero monumentale e poi alla Fondazione Feltrinelli di via Pasubio.
A Lea, giovane ribelle contro la ‘ndrangheta, sono stati dedicati un film di Marco Tullio Giordana, Lea, interpretato intensamente da una bravissima Vanessa Scalera, e una canzone dei Liftiba, Madre Coraggio, strade, ponti, giardini, orti.

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Lamezia Terme,  foto di Lory Marinelli

L’esempio di Lea ha aperto un varco ed altre donne come Giusi Pesce e Maria Concetta Cacciola, che come Lea ha pagato con la vita, hanno scelto di ribellarsi all’abbraccio mortale della ‘ndrangheta.
Grazie a Lea e grazie a Denise, e al loro grande coraggio.

FOTO 4. Pannello della mostra di Toponomastica femminile Le Giuste
Pannello della mostra di Toponomastica femminile Le Giuste

 

Articolo di Sara Marsico

Sara Marsico.400x400.jpgAbilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLILÈ stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donneÈ appassionata di corsa e montagna. 

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