Violenza e privilegio

25 novembre. Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita nel 1999 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite a partire dall’assunto che questa violenza sia una violazione dei diritti umani. La data è stata scelta in ricordo delle sorelle Mirabal, attiviste della Repubblica dominicana, uccise il 25/11/1960 per la loro opposizione al regime dittatoriale e diventate simbolo della rivolta contro Trujillo.  “Mariposas”, “Farfalle”, fu il loro nome di battaglia. Nel 1995 la scrittrice Julia Alvarez pubblicò sulla loro vita Il tempo delle farfalle, dal quale è stato tratto il film In the Time of the Butterflies.
Le parole contano per esprimere i cambiamenti nel modo di pensare e affrontare la questione.
Violenza carnale fu espressione in uso nell’800, a partire dal Codice toscano del 1853; violenza sessuale si disse nel tardo ’900. Violenza maschile sulle donne preferiamo dire oggi, perché i soggetti bisogna nominarli. Sembra una semplice sfumatura ma non lo è affatto: quanto a percezione di responsabilità e inquadramento del problema si tratta di una differenza enorme, poiché sottolinea che problema è generato dagli uomini e dagli uomini va risolto. Per il bene di tutti, uomini compresi, perché è una forma mentis che dice una cosa sola: “puoi usare la violenza per prevaricare sulle persone e per ottenere ciò che altrimenti non otterresti”.
I numeri li conoscete, li abbiamo pubblicati tante volte, purtroppo vanno aggiornati ogni giorno in una tragica contabilità che parte dalle molestie, passa per gli stupri e arriva ai femminicidi.
In tutto il mondo le donne fra i 15 e i 44 anni hanno maggiori probabilità di morire o restare menomate per questa causa che non per la somma complessiva di tumori, guerra e incidenti stradali. Ben pochi crimini sono così costantemente praticati senza distinzione di luogo, cultura, colore di pelle, religione, classe, età, professione. Non esiste il profilo dei carnefici perché fra loro c’è di tutto, dallo spacciatore all’acclamato regista, dal pugile al calciatore, dal militare allo stimato professionista, fino al sacerdote. Non sono storie lontane da noi. Non sono storie di pazzi o di mostri. Non vengono dall’altra parte del mare.
La violenza di genere interroga direttamente il nostro presente ma è profondamente intessuta nell’ordito delle strutture archetipiche dell’immaginario e della cultura cui apparteniamo. Fa parte della nostra narrazione delle origini – basti pensare all’iterazione dello stupro nella mitologia o nelle Sacre Scritture.
Ancora oggi, l’idea di essere obiettivi “naturali” di un predatorio desiderio maschile si forma e si consolida presto nelle donne, che vengono gradualmente educate a difendersene attraverso un complesso codice di comportamenti, di esortazioni e di proibizioni.
È sulla vittima infatti che si è concentrata per millenni l’attenzione, su di lei si è scatenata la riprovazione sociale, l’emarginazione, la punizione. Il suo “onore”, la sua “reputazione” venivano compromessi anche da un atto compiuto su di lei da un altro, contro la sua volontà. Soluzione per la famiglia, contagiata dal disonore e danneggiata dalla perdita di valore della figlia? Lavare l’onta col sangue oppure far sposare per forza la “svergognata”. Se no, mandarla in riformatorio o chiuderla in convento a espiare.
Per secoli si è dato per scontato che la violenza maschile sia un fatto della vita, inevitabile quanto la morte o la pioggia. Milioni di storie sono affondate nel silenzio, per la maggioranza dietro i muri delle case, in veri e propri inferni familiari.
Dagli anni ‘70 le donne hanno iniziato a parlare di questo tipo di violenza non come di una serie di episodi ma come di un fatto strutturale: non solo un’azione ma un modo di pensare e di agire, un repertorio di senso trasmesso con i modelli educativi.
Abbiamo guardato per millenni, finalmente abbiamo visto, scrisse Carla Lonzi. 
Da qualche decennio questo è stato acquisito anche in via ufficiale. Cito dalla Convenzione di Istanbul, ratificata non molti anni fa dall’Italia:
La violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione.
Le nostre istituzioni non hanno però ancora recepito che non basta invocare la repressione o proclamare un’emergenza: il problema si risolve solo tagliandone le radici e affrontando ciò che finora è stato indicibile, la formazione dell’identità maschile, le forme di mascolinità egemoni, un intero ordine simbolico.
Le donne lo sanno da tempo: finalmente ora si stanno muovendo alcuni gruppi di uomini, sparuti poiché è improba la difficoltà di mettersi in gioco ed è faticosa la sincerità che richiede riconoscere i propri privilegi.
Serve una pedagogia tutta nuova per insegnare ai ragazzi, sin dalla tenera età, che non devono stuprare e nemmeno molestare nessuna ragazza, anche se sta camminando nuda e ubriaca di notte su una strada. E bisogna spiegare agli adulti che no, a insegnare a un figlio che una donna non va molestata – mai – non si corre il rischio di devirilizzarlo.
Abbiamo bisogno di più uomini che abbiano il coraggio e la forza di ribellarsi e dire queste cose, al fianco delle donne e non contro di loro, senza fingere che questa sia una battaglia tra i sessi e altri tipi di sciocchezze.
Dobbiamo dare strumenti alle persone per interrompere un processo malato e creare un clima culturale in cui il comportamento violento, fin dai suoi primi segnali, sia visto come inaccettabile non solo perché illegale, ma perché sbagliato e intollerabile nella cultura dei pari.  Per questo riteniamo vergognoso che così poche risorse siano dedicate alla formazione, oltre al fatto gravissimo che i Centri antiviolenza facciano una vita così grama, che gli orfani delle donne uccise non vengano tutelati.
La cultura androcentrica ha taciuto sulla tragedia della violenza degli uomini contro le donne e i bambini, l’ha derubricata a criminalità comune. C’è stato un enorme silenzio. Abbiamo bisogno di rompere quel silenzio.
È indispensabile evidenziare quanto il privilegio di genere sia connesso alla percezione di legittimità della violenza. Finché questi aspetti rimangono nascosti continuiamo a condannare ed esecrare i delitti che assurgono ai fatti di cronaca per efferatezza e crudeltà, ma lasciamo inalterato il tessuto sociale che alimenta ogni giorno i mille atti quotidiani nascosti in quella che viene considerata normalità.
Non è normale che sia normale.

 

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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