Un tardivo riconoscimento per le prime mediche inglesi

Le battaglie femminili si sono sempre combattute su più fronti, fra mille difficoltà, in campo artistico, letterario, politico, sociale, ma uno in particolare è risultato fra i più difficili da espugnare: la scienza nelle sue varie accezioni. Fra premi Nobel “scippati” o attribuiti a metà, fra riconoscimenti non dati e studi sfruttati da altri (mariti, celebri docenti, titolari di aziende) è stato uno dei percorsi più ostici, legato allo stereotipo che “le donne non sono portate”. Niente di più stupido e falso; come in tutti i settori, se quel preciso ambito viene precluso, è ovvio che sarà quasi impossibile che qualcuna, pure dotata, riesca ad emergere.
Mi viene in mente il caso della bellissima attrice Hedy Lamarr, nota per i suoi film hollywoodiani, ma in privato vero genio dell’ingegneria, anticipatrice dell’informatica con i suoi studi e il suo brevetto sulla trasmissione di onde radio. Quel volto meraviglioso celava un cervello di prim’ordine. Altro stereotipo clamorosamente sfatato.
Ricordo anche il bel film Il diritto di contare (2016) sul lavoro svolto alla Nasa dalle scienziate americane di colore che contribuirono in maniera fondamentale al successo delle imprese spaziali; anche se il confine fra verità e fantasia è labile, mi colpì fra i tanti un banale dettaglio: non esistevano gabinetti per loro, dovevano percorrere un tratto immenso per trovarne uno e lo facevano sempre di corsa, quasi con vergogna, per non assentarsi troppo, a rischio di cadere dai tacchi (d’obbligo) e – letteralmente – di farsela addosso. Sembra un episodio comico, in realtà era una profonda umiliazione per queste ricercatrici geniali, talvolta scambiate per addette alle pulizie, doppiamente discriminate perché donne e nere, ma in grado di intuizioni e scelte che fecero la differenza.
Parlando di scienza, si arriva alla medicina: voglio allora ricordare Adelasia Cocco, la prima medica condotta italiana (1914), e Paola Satta, la prima laureata in medicina in Sardegna (1902). In Toscana ha operato una medica davvero speciale, Ester Pirami, presso l’Ospedale di Pescia: nel 1914 divenne chirurga, un incarico che all’epoca molto raramente veniva affidato alle donne; fu anche “medico militare” nella Grande guerra e volontaria per assistere la popolazione dopo il terribile terremoto di Avezzano.
Durante l’estate scorsa, grazie alla richiesta fatta da un gruppo di studenti, la Edinburgh University (in copertina) ha rilasciato il diploma di laurea a sette paladine del diritto allo studio: dopo ben 150 anni dalla loro iscrizione alla facoltà di medicina sette donne hanno avuto un tardivo riconoscimento e si sono finalmente laureate; naturalmente non ci sono più da tempo ma almeno giustizia è stata fatta.
Nel settembre 1869 Sophia Jex-Blake fu ammessa a frequentare le lezioni, dopo di lei seguirono Matilda Chaplin, Isabel Thorne, Emily Bovell, Edith Pechey, Helen Evens e Mary Anderson Marshall. L’impresa fin dall’inizio fu un percorso a ostacoli: dovettero pagare una retta più alta, avevano divieti e restrizioni, i docenti si rifiutarono di far loro lezione, i colleghi maschi innalzarono un muro di strenua opposizione, fino ad arrivare l’anno successivo a una vera e propria aggressione con lancio di fango e spazzatura. Solo il quotidiano locale “The Scotsman” fu dalla loro parte, e le ragazze, estremamente capaci e motivate, si aiutarono l’una con l’altra studiando direttamente sui testi e interrogandosi a vicenda. Spesso risultavano più brave degli universitari che aumentarono la loro ostilità, accompagnata dall’invidia. Nel 1873 la storia si concluse amaramente: la Suprema corte civile di Scozia stabilì che l’Università aveva il diritto di non assegnare loro la laurea in quanto donne. La società però si stava facendo più sensibile e il tema fu sollevato sulla stampa, mentre in altre città si verificava una apertura tutta nuova. Cinque di queste giovani riuscirono infatti a laurearsi altrove, chi in Francia chi in Svizzera; tutte praticarono la professione che si erano scelte e divennero sostenitrici dei movimenti per la libertà femminile e per il voto.

 

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

 

 

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