Editoriale. Tra letto e cucina? L’orribile tentativo di un ritorno al passato remoto. Non abbocchiamo.

Carissime lettrici e carissimi lettori,
la domanda è sempre quella: “a chi giova?”, cui prodest?, come dicevano i latini. Ma visto che l’attacco è stato esclusivamente da parte maschile verso una donna e una comunità femminile, si potrebbe (la tentazione di togliere il condizionale è tanta!) aggiungere, da manuale, il bisogno di ricercare cosa possa muovere un comportamento del genere, cosa spinge chi scrive, e chi ne autorizza la pubblicazione e continua a difendere come “leggerezza”, “ironia” e persino “verità” (siamo all’inascoltabile!) ciò che è stato commesso, di capire cosa c’è sotto” cosa spinge la mente di un uomo, e di un uomo di questo secolo, a compiere quello che di fatto è un attacco forte e determinato contro la donna e non solo “quella” donna.
Nilde Iotti ha rappresentato tanto qui in Italia e, possiamo affermalo senza dubbi, al di là della sua appartenenza politica. Una persona decisa fin da giovanissima a portare avanti un discorso di progresso della condizione femminile, dei diritti delle donne, della loro posizione nel mondo lavorativo (la parità salariale) del valore sociale della maternità (lo stimolo all’apertura degli asili nido) fino ad appoggiare quelle riforme che porteranno alla scrittura convinta, prima nelle coscienze poi dalla vittoria del voto referendario, della legge sul divorzio. All’impegno della prima presidente donna della Camera dei deputati si deve l’apertura della strada verso il riconoscimento dei figli cosiddetti illegittimi, la nuova legislazione riguardante la famiglia, la possibilità per le figlie e i figli e adottati (Iotti e Togliatti accolsero Marisa Malagoli) di continuare a mantenere i contatti o di ricercare la famiglia d’origine. Tanto altro ancora sempre molto direzionato alla questione femminile.
Quest’anno ricordiamo di Nilde Iotti i venti anni dalla morte e il prossimo anno (il 10 aprile) il centenario della nascita. La Fondazione a suo nome le ha dedicato un incontro a Palazzo Merulana, a Roma, con il convincente titolo: “Cosa ho imparato da Nilde Iotti?” a sottolinearne il carattere di esempio umano e femminile. Purtroppo sappiamo molto  della reazione di odio di genere che ha suscitato il docufilm mandato in onda, qualche sera fa, dalla Rai. Sappiamo delle parole scritte, sappiamo della difesa sproporzionata del direttore del quotidiano che ha pubblicato l’articolo. Sappiamo quanto sia stato offensivo per la donna Iotti, irrispettoso per il ruolo che, come ha ricordato durante l’incontro di Roma nel suo interessantissimo intervento Laura Boldrini, è un ruolo al di sopra dei partiti. Ma ad essere oltraggiate sono state, lo ripetiamo, tutte le donne, dissacrato e violato il loro, il nostro corpo, insieme a quello delle “emiliane brave in cucina e a letto. Il massimo che in Emilia si possa chiedere a una donna”. Mi domando, e retoricamente lo chiedo a tutte, ma soprattutto a tutti voi: ma questa battuta , che a definirla becera è dir poco, non è offensiva anche per i maschi, i maschi tutti che non troverebbero in tal senso altra ispirazione più alta per le loro richieste che quella di soddisfare la pancia e giù, fino al basso ventre?
La volontà di umiliare e degradare la persona, questo rigurgito maschilista che preclude alla donna tutti i luoghi dell’azione intellettuale relegandola a oggetto di soddisfazione dei bisogni primari dell’uomo, ci ha fatto lanciare, a noi di Toponomastica femminile, una sfida: raccogliere e postare sulla pagina facebook la foto delle strade nominate a Nilde Iotti e, per chi vuole, stimolare il proprio comune, dove non ci fosse, a una nominazione.
Fortunatamente, e a sconfitta di qualsiasi mentalità come quella sopra indicata, sono tante le donne che con il loro agire si pongono come orgoglio ed esempio per tutte noi e sono stimate da tanti uomini che insieme a noi donne camminano su questa terra. Una di queste è stata sicuramente Anna Bravo, scomparsa qualche giorno fa, docente all’università di Torino e grande studiosa della questione femminile. In un convegno Anna Bravo aveva detto: “La scommessa della storia delle donne parte dalla decisione di non dare per irrecuperabili le vicende sommerse, e di non dare per acquisite quelle salvate. Detto oggi sembra ovvio, ma all’inizio non lo era affatto. Per fortuna, la storia delle donne si è formata nel rapporto con un movimento ampio ed eterogeneo, e alla sua nascita ha avuto intorno un bell’assembramento di madri simboliche, o fate madrine”.
Insieme al ricordo di Anna Bravo, qui, come a celebrare una festa per le donne in gamba e portatrici di esempio, ne ricordiamo tante altre con una serie di articoli che si snodano in questo numero uno dietro l’altro come, involontariamente, ma con determinata forza, a smentire quanto detto e scritto in certi articoli di pessimo giornalismo contro i quali aspettiamo provvedimenti dell’Ordine e della Giustizia. La determinazione è quella di Francesca Morvillo, onesta e appassionata del suo lavoro, uccisa insieme al marito Giovanni Falcone sull’autostrada a Capaci, alle porte di Palermo, la modernità femminile di Jane Austen e di Emily Brontë, la grandezza della prosa di Marguerite Yourcenar, l’apertura del pensiero dell’antropologa americana Margaret Mead, la mente brillante di Mileva Marić alla quale si nega una postuma laurea ad honorem, ma grande e attiva portatrice di idee nell’elaborazione della teoria einsteiniana della relatività! Bella anche la vita e la storia lavorativa di Ave Ninchi, un’attrice che forse non è stata valorizzata così come merita. Poi un elogio dell’età che passa (leggetelo anche se siete giovanissime o non vi sentite per nulla l’età che vi scorre addosso). Molto interessante la lettera aperta , alla questora di Agrigento, appena eletta, con tutta la gioia delle donne che stanno pian piano vedendo riconosciuto il loro valore senza pregiudizi di genere. E proprio di mercoledì scorso è un’altra notizia simile con l’arrivo (seppure per poco tempo) della prima presidente della Corte Costituzionale. Alla neoeletta questora agrigentina l’autrice raccomanda di farsi chiamare con il nome del suo incarico al femminile, seppure lo stesso computer da dove scrive lo segna come errore!
Rimanendo in Sicilia per noi è importantissimo ricordare la narrazione di Palermo, città dell’accoglienza: tante voci, soprattutto al femminile per raccontare che i confini devono essere “porosi” (secondo la felicissima espressione di Recalcati) per non diventare pregiudizievoli muri.
Ma oggi è il giorno delle sardine, il giorno di piazza San Giovanni a Roma, il giorno contro gli odi, i populismi, ma soprattutto, nella città dei palazzi del Governo, il segno del ritorno dei giovani all’interesse per la politica, per il sociale, abbandonando i muretti intimisti, al di fuori dei partiti ai quali singolarmente  queste sardine non si vogliono aggregare.
“Sono venuta qui a parlare d’amore. Lasciamo l’odio agli anonimi della tastiera”. Le parole sono della senatrice Liliana Segre nel suo intervento (splendidamente l’unico) alla marcia dei seicento sindaci di martedì scorso a Milano. Si è detto che il ‘900 sia stato il secolo breve, il secolo dell’odio che ha trasbordato verso i due decenni di questo successivo in cui noi viviamo. Oggi ci salva (lo speriamo) la capacità di contrasto, la presenza in vita di persone come Liliana Segre, le piazze che si riempiono, soprattutto di quei giovani che disertavano le urne, stanchi della politica dei partiti, nonostante i tristi risultati del Censis, nonostante la voglia dal basso di sicurezza che potrebbe diventare malsana, che potrebbe mettere tanta paura. Allora potrebbe essere salutare immergersi nel mare dove stanno provando a nuotare questi giovani donne e uomini diretti, per ora, solo verso strade di pace.
Buona lettura a tutte e a tutti

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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