Il Marocco e le sue ombre umane

Ottobre è stato il mese in cui abbiamo deciso di recarci a Marrakech. Ero con tre amici, tutti ragazzi, tutti studenti. Fermamente convinti che non avremmo dimenticato la nostra prima volta in Africa. Arrivati all’aeroporto marocchino siamo rimasti colpiti dalla sfavillante struttura: sfere di cristallo, dischi di luci al neon che cambiavano colore, marmi in ogni dove, palme perfettamente ordinate nelle loro buche sul grande piazzale antistante. Forse, ci siamo detti, la nostra immagine mentale non è altro che fantasia.
Dall’aeroporto abbiamo preso un taxi. Il veicolo era terribilmente vecchio ma pulito. Una pelliccia di pecora copriva tutta la zona sotto il parabrezza. Per qualche secondo mi sono chiesto quale fosse la sua utilità. Giorni dopo ho capito che era lì per proteggere la pelle sottostante dall’eccessivo calore e ho constatato che quasi tutti i taxi avevano adottato precauzioni simili. Una volta in città le differenze con l’aeroporto hanno iniziato a delinearsi: strade strapiene di persone, animali, motorini, biciclette, automobili. Un caos di clacson e lamiere, nessun marciapiede. L’aria così pesante e sporca da costringerti, nonostante il calore, a tirare su la maglia per nascondere il naso. L’aeroporto, ci siamo detti, non era altro che uno sfarzoso biglietto da visita, una facciata articolata che nasconde la struttura fatiscente che la sorregge. Un po’ come in quegli studi cinematografici in cui si possono ammirare interi quartieri ricostruiti, ma quando provi ad aprire una delle porte di quei finti palazzi non trovi nulla. Il vuoto, il tradimento delle aspettative. E alcune ricostruzioni sono talmente ben fatte che ti senti quasi preso in giro quando ti rendi conto che nulla è reale.
Il nostro albergo era perso in uno dei tanti vicoli della Medina. Probabilmente sembravamo così spaesati che un ragazzo si è avvicinato per offrirsi di accompagnarci fino al nostro riad (tipici alberghi marocchini). Duecento metri che ci sono costati circa dieci euro:
«Sono uno studente, ho bisogno di soldi» si è giustificato. In quel momento abbiamo capito che, a Marrakech, tutto ha un prezzo e che va sempre contrattato. Erano circa le dieci e, posate le valigie, ci siamo diretti verso la poco distante piazza principale (Jama El Fana). Ci muovevamo con circospezione, guardandoci intorno, fra turisti che apparivano spaesati come noi, intimoriti dall’oceano di persone in strada e dalla rarità di zone sicure per i pedoni. In quel momento ho realizzato che a quell’oceano mancava qualcosa: non vedevo donne. I miei occhi hanno cercato con maggiore attenzione: niente, non riuscivo a individuarle. Sembrava fossero scomparse nel nulla.
Abbiamo cenato in un locale accalappia turisti, seduti in una terrazza con vista. Mentre mangiavamo, un calesse ha fatto ingresso nella piazza. Il mulo che lo trainava si è fermato bruscamente su ordine del proprietario che, rapido, si è affrettato a svuotare i cassonetti, gettando le buste piene sul retro del calesse. Questo è il sistema di raccolta di rifiuti a Marrakech. Da romano ho tentato di sdrammatizzare:
«Almeno qui la raccolgono». I diversi banchi che compongono una specie di mercato all’aperto, che invade quasi tutta la piazza, diffondevano nell’aria un  forte fumo acre. A cena quasi finita abbiamo continuato a fissare in silenzio il panorama. «Da qui sembra che stia bruciando» ha detto uno di noi.

FOTO 1

La prima notte non verrà dimenticata facilmente. Verso le tre siamo stati svegliati da una forte cantilena metallica che sembrava scuotere l’intero edificio. Ho provato una strana sensazione, paura forse. Quel suono non aveva nulla di piacevole, tutt’al più sembrava ricordare la colonna sonora di un film dell’orrore. Riaddormentarsi è stato difficile. La mattina dopo, chiedendo informazioni al proprietario dell’albergo, abbiamo scoperto che si trattava di una preghiera coranica, trasmessa a tutto volume dagli altoparlanti della vicina moschea. Tranquillizzati dalla scoperta abbiamo ripreso il nostro giro turistico. Quella mattinata è stata dedicata alle principali attrazioni della Medina. In una delle tante file che abbiamo affrontato c’era un gruppetto di turiste francesi. Conversavano felici, sventolando il volantino della mostra a mo’ di ventaglio improvvisato. Indossavano tutte pantaloncini molto corti e canottiere, molta della loro pelle splendeva sotto la luce del sole. Continuavamo a chiederci che fine avessero fatto le donne marocchine.
Quella sera siamo tornati alla piazza principale. Per evitare di perderci, ci muovevamo compatti fra i fitti banchi. Ogni due passi qualche tizio sbucava dal nulla chiedendoci se volessimo mangiare qualcosa. Mentre proseguivamo nella foschia dei fumi, colpiti da lampi colorati provenienti della frutta esposta qua e là, d’improvviso un’apparizione: una donna. Mi sono fermato ad osservarla con discrezione. Era avvolta dalla testa ai piedi in un tessuto nero come la notte, solo due occhi e due mani, come sospesi a mezz’aria. Se ne stava seduta su uno sgabellino molto basso, davanti a lei il necessario per realizzare tatuaggi all’henné e un’altra seduta per eventuali clienti. Stava osservando qualcosa, ho cercato il suo obiettivo e l’ho trovato: una ragazza con un vestitino in paillettes e un paio di tacchi vertiginosi. Se ne stava aggrappata ad un uomo ed ambedue ridevano sguagliatamente. Tornando agli occhi della tatuatrice ho cercato di leggervi qualche emozione ma apparivano piatti come un lago in una giornata senza vento. Poco dopo ha distolto lo sguardo e ha iniziato a fissare il pavimento.
La giornata seguente ci siamo letteralmente persi per i vicoli, ritrovandoci in una specie di enorme mercato all’aperto. Piramidi di pigmenti colorati se ne stavano immobili e dignitose in attesa di un acquirente, pochi banchi dopo parti di animali erano esposte alla bell’e meglio, ancora qualche passo e un cassonetto spalancato rivelava un insieme di scarti da macello sui quali centinaia di mosche stavano allegramente banchettando. Abbiamo continuato a passeggiare seguendo le indicazioni verniciate sui muri. Un gruppo di donne marocchine si è materializzato davanti ai nostri occhi. Si muovevano rapidamente, nere come pipistrelli, silenziose come dei topi. Faceva terribilmente caldo, eppure nessuna di loro sembrava avvertirlo, nessuna di
loro sembrava avere la necessità di liberarsi di un po’ del pesante involucro che le avvolgeva.
Il giorno prima del nostro rientro, successivo all’escursione che ci ha visti pernottare nel deserto, abbiamo deciso di fare un ultimo giro a piedi, per salutare la città. Dopo diversi chilometri, una terribile sete ha iniziato ad attanagliarci. Stanchi di pagare l’acqua al prezzo dell’oro nei bazar per turisti (dove anche l’aria che respiri va contrattata) abbiamo deciso di cercare un supermercato o, almeno, qualcosa di simile. Siamo entrati nel primo che abbiamo trovato. All’interno solo donne, neanche l’ombra di un uomo. Dopo aver afferrato un paio di bottiglie ci siamo messi in coda alle casse. Una signora, come sempre avvolta nella sua prigione di tessuto, ci ha fatto segno di passare avanti, «Thank you! Grazie» l’abbiamo ringraziata sorridenti, «Prego» ci ha risposto in italiano.
La mattina seguente abbiamo raggiunto l’aeroporto con la certezza che no, non dimenticheremo mai il Marocco né le sue ombre umane. 

 

Articolo di Ettore Calzati Fiorenza

gJaZLDNROssessionato dalla comunicazione, sostenitore della scienza e dell’importanza del dubbio perché, in fondo, quasi nulla di cui ci crediamo certi è effettivamente tale. Tra i miei interessi principali rientrano anche la letteratura, le arti figurative e la musica. “Le parole sono tutto quello che abbiamo” e per questo faccio del mio meglio per mantenere quelle date, usque ad finem.

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