Mileva Marić e l’invisibilità delle donne di scienza

Titel, un paese poco lontano da Novi Sad, in Serbia, dette i natali il 19 dicembre 1875, a Mileva Marić. Visse lì i suoi anni di ragazza felice e infelice nello stesso tempo. Felice perché aveva alle spalle una famiglia benestante, che assecondava e sosteneva la sua voglia di studiare, le sue capacità e i segni precoci di genialità; infelice per una malformazione congenita che la faceva claudicante, cosa che lei visse come una condanna, a non correre, a non salire, a non camminare senza dover ondeggiare. La sua carriera scolastica, fin dal liceo rese evidenti le sue doti di matematica e ricercatrice, e certo non poteva arrendersi agli assurdi divieti del tempo. Mileva voleva continuare il suo cammino, ma le facoltà scientifiche non ammettevano donne. Per una ragazza con una volontà ferrea di raggiungere ciò che si proponeva, Mileva si trasferì in Svizzera, l’unica nazione che accettava donne all’università. Nel Politecnico di Zurigo frequentò il corso di fisica. Insoddisfatta dei suoi studi, frequentò un corso di fisica in Germania, accettata però solo come uditrice. Rientrò a Zurigo e seguì gli studi del terzo anno. Superò l’esame per accedere al quarto anno, ma non quello conclusivo che decise di rinviare per un anno. Quando si ripresentò a sostenere l’esame, era incinta e questo pregiudicò l’esito dell’esame: era una donna, non sposata e incinta. La sua carriera scolastica si chiuse lì, nonostante la sua determinazione a raggiungere la laurea. Spesso aveva sopportato di accettare voti bassi agli esami, anche se le sue prove superavano quelle dei suoi compagni, ma da quel momento rinunciò al suo sogno.
Così la scrittrice Greta Greison, fisica e divulgatrice scientifica, ci racconta il pensiero di Mileva, quando subiva palesi discriminazioni: «Al Politecnico mi guardavano come fossi un esemplare raro di tapiro della Malesia, una balena di Omura o di una qualche specie protetta. Molti di quelli che incontravo, giravano lo sguardo con disgusto, altri facevano inchini ironici, altri dicevano: che vergogna dove andremo a finire di questo passo se al Politecnico ci sono donne!» Ma in ogni situazione di sconforto il suo amore per la fisica era il suo antidoto, la musica il suo balsamo. Suonava il pianoforte e cantava e il canto la rendeva libera e felice. Il merito purtroppo non sempre ripaga e lasciò l’Università, che aveva considerato la sua vita e la sua casa, il centro del mondo, il luogo in cui stava bene.
Del resto, il Politecnico, in quegli anni, era il punto di riferimento dei giovani in fermento. Erano gli anni della prima guerra mondiale e del pieno sviluppo tecnologico. Il mondo della politica, dell’arte con Mallarmé, della psicologia, con Freud, della fisica con Pierre Curie, erano oggetto di grandi discussioni. Pierre Curie aveva sposato Maria
Skłodowska, la sua assistente polacca, ignorata, anche se fu sua la prima intuizione sui raggi X. Mileva aveva in lei un’amica e una consigliera preziosa. Destino delle donne. Non accadde forse così anche a Mileva con Einstein?
I primi incontri dei due all’Università li decise il caso. In una classe di dieci studenti, lei era l’unica donna. La ignoravano. Solo uno studente dai capelli arruffati e lunghi, che non prendeva sul serio le lezioni, che era svogliato e critico nei confronti delle regole e che sembrava sprezzante e presuntuoso, la guardava con timidezza e le sorrideva. Lei sempre intenta a prendere pagine e pagine di appunti, lui, mani in tasca, senza quaderni e senza penna. Lei una matematica e fisica di valore, lui un fisico brillante ma che aveva bisogno di lei per numeri e dei calcoli.
Fu all’Università che i due giovani studenti impararono ad amarsi. Brevi dialoghi significativi e intensi, e tante lettere. La passione per la ricerca e la scoperta fu il collante tra le loro due anime, due anime in sintonia pur nella diversità delle vie che seguivano:
Einstein ‒ Il mio futuro è mio e non permetterò che pedanti accademici mi cambino.
Mileva ‒ La sapienza è una forza.
Einstein ‒ La sapienza è la loro debolezza. La fantasia è la nostra forza.
Furono quelli gli anni del loro amore, testimoniato appunto dalle lettere conservate, cinquantaquattro, che si scambiarono tra il 1897 e il 1903.
La loro storia d’amore dette alla coppia una figlia (Mileva non si era ancora laureata e non c’erano premesse di matrimonio, data l’avversione dei genitori di lui, per una ragazza che non era né ebrea, né tedesca, come diceva sua madre). Era il 1902 quando nacque la loro bambina, Lieserl. Di lei non si sa se sia stata data in adozione, o se sia morta subito dopo il parto, o più in là per scarlattina o tubercolosi. Un duro colpo per Mileva che, pur cercando di compensare la perdita con lo studio, non riuscì, come sappiamo a superare gli esami dell’ultimo anno di corso.
L’anno dopo, morto il padre di Einstein, i due contrassero un matrimonio civile. In seguito ebbero due figli, a poca distanza l’uno dall’altro, e il secondo affetto da schizofrenia. La cura e l’impegno per loro portarono Mileva ad abbandonare definitivamente gli studi e la fisica per dedicarsi al compito di madre.
Ad appesantire la condizione di Mileva i continui spostamenti per seguire il marito, a Berna, Mosca, Berlino, Zurigo, ma soprattutto i frequenti tradimenti di Einstein, finché decise di stabilirsi a Zurigo e chiedere il divorzio. Un divorzio che cancellò anni di impegno comune e amore, come si evince dal contrasto tra i documenti, in cui lo scienziato scriveva con gioia del “nostro lavoro” e dei “nostri brillanti risultati”, e quelli in cui è evidente il suo dispotismo e disprezzo nei confronti di Mileva. Tristemente noto è  “l’obbligo testamentario” in cui, chiedendo assoluta obbedienza, Einstein elenca assurde pretese di servigi vari e di silenzio; divieti di una qualsiasi vita di relazione; divieti a parlar male di lui con i suoi figli e in pubblico, etc.

Mileva e i suoi figli.Eduard e Hans Albert Einstein
Mileva e i suoi figli: Eduard e Hans Albert Einstein, 1914

Il divorzio arrivò cinque anni dopo, nel 1919. Nel frattempo lo scienziato aveva costruito il suo successo, era diventato famoso e ottenuto il Nobel, il cui premio in denaro però, come da testamento citato, era stabilito che andasse a Mileva, anche se Mileva non aveva firmato la loro scoperta della Relatività. Nessuno più dubita che Milena abbia lavorato da protagonista al suo fianco e abbia contribuito ad altre scoperte come il voltmetro, insieme con lo scienziato Conrad Habicht. Si racconta che, quando Habicht le chiese come mai non avesse firmato anche lei la ricerca, rispose giocando con la parola Einstein: «Perché avrei dovuto firmare? Noi due siamo una sola pietra (ein stein)».
Nel frattempo si era risposato in seconde nozze con una sua cugina, Elisa Lowental Einstein.
Non c’è dubbio che Mileva abbia vissuto con Einstein anni di studio, entusiasmo e felici intuizioni, ma anche di ristrettezze e talvolta anche di indigenza vera e propria. Sola, con due figli piccoli in giro tra Svizzera e Germania, con l’angoscia di un figlio schizofrenico con attacchi di epilessia, e dell’altro che la lasciò e andò a vivere in America col padre.
Certo non meritò di vivere i suoi anni nell’ombra e in solitudine, dimenticata.
Fu colpita da un ictus nel maggio del 1948, morì il 4 agosto dello stesso anno, dopo che un giudice le aveva assegnato un tutore per le sue condizioni: non era in grado di intendere e volere. Lei, Mileva, che dell’intendere e volere era stata “maestra e donna” per dirla con le parole di Dante (Canto XXXIII Inferno), una interlocutrice essenziale per la riuscita del lavoro di Einstein, che viene ricordato come lo scienziato più grande del ventesimo secolo. Mileva non fu da meno.

Il 1° novembre di quest’anno abbiamo letto su Repubblica un interessantissimo articolo di Gabriella Greison, che ci racconta dell’iter della sua richiesta al Politecnico di Zurigo affinché sia concessa una laurea ad honorem a Mileva Marić post mortem. Dopo quattro mesi dalla richiesta e tante pressioni, la risposta è stata negativa. No comment.

In copertina. Il busto di Mileva Marić, posto il 19 giugno 2016 nel Serbian Cultural Garden, Cleveland, Ohio, USA

Per saperne di più.

  • Einstein’s Wife: The real Story of Mileva Einstein-Marić. CD Audiolibro integrale, di A. Esterson e D. Cassidy, con E.Wiley. Unabridged edizione (marzo 2019)
  • Albert Einstein, Mileva Marić. Lettere d’amore, Bollati Boringhieri Editore
  • Albert Einstein His Life and Universe, di Walter Isaacson, Simon & Schuster, 2011
  • La storia dimenticata della moglie di Einstein, su web in Hello! World, Ott. 2019
  • Einstein e io, di Gabriella Greison, Salani Editore, 2018
  • Articolo di G. Greison su La Repubblica,1.11.2019

 

Articolo di Giulia Basile

62239253_365918477239533_7698025560005410816_n.jpgFondatrice della Sezione Comunale Avis di Noci (Bari) ed ex sindaca dello stesso Comune, si dedica con tenacia, da sempre, al difficile compito della formazione. Convinta attivista sociale, collabora con molte associazioni territoriali e nazionali. La creatività espressa in molte sue pubblicazioni di poesia e prosa e la cura nel trasmettere l’amore per la cultura sono il fiore all’occhiello del suo percorso

 

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