L’onore perduto di Katharina Blum

In questa stagione teatrale sta circolando uno spettacolo tratto dal celebre romanzo di Heinrich Böll L’onore perduto di Katharina Blum, uscito in Germania nel 1974, edito in Italia da Einaudi nel 1975. Sono andata nella mia biblioteca e ho ritrovato quel vecchio libro, acquistato e letto quando stavo per laurearmi. Sono trascorsi tantissimi anni, ma l’attualità della vicenda e dei temi affrontati mi ha colpito, come del resto mi accadeva ogni volta che affrontavo una nuova uscita dello scrittore tedesco. Ho molto amato, fra gli altri, Opinioni di un clown e Foto di gruppo con signora, ma anche i bellissimi racconti (cercate fra i tanti La raccolta di silenzi del dottor Murke, un vero gioiello). Böll, premio Nobel nel 1972, per chi lo ricorda ancora, aveva una forte vena satirica e umoristica che utilizzava per smascherare il sistema, il capitalismo sfrenato, l’alienazione, ma anche per analizzare i paradossi dell’esistenza, le nefandezze del potere, i tormenti dell’animo umano. La storia di Katharina è emblematica perché, attraverso la sua vicenda personale che sfocia in un omicidio di cui non si pente affatto, viene rivolto un feroce atto d’accusa verso un certo tipo di stampa spregiudicata, rappresentata dal GIORNALE (scritto proprio così). In realtà lo scrittore pensava ad un preciso gruppo editoriale appartenente alla famiglia Springer che scatenò una vera e propria caccia alle streghe fra il 1971 e il ’72 contro il gruppo Baader-Meinhof e le sinistre. D’altra parte chi non ricorda da noi il film Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio e gli articoli indecenti contro Pietro Valpreda, già “condannato” da un certo giornalismo in quanto ballerino e anarchico per la strage di Piazza Fontana a Milano? Ma torniamo al romanzo. Non si tratta di un giallo, anche se è presente un delitto, perché dalle prime pagine sappiamo cosa accadrà in un breve lasso di tempo; restano da capire il perché e il come. Katharina si trova coinvolta suo malgrado in una storia equivoca, in un breve rapporto d’amore con un tale che si rivelerà un ricercato; lei lo fa uscire di nascosto dalla propria casa e lo fa andare nella abitazione di un suo spasimante (sempre rifiutato) di cui ha la chiave. È una ragazza graziosa, di origini modeste, brava lavoratrice, onesta, perbene, ma queste virtù e la stima dei suoi datori di lavoro (l’avvocato Blorna e Trude, sua moglie) le si ritorceranno contro attraverso una trama di bugie e falsificazioni della realtà operata soprattutto dal giornalista Werner Tötges. Quella che è una innocente amicizia diventa una relazione peccaminosa, un dono diventa un oscuro pegno d’amore, il suo matrimonio sfortunato diventa la prova della sua leggerezza, persino la vecchia madre malata viene sfruttata con l’inganno tanto che muore per l’emozione e il dolore. Tutto ciò che in pochi giorni rappresenta un vero incubo per Katharina, oggetto di un linciaggio mediatico che oggi magari avverrebbe con altri mezzi, sembra appianarsi nel capitolo 45, quando le amicizie più care le sono vicine, il latitante è stato catturato, le sue colpe appaiono davvero minime. La ragazza però medita vendetta, senza assolutamente dare segni di squilibrio o di ira; legge e rilegge gli articoli infamanti sul GIORNALE (che appunto non ha titolo, ma i lettori tedeschi non avevano dubbi) e agisce in modo calmo e ben pianificato. Trovarsi di fronte il giornalista che la vuole intervistare, ma le propone tutt’altro («Allora, fiorellino, cos’è che si fa adesso, noi due? Per prima cosa proporrei che noi due si facesse un po’ di bum-bum») le ha reso il compito più facile. Il narratore, che ha via via commentato le fasi della vicenda, ci assicura che con otto o dieci anni di carcere se la caverà, uscirà a 35 anni e magari potrà rifarsi una vita con Götten, anche lui probabilmente condannato ad una pena simile.
Lo spettacolo teatrale si avvale dell’adattamento di Letizia Russo ed è interpretato nei ruoli principali da Elena Rodonicich e Peppino Mazzotta (Blorna), con la affiatata e convincente compagnia del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, per la regia di Franco Però. La scena è essenziale, ma assai funzionale: delle pareti verticali trasparenti, con porte apribili e alcuni semplici arredi, che rappresentano vari ambienti, consentendo più azioni contemporanee. Al centro gli elementi minimi di una stanza nella sede della polizia: un tavolo, delle sedie, un telefono. Lo sviluppo della vicenda segue rigorosamente quello del romanzo, addirittura con le stesse battute; si distaccano però alcuni espedienti teatrali: Katharina spesso racconta di sé in una sorta di monologo, il giornale senza nome qui diventa chiaramente “Bildzeitung”, mentre il finale si svolge in carcere con un incontro fra Blorna (che ha perso prestigio, è sporco e trasandato) e la ragazza ormai condannata, pur con tutte le attenuanti. In questo spettacolo, che non perde nulla del vigore del testo, sono ben caratterizzati i vari ruoli; mi è molto piaciuto ad esempio il vecchio commissario, insinuante ma non sgarbato, cauto e perspicace. Tötges acquista più evidenza rispetto al romanzo, e si calca la mano sui suoi comportamenti abietti, da sciacallo che rimesta nel fango, insultando persone deboli e innocenti, e falsificando la realtà dei fatti. Molto bravo Mazzotta, assai conosciuto dal pubblico televisivo per il suo ruolo come Giuseppe Fazio, a fianco del commissario Montalbano. Non lo avevo mai visto in teatro, ma sapevo della sua capacità di entrare nei ruoli più vari, mutando voce e atteggiamento, con notevoli doti di interprete, come accade qui: all’inizio professionista distinto e pacato, poi nervoso e impaziente, infine uomo distrutto nel fisico e nel morale, dopo la crisi economica precipitata su di lui e la moglie a seguito del coinvolgimento nel caso di Katharina, per la quale ha sempre provato più di un semplice affetto. Elena Rodonicich, volto noto in televisione e al cinema, ha la grazia e la decisione di Katharina, precisa, attenta, governante perfetta che ha reso un paradiso l’abitazione e la vita dei Blorna. Ma con altrettanta determinazione si procura la pistola, la nasconde, tende la trappola al giornalista e, sentendosi toccare e apostrofare con volgari richieste (quel bum-bum che diventa un doppio senso), non può fare altro che fare anche lei bum-bum. Ha girato a lungo, per ore, per “trovare” il rimorso, ma non l’ha trovato, e va a costituirsi.
Un bello spettacolo davvero che, pur ambientato negli anni Settanta del XX secolo, non ha perso attualità, anzi: in un’epoca di fake-news, di indegni attacchi sui social, di inutile chiacchiericcio a ruota libera su tutti i media, il buon giornalismo rappresenta una boccata d’aria fresca, indispensabile per riportare nella giusta prospettiva gli eventi.

 

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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