Le mille vite di Carolina

Di fronte ai fuochi d’artificio di una vita che s’incendia e incendia con mille effetti speciali qual è l’ordine di preferenza? Nel caso di Carolina Gozzini, amica conosciuta sotto molteplici “incarnazioni”, artista, fondatrice del gruppo Laboratorio Danza e del folk club Gabalo, consulente di bioenergetica, architetta, co-referente di Museo Teo, tanto vale partire dalla fine, cioè dalla nascita di Museo Teo, che vede la luce 30 anni fa per interesse artistico di Giovanni Bai e di Teo Telloli, il suo allievo che già da bambino diceva di voler fondare un museo. L’idea rivoluzionaria è di portare l’arte fuori da mercati e gallerie, preferendo gli atelier di artisti, le case private, i luoghi pubblici, persino supermercati, tram, bar. 30 anni fa in Italia non c’era nulla di simile, mentre esisteva negli Usa. Come funzionava? Si diffondeva l’invito, specificando “self drinks are welcome”, un po’ come alla festa di Holly Golightly aka Audrey Hepburn nel film Colazione da Tiffany.
Per definizione «Museo Teo lavora da sempre sui temi del limite (già nel 1999 aveva prodotto Museo Teo Art Fanzine # 16 The edge. Percorsi del margine) partecipando anche a progetti con altre associazioni e istituzioni (Border, Il Laboratorio di Procaccini 14 – FBF) con l’obiettivo di ritrovare la valorizzazione delle diversità, la responsabilità sociale, lo scambio interculturale, la città come territorio di relazioni».
E Carolina come c’entra? A introdurla è la madre Egle, amica di Bai, quella Egle Amaldi che parlando di casa sua dichiarava in una intervista «Qui ogni spazio è ispirato a Vitruvio» (stabilitas/comoditas/venustas ovvero stabilità, funzionalità, bellezza). Con lei Carolina visita fin da piccola decine di mostre, la Triennale e tanto altro. Nel 1969 (a 13 anni!) collabora alla mostra sulla Fòrmica allestita dalla madre architetta nella Sala delle Cariatidi al Palazzo Reale di Milano. A un compleanno Carolina regala a Giovanni Bai un piccolo vulcano confezionato con le proprie mani assemblando pezzetti di legno. Passano gli anni e arriva l’invito alla festa d’addio nella casa occupata che Bai deve abbandonare a seguito di un mandato di sgombero. Quella fu la prima mostra di Museo Teo, in un luogo svuotato ma pieno dei segni lasciati ovunque da chi ci abitava. E cosa vide Carolina appeso al muro? Il piccolo vulcano! C’era di che essere lusingata, il primo reperto espositivo!
Museo Teo è un concetto concreto, un’opera collettiva di e per una comunità intorno a progetti di alcune persone che talvolta, come gli asteroidi, prendono poi altre strade, come Luca Vitone, Gea Casolaro, oggi famosi. O associazioni tipo “Vegetali ignoti”, “e vento obliquo”.
L’idea diventa itinerante e gira per l’Italia, in Puglia, a Cisternino e altrove. Non mancano mai le feste, dove c’è da bere, da mangiare, tanta arte; dove inviti chi vuoi, anche i passanti.
L’anno dopo la fondazione esce la rivista “Museo Teo Art Fanzine” con frequenza non periodica e curata da grafici ogni volta diversi.
Ma torniamo alla persona Carolina, imparentata da parte di madre con uno dei “ragazzi di via Panisperna”, Edoardo Amaldi, cugino del nonno, appartenente al gruppo di studio che ottenne risultati fondamentali nella fisica del nucleo atomico, coronati nel 1938 dall’assegnazione del premio Nobel a Enrico Fermi. Un legame impegnativo che obbligava la pronipote a essere brava in fisica a scuola.

Foto 1

Queste radici eclettiche contribuiscono certamente allo spirito multiforme di Carolina, che aggiunge per sua natura la coltivazione del “divertimento”. Questo è anche l’effetto di Museo Teo, sbalestrare, divertire, stupire, favorire il godimento dell’arte attraverso la sfera emozionale, non soltanto quella cognitiva. Insomma, il mondo del Bengodi? Beh, c’è un risvolto meno simpatico, anzi irritante: spesso gli artisti uomini agiscono secondo modalità maschiliste. Sono solipsistici, autistici. Ed è pesante la relazione con questi bozzoli di individualismo.
Lo sguardo esce dai confini nazionali e si spinge in Francia, dove Véronique Champollion collega il gruppo con Art mobile di Nizza che fa parte della rete più ampia della Nouvelle école de Nice (Ben, Moya…).

2. Manomania

Ad Antibes si tiene un festival artistico a cui Carolina partecipa come ideatrice e regista della performance “pan pié” in cui i ballerini danzano indossando ai piedi, al posto delle scarpe, delle pagnotte, baguette, pane pugliese. Il divertimento non deve mai mancare.
Nicoletta Meroni di Museo Teo conosce un conte erede di un castello a tre piani con arredi d’epoca segnati dalla Storia. Sono qui benvenuti gli artisti, ognuno dei quali entra nello spirito del luogo decidendo dove esporre le proprie opere a scelta fra stanze, camere da letto, bagno, giardino, torre. Carolina s’installa nella sala della caccia con animali impagliati. Sul prato si prepara il gioco di Raperonzolo che consiste nello scavalcarsi incrociando enormi rotoli di strisce di plastica gialla per formare una grossa treccia da calare poi giù dalla finestra della torre. Là accanto alcuni addetti della Kodak scattano foto di modelle su balle di paglia per un servizio pubblicitario. Sul tardi Riccardo Poiret costruisce una stele dorata di schiuma solida che l’indomani ai pubblicitari della Kodak appare come la miracolosa trasformazione della treccia. Spirito goliardico? Passione ludica? Sì, ma anche il bello di soggiornare tutti insieme in una sontuosa residenza.
La località si chiamava Piòvera, attigua ad Alluvioni Cambiò. Malgrado il nome, non piovve mai. E qui si confermò l’amore per Museo Teo. Seguirono tante manifestazioni, dalle più “scrause” (scadenti in basso gergo) alle istituzionali, fino al glorioso apice del recente evento all’Istituto italiano di cultura, a Parigi. Non va poi dimenticata l’esperienza artistica di Baubaus lanciata da Patrizio Raso, con numeroso stuolo di partecipanti, tra cui Gonaria Morittu (abiti e oggettistica), Lucia Salvan (arteterapeuta), Mario Tedeschi (fotografo). A questo proposito si legge: «Museo Teo apre le stanze della sua casa e negli ambienti domestici tra cucina, salotto, corridoi e camere compiamo primordiali gesti come SEGNI propiziatori.

3. Liberté de parole

Il gruppo lavora alla costruzione degli orizzonti verso i quali ci spingeremo. I segni sono bisogni e l’Arte e i suoi strumenti sono usati come mezzi di ricerca».
Ma il paradiso non può attendere. È ora di parlare di Seborga, della casa di famiglia che è il posto più bello della Terra. Il panorama: a nord montagne innevate, a sud il Mediterraneo ombelico del mondo, a est riserva boschiva del Monte Nero con distese di piante, a ovest costa francese e tramonto sul mare. Si assapora la tranquilla solitudine del cocuzzolo, luogo di elezione della nonna albergatrice che ha lasciato in eredità il culto dell’accoglienza, questa volta non rivolto ai pensionanti ma agli amici.
Seborga, comune italiano nell’entroterra tra Ospedaletti e Bordighera, ha una storia curiosa, riportata da Wikipedia. A partire dagli anni Settanta del XX secolo ha rivendicato l’indipendenza dalla Repubblica italiana, in virtù di un presunto antico status di Principato di cui anticamente avrebbe goduto, ritenendo non valida l’annessione al regno di Sardegna. I cittadini di Seborga eleggono perciò un principe con funzioni prettamente simboliche, ultima rappresentante Nina Menegatto, prima donna a ricoprire la carica. La principessa è coadiuvata da un consiglio di nove ministri, privi di potere legale.
Il principato conia una moneta chiamata Luigino, senza alcun valore legale ma spendibile in città e oggetto di collezionismo numismatico. L’ingresso a Seborga è segnalato da una garitta piantonata da una sentinella in uniforme. Le targhe automobilistiche sono utilizzabili soltanto se complementari a quelle italiane e sia patenti di guida che passaporti recanti l’effigie e i timbri del principato vengono rilasciati a chi ne fa richiesta unicamente come oggetti di promozione turistica.
Con il suo abituale senso dell’ironia, Carolina Gozzini reclama per sé il titolo di principessa di Seborga, con tanto di magione in posizione dominante (utile osservatorio in caso d’invasione) e chiesetta privata, ahimè pericolante ma suggestiva pur nel suo stato diruto che preclude l’accesso per motivi di sicurezza.
Possiamo definire la sua una vita ricca di soddisfazioni? Sì, soddisfazioni, piacere, creatività in barba alla pesantezza delle pratiche burocratiche e amministrative che gravano oggi sulla professione di architetta. La linea conduttrice è curarsi della persona, il che significa rispondere alle esigenze della clientela non solo per gli aspetti tecnici ma anche per la scelta del bello, che non tutti sanno individuare.
Eppure il bello è alla portata di tutti.
Nel lungo documentario intitolato Le grand bal si vede come ogni estate a Gennetines, paesino dell’Alvernia, duemila persone arrivino da ogni parte del pianeta per ballare sette giorni e otto notti di fila in una kermesse di danza popolare all’insegna della collettività. Qualcosa di molto simile organizzò la giovane Carolina negli anni 1979/81 e ne scaturirono momenti di commozione, in cui i corpi privi di mascherature, si toccavano, si rivelavano anche nella loro “carnalità”. Un modo per conoscersi veramente.
Non basta: c’è stata e c’è ancora l’analisi, la scuola di counseling, la bioenergetica intesa come rispetto dell’altro, come pratica per rapportarsi al corpo e alla crescita individuale propria e delle persone vicine attraverso la conoscenza somato-relazionale che si occupa della funzione espressiva della comunicazione delle emozioni.
Come dice Carolina, il counseling è darsi aiuto nei momenti di crisi, la bioenergetica è un modo per stare bene.
Tutti aspetti che si rafforzano a vicenda e sfociano nel PROGETTO di generare idee e vederne i frutti realizzati tangibilmente. L’aforisma diventa: cercare di vivere al meglio perseguendo la propria ricerca di piacere.

In copertina. Museo Teo all’Istituto Italiano di Cultura, a Parigi. Da sx: Mario Tedeschi, Ciarlo Veneroni, Klaus Guldbrandsen, Nicoletta Meroni, Gonaria Morittu, Carolina Gozzini, Giovanni Bai

 

Articolo di Nadia Boaretto

0_9e7goFNadia Boaretto, residente fra Milano e Nizza (Francia). Laureata in lingue e letterature straniere all’Università Bocconi. Ex insegnante di inglese, traduttrice, attiva partecipante a testi del teatro di figura, nella fattispecie di una importante compagnia marionettistica. Femminista, socia fondatrice della Casa delle Donne di Milano.

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