Le parole che vorrei sentire nel 2020

Ho chiuso il 2019 con un articolo in cui indicavo una frase che non vorrei sentire nel 2020, dunque mi pare giusto cominciare il nuovo anno con una frase che invece nel 2020 mi piacerebbe sentire. In realtà mi piacerebbe sentire sempre più spesso alcune parole: ministra, sindaca, assessora, avvocata, ingegnera, architetta, addetta stampa, procuratrice, direttrice, governatrice, rettrice e tante altre.
Non vorrei invece sentire più espressioni come: “È cacofonico”, “Suona male”, “Ci sono ben altre cose importanti”, “Sono libera/o di usare la parola che preferisco”, “Non dobbiamo cambiare la grammatica”, “Le parole in -o sono neutre” e tante altre.
Dobbiamo continuare a ricordare ancora una volta come le parole possono cambiare la percezione delle persone, sia di chi nomina che di chi è nominato. E quindi come sia importante l’uso delle parole giuste, e in particolare dei femminili giusti.
Abbiamo discusso e discutiamo tanto sul perché sia importante usare il femminile e sul perché le parole cambino la percezione. Ma stavolta proviamo a chiederci perché c’è tanta ostinazione a non volere questo cambiamento. Ecco alcuni motivi che ho individuato.
Perché il linguaggio incide realmente sul potere maschile. Il maschile considerato inclusivo ci ricorda ogni momento che il maschile prevale sul femminile, dopotutto. E alla fin fine si pensa che sia giusto che il maschile prevalga. In Francia si sta combattendo la regola: “Il maschile prevale sul femminile” esistente  dal periodo della Monarchia Assoluta che poi è anche il periodo della nascita della Académie Française fondata nel 1635 dal cardinale Richelieu. Prima non esisteva. Nel 1767 un membro dell’Académie, il grammatico Nicolas Beauzée, spiegò: «Il genere maschile è ritenuto superiore al genere femminile a causa della superiorità del maschio sulla femmina». La frase mostra in maniera evidente come il linguaggio crea e modifica il pensiero.
Perché le parole possono provare un cambiamento reale che non si vuole in quanto non c’è un reale desiderio di Pari Opportunità, si vuole solo dare un contentino. Come dire, che ci sia qualche donna che fa cose che prima le donne non facevano va anche bene ma non vorremo mica che superino gli uomini! Il rischio c’è e spaventa, l’uso del maschile invece rassicura.
Perché tante donne riconoscono l’autorevolezza del maschile e, accettando di essere nominate al maschile, non si rendono conto di accettare anche la sudditanza, ma sentono ad esempio che definirsi avvocato dia più prestigio di avvocata. Ma solo cambiando le parole si cambierà la percezione.
Perché si dice che sono parole cacofoniche, cioè di suono sgradevole. In realtà ogni parola che non siamo abituati a dire/sentire ci suona strana. Non abbiamo fatto una gran fatica ad abituarci a parole tipo selfie, instagrammare, twittare, follower, googlare, taggare e alcune proprio terribili come fotoscioppare o matchare ma si definiscono cacofoniche assessora e architetta
Perché si dice che non bisogna imporle ma aspettare che entrino nell’uso, ma come fanno ad entrare nell’uso se ci si rifiuta di usarle?
Perché la tale donna ha detto di voler essere definita al maschile. Ma ricordiamo che esistono delle regole e che non decidiamo noi quali regole grammaticali applicare e quali no.
Perché il sessismo è sempre più sdoganato e secondo me è anche più sdoganato del razzismo o di altre discriminazioni. Sembra esagerata questa affermazione? Non lo è. Pensiamo ad alcuni ambiti, ad esempio quello della letteratura per l’infanzia che vivo in prima persona. Ebbene ci sono autori e autrici che si battono contro il razzismo, scrivono contro le discriminazioni ma poi facilmente incappano nella frase stereotipata o sessista o nel non nominare e nominarsi mai al femminile che non può essere casuale in chi vive di parole. Insomma, il sessismo è diventato ordinario.
Perché si sta tornando indietro: pochi giorni fa durante un incontro una ragazza ribadiva come siano assurde certe discriminazioni verso le donne nel 2019. Ma è giovane, è nata in questo secolo, non è in grado di capire che i passi avanti nascondono grandi passi indietro: oggi si dicono e pensano cose che mai si sarebbero dette o pensate quando io avevo la sua età. Nel 1999 ci fu una indignazione collettiva contro la sentenza della Cassazione che negò l’esistenza di uno stupro perché la vittima “indossava i jeans”, definiti come “un indumento che non si può sfilare nemmeno in parte senza la fattiva collaborazione di chi lo porta“, oggi il 39,3% della popolazione ritiene che una donna sarebbe in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo volesse. Il 39,3%!!! Non so, magari anche nel 1999 tanti/e pensavano che non fosse stato uno stupro, ma non l’avrebbero detto ad alta voce. Se da una parte le donne sono diventate ministre, astronaute e magistrate dall’altra basta guardarsi intorno per scoprire, ad esempio, l’uso continuo di corpi femminili oggettivizzati per vendere prodotti. Non dobbiamo lasciarci confondere dai passi avanti che nascondono quelli all’indietro.
Perché c’è un comune sentire per cui le parole non siano importanti ma lo è ben altro. In realtà chi pratica il benaltrismo vede solo la cima della piramide ma ci può essere una cima, al cui apice c’è il femminicidio, solo se c’è una base sotto. E in questa base, insieme a stereotipi, sessismo di ogni tipo, oggettivizzazione del corpo femminile c’è anche la negazione della presenza femminile attraverso il linguaggio che l’oscura, la nasconde, la fa sparire. Ma la stessa cosa avviene se immaginiamo una piramide alla cui cima c’è la mancanza di ruoli apicali per le donne o gli stipendi mediamente più bassi. Gli effetti più negativi e che più si vorrebbero contrastare dipendono dalla base, su cui si reggono. Se non modifichiamo abitudini, comportamenti, parole, espressioni che sono alla base non potremo modificare la cima della piramide.
Perché non volgono il loro sguardo alle bambine e ai bambini. È abbastanza inutile fare i progetti Stem per avvicinare bambine e ragazze alle materie scientifiche e poi nominare “direttore” chi dirige il Cern, anche se Fabiola Giannotti è una donna. Più di mille progetti, è il sapere che è donna chi dirige il più importante istituto di ricerca per la fisica delle particelle e ciò incide sulla loro consapevolezza. Non hanno problemi le bambine a usare il femminile, d’altra parte, perché hanno appena studiato la grammatica. Proviamo a guardare come brillano i loro occhi quando entrando in un’aula scolastica si dice: “Buongiorno bambine e bambini!” Come sono felici che chi parla abbia usato una parola in più tutta per loro.
Nonostante le difficoltà e gli arretramenti, non dobbiamo smettere però di usarlo noi il femminile, anche con qualche provocazione. Sono secoli anzi millenni che le donne devono sentirsi incluse nel maschile, proviamo invece a usare provocatoriamente il femminile inclusivo, soprattutto se si parla di temi che riguardano soprattutto le donne, in modo che per una volta gli uomini si sentano inclusi nel femminile e provino cosa vuol dire non essere nominati. Se gli uomini non riescono per una volta a sentirsi parte dell’universo femminile, come speriamo di cambiare un mondo in cui le donne sono sempre state parte dell’universo maschile?
Qualche giorno fa riempendo un form per acquistare un biglietto aereo dovevo scegliere un’opzione fra tre: signore, signorina, signora. E ho provato una irritazione antica. Agli uomini non si chiede di definirsi in base al loro stato civile, io per anni mi sono sentita chiedere “Signora o signorina”? Signorina è un modo edulcorato per dire zitella. Avete mai fatto caso a come suonano diversamente scapolo e zitella? Una volta tanto oggi è positivo aver adottato una parola inglese, single, che quanto meno non connota diversamente uomini e donne.
E se finalmente mi chiamano signora, se non altro per l’età raggiunta, quasi mai mi chiamano dottoressa, anche in una città, come la mia, in cui per abitudine il geometra viene promosso a ingegnere e il maestro a professore!
Dunque le parole sono importanti, importantissime. Scegliendole bene, usando il femminile quando necessario daremo l’esatta percezione di come vogliamo stare al mondo.

 

Articolo di Donatella Caione

donatella_fotoprofiloEditrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.

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