Mi trovai bella come una mente libera. Anna Kuliscioff, femminista socialista e dottora dei poveri

«A Milano non c’è che un uomo, che viceversa è una donna, la Kuliscioff». Così definiva l’elegante pasionaria Antonio Labriola, in una lettera ad Engels nel 1893.
Da questa affermazione è interessante partire, perché la storia di questa donna colta, poliedrica e appassionata si intreccia indissolubilmente con le questioni legate al linguaggio, tanto care alla nostra rivista. Quando si doveva, e forse ancora si deve, elogiare una donna per le sue capacità e la sua intelligenza, era naturale adottare riferimenti maschili. Oggi siamo solo più volgari e, come sottolinea Graziella Priulla nel suo libro Parole tossiche, per definire donne determinate e preparate usiamo termini mutuati dall’apparato riproduttivo maschile. Confrontarsi con una donna della statura morale, politica ed intellettuale di Kuliscioff è impresa ardua. Nella storia del socialismo italiano la sua figura occupa un posto di primo piano, anche perché ne è tra i fondatori l’unica fondatrice. In questa sede vorrei accennare a ciò che della sua vita risuona in noi come un annuncio di modernità. Se penso ad Anja Rozenstejin, cittadina russa nata in quella terra contesa che ancora oggi è la Crimea, mi viene in mente una bellissima frase, di una grande intellettuale e politica, Marta Nussbaum: «Mi trovai bella come una mente libera», perché libera, con un coraggio e una forza esemplari, Kuliscioff la fu davvero.
L’ammissione di Anja al Politecnico di Zurigo fu il primo passo di una formazione intellettuale che l’avrebbe portata ad iscriversi a Filosofia, scelta coraggiosa e impegnativa per una giovane diciottenne, fuori dagli schemi e favorita dall’educazione in una famiglia liberale e benestante, di origini ebree. Accostare il pensiero dei grandi filosofi, porsi le grandi questioni di senso dell’esistenza, significava sviluppare pienamente un intelletto curioso e vivace come il suo. Il primo gesto simbolico di questa splendida ribelle fu bruciare in pubblico il libretto universitario, quando lo zar la richiamò in patria insieme a tutti e tutte le studenti russe, sospettate di essere emigrate per praticare il libero amore. Un gesto provocatorio, che già ci fa intuire l’impegno politico della “madonna slava”, e il desiderio di rendere pubblica la propria protesta, perché ogni ingiustizia patita dev’essere condivisa.
Rientrata in Russia, partecipò, insieme al suo primo compagno, all’andata al popolo, un’iniziativa in cui gli studenti russi si impegnavano a sperimentare la durezza della condizione dei contadini. Questo passaggio sarebbe stato fondamentale per “la Zarina d’Italia”. Sentire la sofferenza dei poveri, condividere la loro quotidianità, capire la violenza sottesa al loro sfruttamento e agire per migliorarne l’esistenza sarebbero divenute le costanti della sua vita.
Imputata come cospiratrice, fuggì di nuovo in Svizzera, dove frequentò i circoli anarchici e alcuni esponenti del socialismo internazionale. Il respiro di libertà si alimentava dei sogni e delle visioni di una società egualitaria che prometteva pari diritti e opportunità a tutti gli esseri umani. Per sottrarsi alle ricerche della polizia dello zar cambiò il suo nome in Kuliscioff. Strinse ben presto una relazione con Andrea Costa, giovane e appassionato socialista imolese. La mente fervida e l’acutezza del giudizio di Kuliscioff
rappresentarono risorse fondamentali nel dibattito politico all’interno del nascente partito dei lavoratori e regalarono a Costa il respiro internazionale di cui aveva bisogno. Gli arresti, i periodi in carcere, le fughe tra la Svizzera, Parigi, Firenze, Milano e Imola furono frequenti per i due amanti, che intrecciarono una fitta corrispondenza epistolare. Kuliscioff era uno spirito libero, una conversatrice colta, una curiosa del sapere. Mentre Andrea era in carcere, Anna incontrò Carlo Cafiero, con cui ebbe un’intesa intellettuale e iniziò una sincera amicizia. Con naturalezza e fiducia ne parlò all’amato in una lettera. La reazione fu terribile: Costa le dimostrò tutta la sua gelosia e l’interesse alla difesa del suo onore di maschio. Anna così rispose: «Io alla fine vedo una cosa: agli uomini come sempre è permesso tutto, la donna deve essere di loro proprietà». Alle donne, anche alle più colte, se legate sentimentalmente ad un uomo, non era consentita l’amicizia con altri uomini.
Anna trascorse a Imola un lungo periodo con Andrea e la sua famiglia e qui partorì la loro figlia, Andreina. L’ambiente di Imola le stava stretto, di sposarsi civilmente non aveva alcuna intenzione. Il matrimonio era per lei solo un contratto commerciale davanti allo Stato e di matrimonio davanti al prete, da vera miscredente, non ne voleva sapere. Una figlia illegittima e una relazione extraconiugale con Costa erano la dimostrazione della coerenza con le proprie idee. Per di più, una donna che parlava e si interessava di politica nella provinciale Imola era malvista. Anna scalpitava, mentre i contrasti con Costa continuavano e ad un certo punto la donna innamorata della libertà (Volli) prese con sé la figlia e se ne andò in Svizzera.
In una lettera a Costa, Kuliscioff così avrebbe scritto del loro amore: «Tu cerchi in me la femmina, non la donna…»
«Tu cerchi in me il riposo, io in te la vita. Io sono per te poco donna, tu per me sei un’astrazione….»
I loro rapporti, col tempo, sarebbero rimasti cordiali, ma Anna avrebbe continuato, in modo esigente, a ricercare una storia d’amore in cui essere considerata al pari dell’uomo, una persona in grado di ragionare e dissertare delle più grandi questioni familiari, politiche e sociali. Sarebbe maturata presto in lei la consapevolezza della situazione di sudditanza e di emarginazione in cui le donne erano tenute nella famiglia, nella società e nel partito e il suo impegno si sarebbe concentrato prioritariamente a difesa delle donne. Avrebbe percepito, con un’intuizione preziosa, che spesso l’amore romantico e il matrimonio erano gabbie per le donne, tanto quanto il cosiddetto “istinto materno”, «che spesso degenera in grettezza, avarizia ed egoismo».
A Berna si compì un’altra scelta importante della sua vita: si iscrisse a medicina, per essere vicina alle tante persone povere, soprattutto donne, e si sarebbe specializzata, insieme a pochissime altre, pur tra mille difficoltà, in ginecologia, con una tesi sull’origine batterica delle febbri puerperali, responsabile dell’alto tasso di mortalità femminile. Anche questo sarebbe stato un modo operativo e concreto di aiutare le persone più sfortunate tra le sfortunate.
Trasferitasi a Milano esercitò la professione di dottora e si batté, con una perspicacia in anticipo sui tempi, per l’uso della desinenza femminile sia della sua professione che di tutti i lavori tradizionalmente riservati agli uomini. Col tempo fu chiamata “la dottora dei poveri”, per l’abnegazione con cui si dedicò alla cura delle persone meno abbienti.
A Napoli, città dal clima mite, in cui si era rifugiata anche a causa della tubercolosi contratta in carcere alcuni anni prima, conobbe Filippo Turati. Ne nacque un sodalizio intellettuale e amoroso che sarebbe durato tutta la vita, tra alti e bassi, e avrebbe finalmente corrisposto alla sua visione dell’amore come una conversazione continua su temi esistenziali, sociali e politici.
Un altro passaggio fondamentale nella ricerca della libertà fu il suo intervento, come prima donna relatrice al Circolo Filologico Milanese, dove si permise di parlare dei rapporti uomo-donna, in un testo rimasto memorabile, a partire dal titolo: Il monopolio dell’uomo. Kuliscioff aveva scoperto da tempo che le donne sono le oppresse tra gli oppressi in una società pensata e dominata dall’uomo. Ecco le sue parole: «Tutti gli uomini, salvo poche eccezioni, e di qualunque classe sociale, considerano come un fenomeno naturale il loro privilegio di sesso e lo difendono con una tenacia meravigliosa, chiamando in aiuto Dio, chiesa, scienza, etica e le leggi vigenti, che non sono altro che la sanzione legale della prepotenza di una classe e di un sesso dominante. La donna è stata il primo animale domestico dell’uomo».
Ma Kuliscioff aveva raggiunto il suo apice nel Discorso alle italiane in occasione delle elezioni politiche del 1897 laddove ebbe il coraggio di affrontare la questione del voto alle donne a viso aperto e senza remore. Queste le parole della “madrina del socialismo”:
«Noi donne siamo totalmente escluse da questa gara (le elezioni n.d.r.). Noi, secondo la presunzione che informa la legge, non abbiamo interessi da difendere, scopi da raggiungere, idee da patrocinare e da mandare avanti. È evidente dunque che noi non siamo cittadine, siamo delle straniere nel nostro Paese; siamo la cosa degli altri, di alcuni altri».
A Milano Kuliscioff e Turati condivisero un appartamento, dove si confrontavano e discutevano e dove era Kuliscioff la suggeritrice di molte proposte di legge e discorsi del suo compagno in Parlamento. Nel salotto vicino al Duomo arrivavano esuli, intellettuali, socialisti, tra questi il giovane e appassionato Matteotti, a confrontarsi con una donna elegante e curata, dalla mente libera e curiosa. Questa pensatrice generosa e infaticabile, pur minata nella salute, avrebbe presto fondato e diretto la rivista “Critica sociale”, dove ogni articolo sarebbe passato al suo vaglio e i cui editoriali sarebbero stati sempre concordati con Turati, salvo in pochissimi casi.
L’8 maggio 1898 durante i moti di Milano le forze del generale Bava Beccaris fecero irruzione nella casa della coppia e arrestarono Kuliscioff e Turati per reati di opinione. Rilasciati in tempi diversi, in seguito a provvedimenti di clemenza generale, i due grandi alleati nella vita e nella politica divennero i proponenti, nel 1902, l’uno alla luce del sole, l’altra nell’ombra, della legge Carcano alla Camera a tutela del lavoro delle donne e dei bambini.
Da questo momento l’impegno di Kuliscioff si sarebbe concentrato sempre di più sui diritti delle donne e sul diritto al voto e sarebbe sfociato nella proposta del vero suffragio universale all’interno del partito. Ne sarebbe nata una “polemica in famiglia” con Turati perché su questo punto la sordità maschilista non conosceva differenze. Solo più tardi Turati avrebbe riconosciuto le ragioni di Kuliscioff anche su questo punto.
Anna Kuliscioff fondò nel 1912 la rivista “La difesa delle lavoratrici”, su cui si sarebbero alternate le firme più influenti del socialismo. Il 19 luglio dello stesso anno sarebbe nata l’Unione Donne Italiane.
Giolitti in quello stesso anno istituì il suffragio cosiddetto “universale” (definito così anche in una traccia dei temi all’esame di Stato dell’era repubblicana, purtroppo, a proposito di “monopolio dell’uomo”) solo maschile, anche per gli analfabeti, ma avrebbe escluso le donne. A questa legge Kuliscioff dedicò un opuscolo di critica: Donne proletarie, a voi!
Sempre in quell’anno all’interno del partito si affermò la corrente rivoluzionaria di Benito Mussolini. Kuliscioff, con il suo intuito politico eccellente, ne avvertì subito tutto il pericolo. Mussolini non le piaceva, lo trovava volgare e demagogico. Avrebbe, come sempre, anticipato i tempi e riconosciuto il nemico della libertà dietro le sembianze accattivanti dell’uomo forte, tanto caro all’Italietta anche a noi contemporanea. Il delitto Matteotti del 1924 sarebbe stato un colpo definitivo per Kuliscioff e i socialisti, i cui esponenti sarebbero stati i più perseguitati dal violento e autoritario regime fascista.
Kuliscioff, che non accettò mai di essere definita “la compagna di”, crebbe la figlia con principi rivoluzionari e antisistema ma ottenne in cambio una persona mite, credente, omologata, lontana e per nulla attratta dagli ideali materni e paterni del socialismo. Andreina compì il suo gesto di ribellione a una madre forse troppo individuata e determinata, sposando il rampollo di una famiglia cattolica e borghese, da cui sarebbero nati un figlio e una figlia che dedicarono la propria vita alla Chiesa. Kuliscioff ne avrebbe sofferto moltissimo ma avrebbe accettato la realtà, con intelligenza e umiltà, riconoscendo che i valori di uguaglianza e giustizia sociale sono comuni al socialismo e al cristianesimo più vero.
Il femminismo di Kuliscioff, lontano dalle lotte delle borghesi, a dispetto delle critiche di economicismo che le furono mosse, è molto più vicino a noi di quanto si possa credere, come dimostrano le sue parole: «Non è una condanna ad ogni costo dell’altro sesso che le donne domandano; esse aspirano anzi a ottenere la cooperazione cosciente ed attiva degli uomini migliori, di quanti, essendosi emancipati, almeno in parte, dai sentimenti basati sulla consuetudine, sui pregiudizi e soprattutto sull’egoismo maschile, sono già disposti a riconoscere i giusti motivi che le donne hanno di occupare nella vita un posto degno per averne conquistato il diritto».
Il 29 dicembre 1925 una delle più lucide pensatrici del passaggio di secolo si spense dopo lunga malattia. Nemmeno nell’occasione del suo funerale i fascisti riuscirono a tenere un comportamento civile e a un certo punto assaltarono il corteo.
Il suo corpo riposa al Cimitero Monumentale di Milano e a lei è stata dedicata una via in zona Bisceglie.

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Milano, foto di Nadia Boaretto

In piazza Duomo tutti possono ammirare la targa dedicata a lei e a Turati. Al miglior cervello del socialismo italiano sono dedicate vie, targhe, una Camera d’autrice a Imola e una Fondazione che raccoglie tutti i suoi scritti, una miniserie televisiva con protagonista Marina Malfatti e il documentario Madri. Anna Kuliscioff, nonché un’interessante puntata di wikiradio. Non molto noto il fatto che Carlo Lorenzini (Collodi), all’epoca giovane giornalista, assistendo al suo processo a Firenze nel 1879, fu talmente colpito dalla sua forza e dal suo fascino da trarne ispirazione per la Fata dai capelli turchini.
Il suo scritto Il monopolio dell’uomo così si concludeva: «Mi auguro, per il trionfo della causa del mio sesso, solo un po’ meno d’intolleranza dagli uomini ed un po’ più di solidarietà fra le donne. Allora forse si avvererà la profezia del più gran poeta del nostro secolo – Victor Hugo – che presagì alla donna quello che Gladstone presagì all’operaio: che cioè “il secolo XIX sarebbe stato il secolo della donna”».
Anche grazie a Madri come Kuliscioff nel XXI secolo continuiamo ad agire perché questa profezia si avveri.

ROMA.Kuliscioff.FOTO DI DenisaPodar
Roma, foto di Denisa Podar

 

 

Articolo di Sara Marsico

Sara Marsico.400x400.jpgAbilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLILÈ stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione, la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donneÈ appassionata di corsa e montagna. 

2 commenti

  1. Letto tutto d’un fiato. Bella la scrittura detox e bella la conoscenze trasferita con gentilezza.
    Mi ha fatto accorgere che quello che sapevo su Anna Kuliscioff era impostato sul pregiudizio. Era la mia ignoranza a renderla ideologica e poco femminista.
    Grazie Sarà Marsico anche della tua bella foto e della sua, bella e mai osservata prima. Un abbraccio,
    Ondina

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