La meglio gioventù. Ada Prospero Gobetti Marchesini

Quando parlo con i miei e le mie studenti, affronto spesso con loro la figura dell’influencer, ovverosia di quelle persone che hanno «la capacità di influenzare i comportamenti e le scelte di un determinato gruppo di utenti e, in particolare, di potenziali consumatori» (Vocabolario Treccani). Invito loro a saper scegliere bene i/le propri/e influencer e racconto quali sono i nomi che compaiono nella mia personale lunghissima lista. Uno di questi è quello di Ada Prospero.
La sua straordinaria vita è una delle biografie che non si possono non conoscere, perché attraverso di essa si ha un quadro conoscitivo esauriente della storia d’Italia dagli inizi fino alla prima metà del Novecento, ovvero di un lasso di tempo in cui si concentrano eventi importantissimi per le sorti non solo del nostro Paese, ma dell’intera Europa del secondo dopoguerra. La storia di Ada mi appassiona moltissimo, perché è sorprendente in ogni suo aspetto e perché è emblema della storia di una giovane generazione che ha lottato in prima linea, imbracciando armi necessarie per la difesa degli ideali di giustizia e libertà. Non solo: è la storia di una delle tantissime donne che meritano di avere rilievo e brillare di luce propria, al di là dell’essere ricordate come “moglie, madre, sorella di”. Ada è stata anche moglie di Piero Gobetti, il giovane intellettuale che fondò riviste importantissime come “Energie Nove”, “La Rivoluzione liberale” e “Il Baretti”, che hanno rappresentato pietre miliari del dibattito – diventato poi lotta – antifascista di stampo liberalsocialista.
Seguiamo con ordine le tappe di questa vita portentosa. Il 23 luglio 1902 Ada nasce a Torino: è figlia unica di una casalinga torinese e di un commerciante di frutta originario del Canton Ticino. Frequenta il liceo classico “Vincenzo Gioberti” di Torino e sono gli anni in cui incontra Piero, che ha già fondato le riviste “Energie Nove” e “La Rivoluzione liberale” e alle quali lei collabora con fervida passione. Si sposano nel 1923 e due anni dopo nasce loro figlio Paolo.

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Sono anni ferventissimi e drammatici in Italia, da poco avevano assistito con attenzione e spirito di solidarietà alle rivolte operaie del Biennio rosso. Incinta e a quasi ventitré anni, nel 1925 si laurea in filosofia teoretica con una tesi sul pragmatismo angloamericano. Intanto nel 1922 è già avvenuta la marcia fascista su Roma e il regime ha intensificato i suoi metodi repressivi. Nello stesso anno 1925, infatti, la rivista “La Rivoluzione liberale” viene soppressa e Piero è costretto ad emigrare l’anno successivo a Parigi, città che in questi anni accoglie molti esuli antifascisti, tra cui Giuseppe Di Vittorio, Carlo Rosselli, Francesco Fausto Nitti, Emilio Lussu. L’esperienza francese dura pochissimo: le condizioni di salute di Piero peggiorano, acuite da una violenta aggressione degli squadristi in occasione della chiusura della sua casa editrice. Ada resta vedova nello stesso anno 1926. Soffre moltissimo per la perdita del marito, ma è una donna forte e una madre resiliente: si aggrappa con tutte le forze alla vita e riesce ad andare avanti in anni estremamente difficili non solo per le donne, ma in generale per l’intero Paese. Comincia la sua avventura di educatrice ed insegnante: nel 1928 vince una cattedra di lingua e letteratura inglese, che ricopre tra Bra e Savigliano, in provincia di Cuneo, e dal 1936 insegna al liceo “Cesare Balbo” di Torino. Trova grande aiuto e sostegno intellettuale in questi anni nell’amicizia con Benedetto Croce, che aveva avuto modo di conoscere durante il suo viaggio di nozze a Napoli. A Meana, paese della Val di Susa dove entrambi trascorrono le vacanze estive, il filosofo la incoraggia a compiere le prime traduzioni dall’inglese e le procura contatti con gli editori Laterza e Garzanti.
La vita di Ada prosegue in modo vitale e partecipe al dramma che l’Italia vive sotto la dittatura del fascismo. Così come avveniva quando era vivo Piero, la sua casa continua a essere luogo di feconde relazioni e di attiva azione intellettuale e clandestina. In essa si ritrovano i giovani che avevano dato vita al movimento “Giustizia e libertà”, fondato a Parigi nel 1929 da quegli esuli che non avevano chinato la testa di fronte al regime e ai quali dobbiamo tantissimo per il loro coraggio, la loro intelligenza e cultura, la loro opera di diffusione dei semi della libertà. Ne facevano parte il leader carismatico Carlo Rosselli, Emilio Lussu, Alberto Tarchiani, Alberto Cianca, giovani che già negli anni Venti con Piero Gobetti – ispiratore del movimento di Rosselli – si riunivano, scrivevano, studiavano, per diffondere gli ideali di una democrazia liberalsocialista. Ma gli ideali del movimento attraevano tanti personaggi le cui vite saranno esempi di donne e uomini che davvero hanno lasciato un segno nel nostro Paese: Filippo Turati, Adriano Olivetti, Sandro Pertini, Carlo Rosselli. In un contesto di indubbia prevalenza maschile, le donne avevano un ruolo altrettanto importante. La compagna di Turati era Anna Kuliscioff (su di lei si legga un bellissimo articolo pubblicato nel n. 43 di vitaminevaganti, scritto da Sara Marsico, reperibile al seguente indirizzo: https://vitaminevaganti.com/2020/01/04/mi-trovai-bella-come-una-mente-libera-anna-kuliscioff-femminista-socialista-e-dottora-dei-poveri/); la moglie di Rosselli era Marion Catherine Cave, una giovane laburista inglese che aveva appoggiato attivamente le lotte clandestine del marito e che Carlo aveva conosciuto al Circolo della Cultura salveminiano; la moglie di Pertini era Carla Voltolina, attivissima staffetta partigiana nelle formazioni “Matteotti”, tra le tante donne senza le quali probabilmente la Resistenza non sarebbe stata condotta come effettivamente è avvenuto; la seconda moglie di Lussu era Joyce Salvadori,
partigiana, scrittrice, traduttrice, poeta italiana, medaglia d’argento al valor militare, capitana nelle brigate “Giustizia e Libertà”. La figura di Ada, dunque, si inserisce in un panorama di storia della resistenza antifascista femminile che non smette mai di sorprendere e regalare scoperte di donne per anni sepolte dall’oblio della Storia scritta e raccontata al maschile.
Torniamo alla vita di Ada. Nel 1937 si risposa con Ettore Marchesini, tecnico dell’Eiar, l’emittente radio di Stato. Giunge il giorno nefasto: il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra ed è il momento di rafforzare ancor di più le azioni dei/delle giovani antifascisti/e. Nello stesso anno Garzanti pubblica con lo pseudonimo Margutte il suo romanzo Storia del gallo Sebastiano, la storia di un gallo nato brutto e strano in una famiglia borghese rigida e conforme ad una società dalle leggi insensate a cui obbediscono tutti senza ribellarsi, tranne Sebastiano. Un romanzo, dunque, allegorico, pubblicato tra l’altro cinque anni prima del ben più famoso La fattoria degli animali di George Orwell, costruito su analoga metafora animalesca del potere.
Nel 1942 Ada è tra le fondatrici del Partito d’Azione, nel quale confluiscono le forze del movimento “Giustizia e libertà”. L’anno successivo, all’indomani dell’armistizio, lei e il figlio diciassettenne Paolo combattono nella Resistenza come partigiani: Ada è staffetta in Val Germanasca e commissaria politica della IV Divisione “Stellina” delle brigate “Giustizia e libertà” in Val di Susa, assolvendo all’importante compito di mantenere i collegamenti con il Comando militare. La sua esperienza nella Resistenza diventa un libro prezioso, Diario partigiano, pubblicato da Einaudi nel 1956, con una bellissima prefazione di Italo Calvino che dedica parole di ammirazione per Ada: «È il libro di una donna, non d’una delle tante semplici donne italiane che in quel periodo furono spinte da un istintivo desiderio di pace e di giustizia a una coscienza civile, ma d’una donna la cui vita era già segnata dalla lotta antifascista: Ada Prospero, la vedova di Piero Gobetti, il giovane martire del primo antifascismo italiano, vissuta tra il fiore dei cospiratori del ventennio e animata da una passione di libertà, da un bisogno di azione, da un coraggio eccezionali. […] È il libro d’una madre, questo: d’una madre che va a fare la guerra partigiana insieme a suo figlio di diciott’anni e con lui divide i pericoli e i disagi» (da Diario partigiano, Nota, 1956). Il Diario fu scritto su invito di Benedetto Croce ad affidare alla scrittura questa pagina della storia italiana, il cui svolgimento lui stesso non riusciva a immaginare se non ascoltando chi ne era stato testimone, a riprova della necessaria funzione storica e sociale della memoria.

Diario partigiano

Ada diventa anche protagonista delle rivendicazioni per l’emancipazione femminile e fonda i “Gruppi di difesa della donna”, un organismo straordinario che vede la collaborazione di donne appartenenti per fede politica a diversi partiti ed organizzazioni, ma che si uniscono sotto l’egida della comune avversione al fascismo e a qualsiasi forma di soppressione della libertà. Sono al suo fianco Maria Bronzo Negarville del Partito comunista, Irma Zampini del Partito liberale, Medea Molinari del Partito socialista e Anna Rosa Gallesio della Democrazia cristiana. È questo l’aspetto della storia di quegli anni che mi ha sempre colpito ed emozionato: una solidarietà e azione d’intenti che oggi è difficile ritrovare nelle istituzioni. Le persone che hanno vissuto in quegli anni avevano un tale senso di appartenenza ad un’unica fede, quella nella libertà e nella difesa dei diritti umani, che lascia commossi/e ogniqualvolta si leggono le loro storie. Sono esempi di quella cittadinanza attiva, responsabile e consapevole che dovremmo imparare tutte/i ad agire in modo concreto e quotidiano in una società che sembra sempre più soccombere all’inedia e all’egoismo. Sono significative, a tal proposito, le parole di Ada nella dedica del suo Diario partigiano: «Dedico questi ricordi ai miei amici: vicini e lontani; di vent’anni e di un’ora sola. Perché proprio l’amicizia – legame di solidarietà, fondato non su comunanza di sangue, né di patria né di tradizione intellettuale, ma sul semplice rapporto umano del sentirsi uno con uno tra molti – m’è parso il significato intimo, il segno della nostra battaglia. E forse lo è stato veramente». Al Diario Ada affida un pensiero sui “Gruppi di difesa della donna”: sono nati per l’impulso di spiegare alle donne del popolo il senso della guerra che stavano combattendo, affermando che valeva davvero la pena dare un contributo importante alla Resistenza, sentendosi parte della Storia, anche solo aiutando i partigiani e le partigiane con piccole commissioni e mansioni domestiche, fondamentali per il sostegno alla lotta.
La staffetta Ada diventa presidente dell’Unione delle donne italiane di Torino e nel 1945 partecipa alla fondazione della Federazione democratica internazionale delle donne, composta da azioniste, cattoliche, comuniste, liberali, socialiste, repubblicane. È stata anche la prima donna nominata vicesindaca di Torino dal Comitato di liberazione nazionale. Negli anni Cinquanta vive una nuova stagione di impegno professionale e politico: scrive su “L’Unità”, “Paese Sera” e “Il Pioniere”, diretto da Dina Rinaldi e Gianni Rodari, si interessa di letteratura e di pedagogia; dirige, insieme a Dina Bertoni Jovine, la rivista “Educazione Democratica”, entra nella redazione di “Riforma della scuola”. Nel 1956 aderisce al Partito comunista. I temi dell’istruzione e della cultura le sono a cuore da sempre, come anche la lotta per l’affermazione dei diritti delle donne. Dai suoi articoli deduciamo una weltanschauung democratica e laica, rivolta soprattutto alle giovani generazioni, secondo cui la scuola dovrebbe essere basata su un rapporto studenti-docenti di reciproco rispetto e la famiglia formata sulla base di una relazione di coppia aperta, dialettica e non dispotica. In risposta ad una lettrice dell’”Unità” Ada scrive: «Non è vero che non c’è nulla da fare per voi ragazze. Poiché tutte potete partecipare alle battaglie che oggi in Italia si combattono in ogni campo per imporre il rispetto e l’applicazione della Costituzione. Affermando l’uguaglianza di tutti i cittadini senza nessuna distinzione, la nostra Costituzione garantisce implicitamente quelle che sono le vostre esigenze fondamentali: il diritto al lavoro e il diritto all’amore. S’impegna cioè a creare una organizzazione sociale in cui non esista incompatibilità tra le due cose; in cui una ragazza possa iniziare e seguire una carriera indipendente, esprimere le proprie capacità, inserirsi nel lavoro produttivo del paese, senza dover per questo rinunziare ad avere una famiglia o una casa, o senza dover inevitabilmente trascurare l’una o l’altra cosa; o senza doversi infine sottoporre, se vuole farle bene entrambe, a una fatica, una tensione di cui finirà presto o tardi col sentire le conseguenze». Parole importanti che ci conducono ad un’amara riflessione, o meglio constatazione, ovvero la mancata piena realizzazione di questo grande progetto di libertà e dignità per le donne nel nostro Paese. Basterà appena ricordare le recenti statistiche, che registrano una situazione assolutamente deleteria: «Secondo la rilevazione dell’Ispettorato nazionale del lavoro […], nel 2019 si sono dimesse dal lavoro 37.611 neo-mamme e 13.947 neo-papà (11.488 per passare a un’altra azienda). Un aumento del 4% rispetto al 2018. Le donne, nel 73 % dei casi, si sono licenziate. La cifra non fotografa neanche l’intero fenomeno: riguarda infatti solo i casi di dimissioni “certificate” dall’Ispettorato (per legge in Italia non si possono licenziare i lavoratori nel primo anno del bambino e le dimissioni devono essere convalidate dall’Ispettorato) e i casi di bambini di età inferiore a tre anni. A fronte dell’alta probabilità che ci siano zone d’ombra o dimissioni mascherate non rilevabili […] Secondo i dati, poi, il fenomeno riguarda soprattutto genitori al primo figlio, che hanno tra i 29 e i 44 anni e con meno di tre anni di servizio. La spiegazione più frequente è “la difficoltà di conciliare l’occupazione con le esigenze di cura della prole” (20.730 casi, erano 20.212 nel 2018)» (da www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/06/25/italia-senza-welfare-non-si-puo-essere-mamme-e-lavorare
).
L’attività in campo educativo e pedagogico diventa centrale per Ada nell’ultima fase della sua ricchissima esistenza. Nel 1959 fonda e dirige la rivista “Il Giornale dei Genitori”, un mensile di straordinaria modernità, i cui articoli affrontano i più disparati temi, come indicano i titoli degli scritti: opinioni in famiglia, capire la scuola, i pensieri di una giovane mamma, l’educazione sessuale dei ragazzi, il gioco, vedere ascoltare sapere, la mamma lavora, i ragazzi e la politica, e tantissimi altri. In un editoriale del gennaio 1965, Ada scriveva: «”Non bisogna che gli educatori insegnino a essere liberi, debbono essere liberi essi stessi”. C’è, in questa dichiarazione d’una studentessa diciottenne il rifiuto di tutta una pedagogia paternalistica, fondata sulla parola, e al tempo stesso l’esigenza di una pedagogia nuova che abbia le sue radici nell’esempio, nella ricerca e nell’azione comune». Quanto moderna, sensibile, intelligente, si mostra oggi ai nostri occhi un’affermazione del genere, che formulata quasi alla fine degli anni Sessanta, gli anni del boom economico, mostra impietosamente come siamo purtroppo non del tutto in linea con questo ideale di pedagogia, incentrato sulla persona e non sui numeri, sulle statistiche, sulla valutazione, aspetti che nel nostro sistema scolastico si manifestano prevalenti rispetto alla cura del processo di apprendimento del/della discente, che dovrebbe essere stimolato dall’empatia, dal senso della realtà e dall’esempio del/della docente. Da queste considerazioni nasce la rilevanza che per Ada aveva “Il Giornale dei Genitori”: era – ed è più che mai – importante che gli adulti intrattenessero un rapporto costante e attento con le nuove generazioni, con un dialogo dialettico che non si ponesse mai come esercizio del potere in ottica patriarcale, ma piuttosto come relazione di ascolto, crescita e rispetto reciproci. In un articolo del 1962 scriveva: «Educazione è partecipazione: non si possono educare i ragazzi isolandoli dal mondo che li circonda, chiudendo loro gli occhi a ciò che accade, restringendo gli interessi al “particulare”: bensì abituandoli a considerare come cosa propria tutto ciò che è umano, a non porre limiti al desiderio di conoscenza e di esperienza, ad accettare responsabilità personali e collettive, a credere nella capacità propria e altrui di rimediare ai mali esistenti e di prevenire le rovine future». Ancora in un altro scritto: «Educhiamo noi veramente i nostri figli in questo spirito, secondo questi principi? L’aria che si respira oggi nelle nostre famiglie è tale da promuovere la fioritura delle civili virtù – che del fascismo sono la negazione – e da scoraggiare invece la viltà e l’indifferenza – che ne formano l’inevitabile sostrato? O non ci sono invece tra noi – anche tra i migliori, tra quelli che hanno valorosamente partecipato alle battaglie di ieri – timidezze, cedimenti, involuzioni? La pigrizia e la paura non si levano a volte a bloccare la nascente combattività dei ragazzi, dei giovani? E quando, parlando con loro, condanniamo il fascismo, sappiamo render chiaro che la condanna non va circoscritta ai suoi aspetti più superficialmente odiosi e alle sue sanguinose violenze, ma deve essere estesa a tutto un sistema sociale che fa degli uomini, per la difesa del privilegio, dei corruttori o dei corrotti, degli oppressori o degli oppressi? […] Che cosa insegniamo oggi ai nostri figli? Non inutilmente forse, a diciassette anni dalla Liberazione, ci porremo questa domanda e ci sforzeremo di rispondere sinceramente, con coraggiosa onestà. E sarà questa senza dubbio la forma migliore di celebrazione. Ché proprio nell’educazione da noi impartita ai figli è la chiave del nostro domani» (da Non siete soli. Scritti da “il Giornale dei genitori”, 1959-1968, aprile 1962, anno IV, n. 4).
Dopo aver fondato nel 1961 il Centro Studi Piero Gobetti con la collaborazione del figlio Paolo, la nuora Carla e il filosofo Norberto Bobbio, guarda con curiosità alle crescenti proteste giovanili del Sessantotto e il 1° gennaio dello stesso anno scrive un testo dal titolo Gli studenti hanno ragione: «Ricordo che ventitré anni fa, all’incirca in questi giorni, quando, nell’imminenza della fine della guerra, si cominciavano a far progetti per l’avvenire del nostro paese (e della nostra scuola), ebbi a dire che si sarebbe dovuto chiudere l’Università per vent’anni e ricostruirne una nuova nata dalle esigenze reali dei giovani cresciuti in un mondo nuovo quale quello che si sperava. […] Questa volontà dura e intransigente di rinnovamento totale, questa fiducia totale nell’azione per risolvere i problemi non è forse quella che ci ha animati nella nostra lunga battaglia di antifascisti e resistenti? Perché non dobbiamo riconoscere ai giovani di oggi il merito di riprendere – naturalmente in condizioni e con metodi assai diversi – la battaglia da noi lasciata incompiuta?». Ada osserva le proteste sul loro nascere, ma non ha la possibilità di seguire il prosieguo dei moti studenteschi e della rivoluzione giovanile con tutte le sue contraddizioni e zone di luci e ombre. Resta vivo e centrale nella nostra cultura il suo richiamo non solo pedagogico, ma anche sociale, antropologico, etico, ad una maggiore attenzione e ascolto da parte degli/le adulti/e verso le nuove generazioni. Ada non riesce ad assistere in pienezza agli eventi del 1968, perché muore il 14 marzo di quell’anno nella sua casa piemontese di Reaglie. Le sono intitolati un Istituto professionale a Torino, alcune scuole dell’infanzia a Sesto Fiorentino e a Ferrara, una scuola secondaria di primo grado a None, nel Torinese. A lei sono intitolate anche una via Ada Marchesini Gobetti a Torino, una via Ada Gobetti a Caselle Torinese e una via Ada Gobetti Marchesini a Prato. È interessante notare come in ognuna delle intitolazioni Ada sia ricordata come coniuge di Gobetti e Marchesini e non come Prospero, suo personale cognome, al di là dei legami matrimoniali.
La storia di Ada Prospero merita di essere raccontata e ricordata non solo tra i banchi di scuola, ma anche nella società civile, in memoria di tutte quelle donne italiane tenaci, combattenti, sensibili e lungimiranti che hanno contribuito alla ricostruzione del nostro Paese all’indomani della tragedia della guerra e della pesantissima eredità del ventennio fascista. È un monito soprattutto per l’odierna società, che vive in un tempo di grande crisi generale dovuta alla pandemia da Covid-19 e che si ostina a non dare il giusto spazio alle donne presso i tavoli del potere e delle decisioni per la rinascita. Le donne hanno da sempre dato il loro tributo alla Storia: è arrivato il momento di riconoscerlo e di fare spazio alla loro presenza e competenza.

Per un approfondimento maggiore sulla vita e sull’opera di Ada Prospero si leggano anche i seguenti articoli molto belli:

 

 

Articolo di Valeria Pilone

Pilone 400x400.jpgGià collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

4 commenti

  1. Grazie professora Pilone. Anche questa volta la tua narrazione è ricca e avvincente, costruita con dovizia di particolari. Ada Prospero (e mi fermo qui) andrà sicuramente annoverata tra le protagoniste del Novecento, soprattutto nei percorsi scolastici, i quali sono ancora troppo strutturati con nomi maschili.

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