Teresa Pla Meseguer, tra il bastone, la guerra partigiana e la lotta di genere

Un mestiere, antico quanto il mondo, torna a richiamare la nostra attenzione sulla vexata quaestio del rapporto fra lavoro e genere, che ancora oggi influenza la vita di molte persone e sullo stretto legame tra il femminile e la terra. Vale la pena ricordare che il nobile mestiere dei pastori ha avuto un forte calo man mano che l’agricoltura non è stata più l’occupazione primaria dell’essere umano, e parimenti la transumanza, dati gli ostacoli di confine sempre più marcati e l’alta urbanizzazione, è stata resa impossibile.
Tuttavia oggi, proprio tra le donne, più decise a fare scelte radicali, troviamo chi cambia i propri parametri di vita e sceglie la pastorizia per godere dei luoghi salubri della montagna, dei silenzi, di un rapporto diverso con la Natura sempre più violata, e con gli altri.
Anna Kauber racconta in un libro l’esperienza vissuta per due anni in giro per l’Italia, ad incontrare queste donne. Ne ha conosciute un centinaio di “pastoresse”, donne dai 20 ai 97 anni, forti, coraggiose (molte anche laureate), che sono riuscite a ritagliarsi uno spazio proprio nella pastorizia. Un lavoro duro, che non conosce sabati, domeniche o soste, un lavoro in cui le donne esprimono il loro senso del sacrificio e la loro vicinanza alla madre
terra.
Un mestiere antico, ripeto, un mestiere che noi abbiamo ereditato da Greci e Bizantini, e che ha avuto spazio per secoli nella mitologia con racconti e leggende. Era considerata sacra l’attività della pastorizia, tanto vicina alla Natura e agli dei da essere oggetto di invidia; e tanti erano i pastori amati da dee e ninfe per la loro forza e bellezza, e per le dolci melodie dei loro strumenti a fiato. Un pastore molto famoso, per esempio, fu Dafni, protagonista di una delle più belle storie d’amore e gelosia. Celebre fu anche Amaltèa, la capra che nutrì Zeus nell’isola di Creta, dove il dio si era nascosto per salvarsi da Crono che voleva divorarlo. Per questo merito Amaltéa, come racconta Ovidio, fu accolta in cielo nella costellazione del Capricorno. Anche i Romani ebbero il loro pastore famoso: Faustolo, che salvò Romolo e Remo, allattati dalla lupa, e li accolse nella sua casa.
Molti secoli sono passati, e sempre meno si sente parlare di pastori e pastorelle, ancora presenti però nei racconti delle vite dei Santi, nei miracoli; né si può dimenticare che furono i pastori i primi testimoni della nascita di Gesù a Betlemme, divenendo simbolo di un nuovo concetto di fratellanza tra gli esseri umani.
Ovviamente, fuori da immagini poetiche, la pastorizia è una delle attività più faticose e fisicamente impegnative. Si pensi ad una giornata lavorativa, che comincia poche ore dopo che è finita quella precedente; si pensi all’infanzia negata a bambini e bambine; alle notti passate all’addiaccio; ai momenti di paura per un attacco di lupi. Insomma si pensi ad una vita intera misconosciuta ai più nel suo valore.
Eppure c’è stato un tempo in cui si riconosceva un valore così alto alla pastorizia che alla parola latina pecus (pecora) e dunque bestiame, si legò la parola pecunia, cioè moneta, e dunque ricchezza.
Abbiamo accennato però al fatto che alcune donne stanno riscoprendo (e con successo) la pastorizia e questo ci riporta indietro di qualche decennio, alla vita straordinaria di Teresa Pla Meseguer che merita la nostra attenzione, e non tanto per amore verso la vita bucolica (anche se per anni rappresentò il suo rifugio fuori dal mondo familiare e sociale ostile) quanto per una scelta obbligata di vita.
Era nata nel 1917 a Vallibona, un piccolo paese della Spagna, ed era l’ultima dei sette figli di una famiglia molto povera. Teresa era nata fuori dalla “normalità” dal punto di vista fisico-sessuale; aveva infatti una malformazione genitale, definita pseudoermafroditismo, che si manifesta come una parziale mascolinizzazione e quindi genitali ambigui, o comunque una virilizzazione significativa. Forse fu proprio il timore per le future reazioni famigliari e sociali nei suoi confronti che portò la madre a dichiararla all’anagrafe come femmina. All’età di undici anni, quando cominciarono per Teresa le battute ironiche, gli scherzi offensivi, la madre la allontanò dal paese e la mandò in una masseria lontana a fare la pastora, onde risparmiarle il dileggio sociale.
Lei soffrì tantissimo per questo “esilio”, come lei stessa raccontò in una intervista: «che tutti mi vedessero come una donna mi faceva star male. Ma a quei tempi, da ragazzina, non ci volevo pensare e non ci pensavo. Io ero io, ed ero fatta com’ero fatta. Mica potevo scegliere. Dovevo prendermi così com’ero e pace».
Data la sua condizione, a Teresa non fu possibile entrare nell’esercito, né partecipare alla Guerra civile spagnola, ma lei da pastora, esperta di valli e monti, grotte e tratturi, entrò nel “maquis”, il gruppo dei guerriglieri che continuavano a fare resistenza antifranchista e fu un aiuto prezioso per i rivoluzionari. Visse con loro e collaborò prima come staffetta e poi come partigiana combattente e guida preziosa. Fu con i suoi compagni che imparò a leggere e a scrivere, e non si risparmiò mai. Le frustrazioni subite l’avevano resa forte e la sua conoscenza dei sentieri e dei ricoveri in montagna fecero sì che risparmiasse a molti la vita. I suoi compagni partigiani morirono tutti prima di lei, finché rimase sola. La Pastora allora abbandonò i monti e si diresse verso Andorra. Trovò lavoro in una masseria e arrotondò il misero guadagno col contrabbando, finché fu tradita e arrestata. La sua personalità ambigua fece subito nascere il problema di dove collocarla in carcere. Fu perciò sottoposta ad accertamenti per verificare la sua identità sessuale e i medici stabilirono che «il soggetto esaminato era di sesso maschile». La Pastora quindi venne reclusa in carcere come uomo, Florencio, nome che le avevano dato i partigiani, e mai più indosserà abiti da donna.
Nel processo fu accusato di 29 omicidi. Condannato alla pena di morte nel 1960 (pena commutata poi in trent’anni di carcere), in seguito all’amnistia dopo la morte di Francisco Franco, nel 1977 la Pastora fu rimesso in libertà. Aveva sessant’anni.
Solo nell’ultima parte della sua vita, dal 1980 in poi, visse definitivamente e ufficialmente come uomo, in seguito all’accoglienza della sua domanda di cambio di sesso, da femmina a maschio. Morì il 1° gennaio 2004 a Olocau. Le sue ceneri furono deposte nel Jardin de los Recuerdos del cimitero di Valencia. Una targa con il suo nome, Florencio Pla Meseguer, lo ricorda.
Tutto questo ha costruito la sua leggenda.
Dalle poche foto che abbiamo è palese il suo aspetto mascolino, e forse nel suo cuore di donna in un corpo maschile, oltre alle battaglie rivoluzionarie ci saranno state anche battaglie d’amore, come ci racconta Alicia Gimenez-Bartlett nel suo romanzo Dove nessuno ti troverà, tradotto nel 2011 dall’editore Sellerio; oppure come leggiamo nel bellissimo racconto Libertà della scrittrice Francesca Schiavon, pubblicato nel 2018 dalla casa editrice Golena.
Mi piace qui riportare tre significativi passi del racconto:
«….Eravamo nascosti da settimane in una grotta buia, in mezzo alle montagne più inospitali della Spagna, da soli, io con la mia pazienza di pastora, lui Francesco, con la sua frustrazione di guerriero. Eppure non ci avevano ancora presi, la Guardia Civile non aveva né gambe né coraggio per braccarci fin lassù. Eravamo razziatori impietosi, predatori imprevedibili, affamati, rabbiosi e stanchi oltre ogni limite umano. Tanto che ogni giorno mi chiedevo quale fosse il senso della parola umanità e fino a che punto lo avessimo sovvertito e stravolto. Gli ideali per i quali eravamo finiti lassù erano come affissi su una parete invisibile e, anche se non li vedevamo, li avevamo sempre presenti nella testa…».
«…Ora mi chiamo Florencio perché i miei compagni hanno voluto così e io ho amato da subito questo nome, leggero, me lo sono sentito addosso come un telo di velluto rosso, l’ho sfoggiato nei bar, nelle rapine ai padroni corrotti, mentre minacciavo un fascista con la mia pistola lucente. Però prima mi chiamavo Teresa, anzi Teresot, dato che chi mi incrociava non voleva capire che razza di persona fossi, non poteva accettare che fossi una donna così forte, così poco capace di abbassare lo sguardo, così potente da sopportare offese, botte e fatiche che avrebbero stroncato un toro.
Mia mamma mi chiamava Teresa e non aveva mai smesso di proteggermi fin dal giorno della mia nascita, quando, guardandomi seria per capire chi fossi, decise, anche se l’anatomia era dubbia e traditrice, che io dovevo essere Teresa. Le mie sorelle mi trattavano come l’animaletto domestico e mi ingiuriavano perché ai loro occhi ero un mostro senza forma. Di nuovo mia mamma mi volle proteggere e mi allontanò. Mi mandò a fare la pastora. È vero: quella scelta mi salvò la vita, lontana dalle offese e dalle percosse, lontana dagli sguardi, sola con le pecore. In cima a montagne ostili e brulle, nessuno poteva più farmi del male».
«…Una sera un gruppo di ragazzotti ubriachi mi strappò la gonna per cercare di vedere cosa avessi veramente in mezzo alle gambe. Li massacrai, ruppi loro tutte le ossa che potevo rompere e tornai, livida e umiliata, in montagna, a raccontare piangendo alle pecore miti quanto le persone potessero essere orribili e cattive».
Sia in questo racconto, sia nelle pagine del libro in lingua spagnola La Pastora, dal monte al mito avvertiamo il dramma di chi vive a metà, tra l’incertezza interiore di cercarsi maschio o femmina, e la sua immagine esterna; l’ambiguità e l’ipocrisia della gente e il risvolto umano di chi ne fece il compagno di battaglia. Un’eroina comunque, o un eroe che dir si voglia, e l’emozione ci assale. Ancor di più quando leggiamo le risposte dei compagni partigiani ai suoi dubbi : «Nella guerriglia ciascuno è quello che vuole. Tu ti senti uomo Pastora? E allora lo sarai».
E quando Florencio, dubitando dell’importanza di imparare a leggere e scrivere, chiese: «Cosa c’entrano i libri se gli altri mi prendono in giro?» Gli risposero: «C’entrano, Pastora, c’entrano. Nel partito ti insegnano che le persone, tutte le persone, hanno una dignità e meritano rispetto, e questo si impara sui libri, lì si impara la libertà».
Cos’altro aggiungere? Peccato che sempre più spesso, cara Pastora, la nostra società lo dimentica!
Il caso di Florencio, pone in campo, secondo me anche una discussione attualissima sull’identità di genere, anatomica o comportamentale, molto discussa negli ultimi anni. Ormai sono diffusi i termini transsessuale, transgender e crossdresser.
Le persone transessuali sono individui che hanno un’identità che si discosta dal sesso assegnato alla nascita. Il termine fu usato per la prima volta nel 1965 da John F. Oliven, uno psichiatra della Columbia University, ha dunque un’origine medicalizzata. Intorno alla metà degli anni ’80, si sviluppò invece il concetto di transgender e la parola pian piano fu utilizzata per comprendere le persone transessuali, transgender e crossdresser. Fu l‘International Conference on Transgender Law and Employement Policy che nel 1992 definì la parola come “expansive umbrella term”, cioè includente tutte le forme di non conformità di genere, dando al termine una valenza socio
politica, decostruendo la visione eterosessista e duale (o binaria) dei generi.

 

 

Articolo di Giulia Basile

62239253_365918477239533_7698025560005410816_n.jpgFondatrice della Sezione Comunale Avis di Noci (Bari) ed ex sindaca dello stesso Comune, si dedica con tenacia, da sempre, al difficile compito della formazione. Convinta attivista sociale, collabora con molte associazioni territoriali e nazionali. La creatività espressa in molte sue pubblicazioni di poesia e prosa e la cura nel trasmettere l’amore per la cultura sono il fiore all’occhiello del suo percorso

 

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