Il primo concerto di Duke Ellington alla Carnegie Hall di New York City. 23 gennaio 1943

La Carnegie Hall, situata a New York nella 7th avenue, fu costruita nel 1890 per volere del filantropo Andrew Carnegie e fu inaugurata il 5 maggio 1891 con un concerto diretto da Pëtr Il’ic Čaikovskij. È provvista di tre sale, la principale delle quali, l’Isaac Stern Auditorium, capace di 2.804 posti. È tra le sedi concertistiche più prestigiose al mondo, teatro di numerose prime esecuzioni assolute memorabili (la sinfonia Dal nuovo mondo di Dvořák, Un americano a Parigi di Gershwin…).
Il 16 gennaio 1938 il jazz aveva fatto il suo ingresso nella prestigiosa sala, con una esibizione, entrata nella storia, dell’orchestra di Benny Goodman, arricchita di numerosi ospiti tra i quali Count Basie, Lester Young e alcuni membri dell’Orchestra di Duke Ellington. Fu il trionfo dello swing “bianco”, ma anche un momento importante nella vicenda delle relazioni interrazziali negli Stati Uniti, per la presenza, all’epoca non scontata, anche di musicisti di colore.
Dovranno passare cinque anni perché il jazz ritorni alla Carnegie Hall, con Duke Ellington e la sua prestigiosa Orchestra (a quei tempi già all’apice della notorietà), grazie a un concerto organizzato per la raccolta di fondi a favore dell’Unione Sovietica, al pari degli Stati Uniti in guerra contro l’Asse.
Il concerto ha un notevole battage pubblicitario ed è presentato da molti giornalisti e scrittori (tra questi Paul Bowles, sul “New York Herald Tribune”); costituisce la prima di una serie di esibizioni dell’Orchestra per gran parte degli anni Quaranta.

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Ellington, con l’appoggio convinto del suo nuovo impresario, William Morris, aveva intrapreso nel dicembre 1942 la scrittura di una nuova suite orchestrale, la sua opera più impegnativa fino a quel momento, della durata di 53 minuti, intitolata Black, Brown and Beige. In essa si proponeva di illustrare la drammatica storia dei neri d’America, ripercorrendo le tappe della lunga lotta per l’emancipazione. Black: il periodo più tragico della schiavitù, delle catene e delle baracche ai margini dei campi di cotone; Brown: il periodo delle prime battaglie contro la segregazione; Beige: il cammino verso la presa di coscienza e l’integrazione.
Nel dicembre 1942 Ellington era impegnato in una rassegna che prevedeva, tra altro, la presenza del cantante Frank Sinatra e la proiezione del film Secrets of the Underworld. Lui stesso racconta di aver composto la suite dietro le scene, nel buio delle quinte, ove si trovava un pianoforte. Un giornalista che gli fece visita poco prima del debutto dell’opera, disse che il compositore era stato sveglio tutta la notte per completarla, mentre i membri dell’orchestra al suo fianco copiavano velocemente le proprie parti.
Quella alla Carnegie Hall è un’altra prima esecuzione memorabile. La suite, nella sua interezza, è eseguita solo in quell’inizio del 1943 e in poche altre occasioni (tra le quali il 28 gennaio a Boston); nel dicembre 1943 ne verranno registrati alcuni stralci, ma bisognerà aspettare il 1958 per una nuova edizione pressoché integrale in studio, con la voce di Mahalia Jackson.
Presentando il pezzo alla Carnegie Hall, Ellington annuncia al pubblico, per lo più costituito da bianchi (dato il costo elevato del biglietto d’ingresso): «Vorremmo dire che questo racconta il parallelo sonoro del negro americano. E, naturalmente, racconta una lunga storia». Dovrebbe essere un grande momento per il compositore, che però, alla fine, ottiene recensioni davvero contrastanti. Intervistato a riguardo, così il critico McBride: «Penso che Duke Ellington per primo si aspettasse recensioni contrastanti. Prima di tutto, era un leader e compositore afroamericano che suonava un pezzo su un “parallelo della storia del negro americano” nel 1943 alla Carnegie Hall. Questo da solo poteva già darti un paio di recensioni negative prima ancora di suonare una nota. Credo ci fossero molti critici che si ritenevano esperti di “musica raffinata” – sai, musica classica. Quindi, quando hai questo compositore afro-americano che usa timpani, violini, mescolando ritmi swing con ritmi africani, sono sicuro che molti presenti non avevano idea di cosa stessero ascoltando. Come scrivi qualcosa di cui non sai nulla?».
La suite contiene numerose sequenze di grande valore e ancora oggi decisamente emozionanti: il momento culminante è il tema di Come Sunday, suonato dal magnifico sax alto di Johnny Hodges, secondo il suo personalissimo stile. In Come Sunday vi è l’evoluzione di un linguaggio che Ellington aveva utilizzato già in una precedente suite, Reminiscing in Tempo: la melodia, così come Duke la scrive, è estasi pura. Dolcissima, innanzitutto. Nessun compositore dell’epoca avrebbe potuto scriverla: nella sua rara bellezza essa è portata ai massimi termini dai glissando e dai legato di Hodges.

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Due parole sull’orchestra e sul resto del programma del concerto, giunto quasi integralmente fino a noi (sono andati persi Black Beauty e il segmento iniziale del primo movimento della suite, sostituiti nell’edizione pubblicata nel 1977 dall’etichetta Prestige con registrazioni provenienti dal citato concerto di Boston).
L’Orchestra nel 1943 comprende una serie di validissimi musicisti, alcuni dei quali collaboratori di Ellington già da molti anni: il trombettista Rex Stewart; l’altro trombettista, ma anche grande violinista, Ray Nance; i trombonisti “Tricky Sam” Nanton, Juan Tizol e Lawrence Brown; nella sezione sassofoni lo straordinario triumvirato composto da Johnny Hodges (alto), Ben Webster (tenore) e Harry Carney (baritono). Le parti vocali sono affidate a Betty Roche.
Il repertorio è in gran parte incentrato – a parte la suite – su una serie di “classici” ellingtoniani (Black and tan fantasy, Rockin’ in Rhytm, Ko-ko, Mood Indigo…), con poche concessioni a pezzi più “leggeri”, che pure abbondavano, in genere, nelle esibizioni dal vivo del “Duca”. In apertura di concerto non manca The star spangled banner.
Per finire, segnalo soltanto che per i contenuti “extramusicali” di Black, Brown and Beige, a nome di Duke Ellington venne aperto un fascicolo dall’Fbi. Ma questa è un’altra storia…

 

 

Articolo di Roberto Del Piano

RobertoDelPiano

Bassista (elettrico) di estrazione jazz da sempre incapace di seguire le regole. Col passare degli anni questo tratto caratteriale tende progressivamente ad accentuarsi, chi vorrà avere a che fare con lui è bene sia avvertito.

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