Le nozze lampo di Giuseppina

«C’è il Garibaldi innamorato per le strade di Rio» intonava uno scoppiettante Sergio Caputo nel Festival di Sanremo del 1987, cantando anche di un’Anita che al suo Peppe diceva di andare a vedere il Brasile che gioca in Italia.
Povera Anita, ignorava che giovanissima in Italia ci sarebbe venuta per poi morirvi di febbre, incinta, a soli 28 anni in una fattoria vicino a Ravenna in circostanze rimaste per molto tempo non chiare.
Dopo dieci anni e diverse vicende storiche, nel 1859 Giuseppe Garibaldi incontra Giuseppina Raimondi e, se Anita soltanto al suono delle parole proferite nella lingua italiana che non comprendeva «Devi essere mia» si legò per sempre a lui, non così lei che non corrispondeva. A lui, probabilmente stanco e desideroso di ritirarsi a vita privata, apparve come una visione, ma poco tempo prima aveva pensato pure di sposare per senso del dovere Battistina Ravello, la domestica che gli aveva dato a Caprera una figlia di nome Anita, e poco dopo avrebbe chiesto pure la mano alla più attraente Maria Esperance von Schwartz che, però, non gli darà una risposta definitiva.
Insomma, l’Eroe dei due mondi sembra darsi un gran da fare tra una battaglia e una conquista, anche amorosa, e inizia a scrivere a Raimondi appassionate lettere d’amore, ma lei risulta fredda anche perché si è legata sentimentalmente corrisposta a Luigi Caroli, ufficiale garibaldino. Improvvisamente nel mese di novembre Raimondi finalmente risponde dicendosi disposta a sposarlo anche perché incinta. Incinta di lui, naturalmente, mentre pare che continui a vedere Caroli.
Dopo una caduta da cavallo di Giuseppe e il periodo di malattia per tifo contratto da Giuseppina, il matrimonio viene celebrato con rito religioso il 24 gennaio 1860 nell’oratorio della villa dei marchesi Raimondi a Fino Mornasco, in provincia di Como, con i testimoni Lorenzo Valerio, eletto da poco governatore, e il conte Giulio Porro Lambertenghi. Finita la celebrazione, il cugino di lei, o forse uno sconosciuto, si avvicina al neosposo e gli consegna un foglio con su scritto che la sposa anche prima di sposarsi aveva intrattenuto relazioni con altri uomini, Caroli (ancora lui!) e il marchese Rovelli, cugino di lei (e probabile consegnatario della lettera). Interrogata sulla attendibilità di quanto scritto, sembra che ammetta tutto: l’Eroe dei due mondi la ripudia in tronco apostrofandola malamente e strattonandola.
E fu così che il cinquantatreenne Garibaldi fu ferito, ma prima che a una gamba (la spedizione dei Mille sarebbe avvenuta di lì a quattro mesi, come sappiamo) direttamente al cuore o, meglio, nell’orgoglio da una marchesa diciassettenne (ebbene sì!) e dovette attendere ben vent’anni per ottenere l’annullamento del matrimonio e così sposare Francesca Armosino dalla quale aveva già avuto due figli. Il figlio di Giuseppina nascerà morto.
Nel tempo, irritato e rancoroso, invierà numerose lettere infamanti nei confronti della moglie di un’ora ai giornali che ne rifiuteranno la pubblicazione, lettere che erano state d’amore e anche di ammirazione per il di lei coraggio: la ragazza era cresciuta in un ambiente di cospirazione mazziniana e viveva nascosta con il padre nel Canton Ticino dal quale spesso si recava nel Comasco con il compito di trasmettere messaggi o di approvvigionare di fucili i combattenti.
Morta il 27 aprile 1918 all’età di settantasette anni, Giuseppina Raimondi sarà sepolta nel cimitero di Como con una breve epigrafe:
«Amò l’Italia più di sé stessa».

 

 

Articolo di Virginia Mariani

RdlX96rmDocente di Lettere, unisce all’interesse per la sperimentazione educativo-didattica l’impegno per i temi della pace, della giustizia e dell’ambiente, collaborando con l’associazionismo e le amministrazioni locali. Scrive sul settimanale “Riforma”; è autrice delle considerazioni a latere “Il nostro libero stato d’incoscienza” nel testo Fanino Fanini. Martire della Fede nell’Italia del Cinquecento di Emanuele Casalino.

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