“Yes, we can!”. Barack Hussein Obama primo Presidente afroamericano degli USA

Il 20 gennaio 2009 Barak Obama viveva il suo Inauguration Day, giurando come 44esimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Io non ero ancora trentenne, stavo terminando il mio tirocinio per l’abilitazione alla professione di insegnante, avevo letto e studiato tanto sul sogno americano, sulla protesta dei neri d’America, su Rosa Parks, Martin Luther King, Nelson Mandela, e assistevo così con i miei occhi alla realizzazione di quello che all’epoca da molti e molte venne considerato come un vero e proprio miracolo di emancipazione e libertà: saliva alla Casa Bianca per la prima volta nella storia un afroamericano e ci sarebbe rimasto per il massimo tempo possibile per un Presidente americano, ovvero otto anni, due mandati consecutivi. Non era stato certo il primo afroamericano a tentare la corsa alla Casa Bianca: ci avevano provato, nei quarant’anni che lo avevano preceduto, due uomini, Dick Gregory e Jesse Jackson, e una donna, Shirley Chisholm, candidati alla presidenza degli Stati Uniti. Ma Obama ce l’aveva fatta: era diventato il primo Presidente nero.
In America la corsa alla vittoria per la Presidenza è lunga. L’elezione avviene in due fasi. La prima è detta fase delle elezioni primarie, non prevista esplicitamente dalla Costituzione, in cui la popolazione partecipa attivamente alla designazione dei candidati dei due principali partiti. La seconda fase invece è costituzionalmente regolata. Nella prima fase vengono eletti i/le candidati/e alle cariche di Presidente e di Vice Presidente nelle Convenzioni Nazionali dei due maggiori partiti, democratico e repubblicano. La modalità di svolgimento delle elezioni primarie è diversa da partito a partito e ha anche alcune variazioni da Stato a Stato dell’Unione. Il/la candidato/a alla presidenza può anche non passare attraverso le elezioni primarie: in genere viene ricandidato il presidente uscente se è al primo mandato, o il vicepresidente uscente. La seconda fase prevede l’elezione dei cosiddetti Elettori Presidenziali all’interno di ogni singolo Stato. I grandi Elettori ed Elettrici sono coloro che voteranno a scrutinio segreto Presidente e Vice Presidente, che, a seguito dello spoglio effettuato dal Presidente del Senato, verrà proclamato Presidente degli Stati Uniti d’America. Le elezioni si svolgono nell’Election Day, che ricorre il martedì successivo al primo lunedì di novembre di ogni quattro anni, questo per evitare che il giorno delle elezioni cada nel giorno festivo del primo novembre.
Contrariamente a quanto molti e molte pensano affermando che il Presidente in America lo elegge il popolo, l’elezione in realtà avviene con un metodo indiretto: i cittadini e le cittadine scelgono gli elettori e le elettrici che formano l’United States Electoral College (Collegio elettorale degli Stati Uniti). Gli elettori ed elettrici possono teoricamente assegnare il proprio voto a chiunque, ma in genere votano candidate e candidati designati e le loro preferenze vengono confermate dal Congresso agli inizi di gennaio. Ognuno dei 50 stati che compongono la Federazione esprime un numero di grandi elettori ed elettrici, pari alla somma dei e delle sue deputate e dei suoi senatori e senatrici: dato che il numero di parlamentari espressi da ogni Stato dipende dalla sua popolazione, lo stesso vale per i grandi elettori/elettrici. Gli Stati più popolosi, dunque, esprimono un numero maggiore di grandi elettori/elettrici degli altri, collegati/e a ogni candidato/a alle elezioni presidenziali in una lista: sono persone scelte dai comitati elettorali, spesso funzionari/funzionarie di partito. I grandi elettori ed elettrici sono in tutto 538: per diventare Presidente bisogna ottenere la maggioranza assoluta, ovvero 270 voti.
Secondo la modalità di funzionamento del sistema maggioritario, è possibile però che un/una candidato/a possa ottenere la maggioranza dei voti totali ma la minoranza dei grandi elettori, e quindi perdere le elezioni. Uno scenario del genere è molto improbabile, ma si è verificato due volte nella storia americana: il più recente e celebre è quello del 2000, quando Al Gore ottenne lo 0,4 per cento dei voti in più rispetto a George W. Bush, che però vinse tra i grandi elettori ed elettrici, dando vita tra l’altro al famigerato scandalo “Florida 2000”, secondo cui Bush si aggiudicò la Florida con un vantaggio dello 0,00009% e diventò il quarto in tutta la storia degli Stati Uniti a essere proclamato presidente avendo ricevuto in assoluto meno voti dell’avversario. I voti della Florida rimasero decisivi ai fini della vittoria, ma i risultati ufficiali non furono resi noti per oltre un mese, a causa delle difficoltà nella raccolta e nel riconteggio delle schede. Gore ebbe in totale 539.947 voti in più di Bush, ma il meccanismo dei grandi elettori ed elettrici assegnò a Bush 271 voti e a Gore 267. Il caso finì alla Corte Suprema degli Stati Uniti, ma Al Gore non continuò la battaglia legale, dando di fatto carta bianca alla vittoria di Bush.
Per Obama la vittoria invece è stata netta, «quasi una vera valanga, pur se in quattro Stati chiave (Indiana, Virginia, Nord Carolina e Florida) è stata battaglia voto a voto. La svolta si è avuta intorno alle 3,30 quando, prima Fox News (tv tradizionalmente vicina ai repubblicani) e poi la Cnn hanno assegnato l’Ohio e i suoi pesanti 20 voti elettorali al candidato democratico. L’Ohio era stato decisivo nel 2004 per il successo di George W. Bush». (https://www.corriere.it/esteri/speciali/2008/elezioni_usa/notizie/ufficiale_obama_presidente_31aee9ee-aaef-11dd-8f4b-00144f02aabc.shtml).
«Nato a Honolulu da padre keniota e madre del Kansas, cresciuto in Indonesia prima, alle Hawaii poi, quindi a forza di borse di studio a New York, Boston e Chicago, Barak Obama è un ex ragazzo di pelle nera e di intelligenza superiore che, nonostante quella pelle e quel nome, ha avuto il destino di diventare il primo presidente nero degli Stati Uniti d’America. Perché – nonostante quella pelle e quel nome – in lui l’America ha rivisto nientemeno che Abramo Lincoln e John Fitzgerald Kennedy, i presidenti più amati e di cui per tanti, troppi anni, gli Stati Uniti si sono sentiti orfani. A Obama l’America ha riconosciuto l’audacia della speranza, il coraggio di credere in se stesso, la forza di osare» (Luciano Clerico, Barack Obama: come e perché l’America ha scelto un nero alla Casa Bianca, Edizioni Dedalo, Bari 2008, p. 15). Al motto “Yes, we can” quasi tutta l’America si è affidata, seguendo la speranza in un futuro migliore che trapelava dalla grande oratoria e perspicacia di questo uomo dal nome “benedetto”: «I miei genitori mi hanno dato un nome africano, Barak, che vuol dire “benedetto”, pensando che in un’America tollerante il nome che si porta non sia un ostacolo al successo» (Discorso di apertura della Convention del Partito democratico, Boston, 27 luglio 2004).
Il 4 gennaio 2005 Obama aveva prestato giuramento come senatore dell’Illinois. Tra il 2005 e il 2006 aveva prodotto centinaia di disegni di legge e risoluzioni, la prima delle quali è una legge per incrementare il numero di borse di studio universitarie per studenti con famiglie a basso reddito (approvata solo durante la sua presidenza). In Senato si prodigava per temi che poi sarebbero stati oggetto anche della sua candidatura a Presidente degli Stati Uniti: sicurezza dei confini, riforma delle leggi sull’immigrazione, legislazione su possesso privato di armi, riscaldamento globale e relazioni internazionali.
All’indomani della sua prima elezione non sono tutte rose e fiori: le sfide ed i problemi ereditati dal primo decennio quasi concluso del nuovo millennio sono diverse e complicate. Durante gli anni del suo mandato Obama le affronta con diverse azioni di governo: emette ordini esecutivi per lo sviluppo di piani di ritiro delle truppe in Iraq, ordina la chiusura del carcere di Guantanamo, senza però l’appoggio del Congresso, fa approvare il “Patient Protection and Affordable Care Act” (detto “Obamacare”), ovvero la riforma sanitaria che arriva a garantire la copertura assicurativa a 23,5 milioni di americani in più rispetto a prima, annuncia la cattura e l’uccisione di Osama Bin Laden, riattiva i rapporti bilaterali con Cuba (non senza una buona mano da papa Bergoglio), prosegue i negoziati che porteranno all’Accordo di Vienna sul contenimento del programma nucleare iraniano, grazie anche alla tenace azione di mediazione europea portata avanti dall’Alta Rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, l’italiana Federica Mogherini, promuove la cosiddetta Cop21, la Conferenza sui Mutamenti Climatici svoltasi a fine 2015 sotto l’egida dell’Onu a le Bourget, in Francia, e la firma dell’Accordo di Parigi che ne scaturirà, attiva una serie di misure antirecessive coraggiosamente di stampo neokeynesiano e lontane della ricette filo-liberiste adottate dai suoi predecessori, consistenti in un ruolo maggiormente attivo da parte dello Stato, un incremento del deficit pubblico, la lotta alla disoccupazione come priorità.
Non sono mancate le altrettanto numerose critiche innalzatesi da ogni parte verso la politica e la legacy di Barack Obama, prima tra tutte quella riguardante le sue scelte in tema di guerre, non certo del tutto ricusate, come egli stesso ebbe a dire proprio nel discorso pronunciato alla cerimonia di conferimento del Nobel per la Pace, tenutasi il 9 ottobre 2009, ad appena un anno di presidenza: «Dobbiamo riconoscere la triste verità: non elimineremo i conflitti violenti nel corso della nostra vita. Ci saranno momenti in cui le nazioni – agendo individualmente o in accordo con altre – considereranno l’uso della forza non solo necessario, ma anche moralmente giustificato. Affermare che l’uso della forza a volte può essere necessario non è cinismo, ma comprensione della storia, dell’imperfezione dell’uomo e dei limiti della ragione» (Discorso di accettazione del Premio Nobel per la pace, Oslo, 10 dicembre 2009). La motivazione del Nobel fa riferimento al suo incessante tentativo di ridurre gli arsenali nucleari e di intavolare un dialogo distensivo e costruttivo col Medio Oriente. Nonostante ciò, l’attribuzione del Nobel a un presidente neoeletto, che aveva ancora molto da dimostrare sul campo, ha suscitato non poche polemiche. Lo stesso Obama farà notare che altri avrebbero maggiormente meritato il premio.

FOTO.President_Barack_Obama_with_the_Nobel_Prize_medal_and_diploma

Secondo molte opinioni, Obama è stato il Presidente americano che ha tenuto in guerra gli Stati Uniti per più tempo. Ma c’è da dire anche che le guerre combattute da Obama sono operazioni molto diverse tra loro, alcune probabilmente non potrebbero nemmeno essere chiamate guerre. Obama ha modificato sensibilmente il modo di fare la guerra, in particolare con l’utilizzo dei droni, ed è intervenuto quasi esclusivamente per colpire gruppi terroristici o vicini ai terroristi, espandendo sempre di più i poteri del Presidente e limitando quelli del Congresso. Da un punto di vista militare verrà ricordato soprattutto per il parziale ridimensionamento dell’esercito. Di certo, il sogno di un mondo in cui l’intera umanità possa vivere pacificata e senza uso delle armi è ancora, ahimè, molto lontano.
Luci e ombre, dunque, sull’uomo che ha incantato, al di là di ogni più o meno ragionevole polemica, tanti e tante giovani con le sue parole, che arrivano al cuore di ogni essere umano, sia o non sia americano. Tra i suoi meriti, Obama ha saputo avere il coraggio di scelte che hanno portato gli Stati Uniti in qualche modo fuori dal baratro della recessione, negli stessi anni in cui l’Europa invece si stringeva nella morsa dell’austerità come unica via di fuga dal fallimento del capitalismo. Indiscutibile, inoltre, la sua attenzione e sensibilità verso le fasce di esseri umani discriminate e meno tutelate nella società, in particolare verso le donne. Di recente, durante un suo intervento all’Expo Convention Hall a Singapore ha dichiarato che, senza ombra di dubbio, il mondo sarebbe un posto migliore se le donne fossero al comando: «Ci sarebbero meno guerre, i bambini sarebbero meglio curati e ci sarebbe un generale miglioramento degli standard di vita e dei risultati praticamente su tutto». Obama ha sempre ritenuto che «molti dei problemi del mondo sono stati causati da uomini, soprattutto quelli più anziani che restano aggrappati al potere con tutte le loro forze: “Se guardi il mondo e guardi ai problemi di solito sono uomini e anche piuttosto anziani a non volersi togliere di mezzo. Sono insicuri, hanno idee superate e schiacciano, energie, visioni e approcci, nuovi”, ha detto l’ex presidente. “Una squadra di basket non può avere tutti i tiratori. Alcuni devono fare il lavoro sporco, altri devono giocare a difesa. Lo stesso vale per ogni squadra che si costruisca, sia nel settore privato che nel governo. E questo è il motivo per cui i governi hanno bisogno delle voci di donne, minoranze etniche e persone di diversi strati socioeconomici per avere successo”». (https://www.iodonna.it/attualita/costume-e-societa/2019/12/17/barack-obama-le-donne-sono-leader-superiori-e-con-loro-al-potere-il-mondo-sarebbe-un-posto-migliore/).
Dopo la fine del mandato alla Casa Bianca nel 2017, Obama ha creato insieme alla moglie Michelle una fondazione a carattere umanitario e sociale per promuovere la democrazia e formare la prossima generazione di cittadini e cittadine attive.
Ciò che c’è stato dopo Obama è sotto gli occhi di tutte e tutti, sostenitori e detrattori: laddove si era creato dialogo sono stati innalzati muri, laddove si era cercato di ridimensionare il più possibile l’uso delle armi si sono lanciate bombe, laddove si è cercato di difendere l’ambiente si è annullata ogni ratifica e si è suggerito ad una ragazzina che protesta contro il cambiamento climatico di «lavorare sul suo problema di controllo della rabbia e poi andare a vedere un buon film con un amico».
Ai posteri l’ardua sentenza.

 

 

Articolo di Valeria Pilone

Pilone 400x400.jpgGià collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

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