L’albana e il sangiovese di Romagna: l’intuito di Maria Cristina Geminiani

Sotto il profilo di una classificazione dal punto di vista vitivinicolo l’Emilia Romagna, così come il Trentino Alto Adige, si divide in due regioni: se all’Emilia si associano i vini frizzanti, al contrario la Romagna si caratterizza per la produzione di vini fermi. Da regione improntata alla produzione vinicola su ampia scala negli ultimi anni la Romagna ha convertito la sua produzione nell’ottica della qualità, tra coloro che hanno optato per il regime biologico, investito su pratiche a ridotto impatto ambientale e le cooperative che stanno cercando di ricavare una linea di nicchia, con particolare attenzione alla valorizzazione dei vitigni autoctoni, grazie anche e soprattutto alla grande varietà ampelografica che la distingue. Pure la meccanizzazione delle operazioni in vigna ha favorito l’adozione di un senso critico nella scelta del sistema d’allevamento delle vigne sull’onda delle ricerche messe a punto dalla facoltà di agraria dell’Università di Bologna, mentre per le tecniche di vinificazione ci si è avvalsi della consulenza del Crpv – Centro ricerche Produzioni Vegetali di Tebano. La Romagna vanta anche uno dei primi Consorzi di tutela nazionale, fondato nel 1962, che costituisce un ruolo di riferimento per la gestione dei disciplinari dei vini a denominazione.
I vitigni più diffusi sono trebbiano romagnolo e sangiovese. Le zone vitivinicole della regione sono situate a ridosso di Ravenna, Cesena- Forlì e Rimini, ciascuna dotata di due conformazioni, una pianeggiante, l’altra collinare: nella prima il terreno è di origine alluvionale, luogo d’elezione per la produzione di trebbiano romagnolo, nelle zone collinari, invece, il terreno è argilloso-calcareo, e consente di coltivare uve come il sangiovese, destinato a diventare un vino strutturato e longevo. La Romagna è anche culla di un vitigno tanto ostico quanto ricco di potenzialità: l’albana, che ha trovato il suo terreno d’elezione ai lati dello Spungone, una dorsale che va dalla zona di Faenza a Cesena e si distingue tra le colline di matrice argillosa per il tipico colore giallo dovuto alla presenza di calcari arenacei ricchi di organismi fossili risalenti all’età pliocenica. Vitigno dalla buccia spessa e ricca di polifenoli che lo rendono difficile a trattarsi, ricco di acidità e componente zuccherina, per queste caratteristiche è dotato di grande versatilità: con esso è possibile infatti realizzare vini bianchi secchi ma anche e soprattutto ottimi passiti, tipologia che ha ottenuto il riconoscimento di prima Docg (Denominazione di origine controllata e garantita) d’Italia, nel 1987, vero e proprio fiore all’occhiello della regione.

FOTO 1.I vini dell'emilia-romagna. Fonte Quattrocalici
I vini dell’Emilia Romagna. Fonte “Quattrocalici”

Icona della viticoltura romagnola è certamente Maria Cristina Geminiani, proprietaria e responsabile della conduzione agronomica ed enologica dell’azienda Fattoria Zerbina (http://www.zerbina.com/) dal 1987, quando ereditò dal nonno, Vincenzo Geminiani, l’azienda che egli aveva fondato nel 1966 e che da subito aveva ottenuto ottimi riscontri. La cantina è situata sulle colline di Marzeno, a ridosso dell’Appennino tosco-romagnolo che collega Faenza alla Toscana.

FOTO 2. maria-cristina-gemignani e la cantina Zerbina
Maria Cristina Geminiani e la cantina Zerbina

Nei terreni locati più in basso, caratterizzati da un microclima umido e un terreno ricco si coltivano trebbiano e albana, mentre i terreni esposti più in alto, di matrice argillosa, calcarea e alluvionale si prestano alla coltivazione del sangiovese. Maria Cristina vanta ancora oggi il merito di aver reso note le potenzialità di un vitigno come l’albana a livello nazionale e internazionale e di aver realizzato una delle più raffinate interpretazioni del sangiovese di Romagna, attraverso nuove e buone pratiche dettate da un uso colto di un sapere che guarda alla tradizione per capire in quale direzione osare. La sua scommessa sul sangiovese consiste nella coltivazione delle uve ad alberello a palo singolo ad alta densità d’impianto, sistema che consente un’esposizione a tutto tondo della pianta favorendo una maturazione ottimale dell’uva e di praticare la vendemmia con facilità. Fu una delle prime a operare una scelta del genere nell’Italia viticola dell’epoca, anche se attualmente il sistema di allevamento più diffuso, a seguito di un progetto di riconversione del vigneto tenutosi negli anni Novanta, è l’alberello a spalliera, una forma che garantisce i benefici del primo ma anche una riduzione dei costi grazie alla meccanizzazione dei processi.

FOTO 3 Fattoria Zerbina
Fattoria Zerbina

In relazione all’albana, la scelta di Cristina si è rivelata audace: anche in questo caso, per prima, ha intuito le grandi potenzialità di un vitigno che avrebbe regalato una grande espressione se attaccato dalla muffa nobile in pianta, sull’onda dello stile dei vini muffati francesi prodotti nella zona di Sauternes. Una pratica che avrebbe affinato nel tempo ma che si è dimostrata vincente già dal 1992, e che fu celebrata chiamando il vino Scaccomatto. Ovviamente i rischi sono altissimi per l’imprevedibilità delle condizioni climatiche che, al fine di consentire uno sviluppo ottimale della muffa, dovrebbero alternare periodi di umidità e siccità, non sempre possibili, tanto da dover ricorrere a una accurata selezione dei grappoli migliori, talora sgranando acino per acino. Nella versione riserva, il vino prende il nome di Ar: di colore oro con screziature ambrate regala un corredo olfattivo generoso caratterizzato da note di frutta esotica ad albicocca, e miele millefiori, in bocca è dolce morbido e setoso con una scia finale di grande persistenza e ritorno aromatico, segno distintivo dei grandi vini.

FOTO 4 Maria Cristina e la bottiglia AR
Maria Cristina e la bottiglia di AR

La sua versione del sangiovese, Pietramora, realizzato con l’aggiunta di due per cento di ancellotta, si distingue per un colore rosso rubino intenso, tipici tratti olfattivi di ciliegia, viola e note più profonde di cioccolato e tabacco. Ma è al palato che stupisce per la precisione millimetrica dell’equilibrio fra le parti morbide, l’acidità e la trama tannica, tutte caratteristiche che esprimono un ottimo potenziale evolutivo. Non ultimo il Marzieno, prodotto con il sessanta per cento di sangiovese e il venticinque per cento di cabernet sauvignon con l’aggiunta di percentuali variabili di anno in anno di merlot e di syrah coltivati nella zona calanchifera, i cui terreni di argilla grigia sono particolarmente adatti alla coltivazione del merlot e del cabernet sauvignon.
I vini dell’azienda Zerbina sono accomunati da un fil rouge che rappresenta anche lo spirito estroso di Maria Cristina, una donna lungimirante e coraggiosa, che ha saputo guardare oltre i limiti di un territorio, facendo tesoro della tradizione
visibile nella scelta d’impianto che guarda a quelle in auge nelle colline romagnole, in alcune tecniche di cantina praticate su piccole partite di uva a bacca rossa senza il controllo della temperatura, e ancora nell’uso del torchio ma allo stesso tempo, forte delle sue competenze e del suo infallibile istinto, è stata in grado di vedere in quei confini un’opportunità, non senza assumersene la responsabilità e i rischi che scelte azzardate spesso comportano, ma che solo così possono rivelarsi vincenti e trasformarsi in arte. Un esempio che del resto ci aveva già consegnato la vita e l’opera artistica di Frida Kahlo: «Non far caso a me. Io vengo da un altro pianeta. Io ancora vedo orizzonti dove tu disegni confini». La storia di Maria Cristina Geminiani ci ricorda l’importanza di ascoltarsi, dare voce al proprio intuito e avere fiducia nelle proprie capacità, unico percorso possibile per ampliare gli orizzonti.

 

 

Articolo di Eleonora Camilli

59724162_440276389883361_5939648554405462016_nEleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS Associazione Italiana Sommelier ‒ conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...