«L’unico vero realista è il visionario». Lettera a Federico Fellini

Caro maestro Fellini, ti scrivo questa lettera perché il 20 gennaio sarà il tuo compleanno, avresti compiuto 100 anni. Sono certa che sarai ricordato, forse anche troppo, in ogni programma televisivo di qualsiasi fascia oraria. Parleranno di te esperti e non, vedremo spezzoni dei tuoi film o delle tue interviste tra un telegiornale e un approfondimento di cronaca nera. Insomma, la poltiglia giornaliera che tanto ci ricorda quella scena di Ginger e Fred in cui dei nani vestiti da spagnoli simboleggiavano la cialtroneria che ci perseguita e che, adesso, non riconosciamo più come tale in un’Italia deformata dalla televisione.
Per questo motivo non voglio ricordarti ma voglio provare a raccontarti a chi non ti conosce, a chi pensa che tu sia un cantante, un attore e non il grande regista italiano che ha vinto quattro premi Oscar con Le notti di Cabiria, 8 e ½, Amarcord e l’ultimo per la tua carriera; più una interminabile produzione di altri capolavori che rimarranno nella storia del cinema. Forse avrei potuto immaginare un’intervista impossibile ma tu stesso le hai definite un «rituale inattendibile di domande e risposte». Allora, ti faccio dono della più alta forma di amore che possa esistere, una lettera pensata esclusivamente per te poiché, come ben dici, «un linguaggio diverso è una diversa visione della vita».
Una delle cose più divertenti è la tua ironia, quando affermi: «felliniano… avevo sempre sognato da grande di fare l’aggettivo», ecco io lo trovo grandioso! L’aggettivo è sempre a servizio del nome che accompagna, talvolta sacrifica sé stesso per dare un significato più forte al sostantivo e in fondo rappresenta la tua filosofia, il modo giocoso e rigoroso che ha animato il tuo essere regista, finalizzato come l’aggettivo o ad aggiungere o a sparire pur di fare emergere volti e storie: «raccontare mi è sembrato l’unico gioco che valesse di giocare. Ogni ricerca che l’uomo svolge su sé stesso e sugli altri e sul mistero della vita, è una ricerca spirituale e religiosa. Il film è la forma di un modo di vita». Tu che hai raccontato volti e storie, come vorresti essere raccontato? In un’intervista avvenuta a Tolentino per la XVI biennale del fumetto, sin dall’infanzia la tua grande passione – «è stato il primo contatto con un mondo immaginato che si esprimeva con le matite, con le penne, con i colori, qualche cosa che non aveva a che fare con la scuola, con la chiesa, con la famiglia» – mentre ti sforzavi di rispondere con garbo al giornalista, mi è venuta in mente una tua frase letta chissà dove: «voglio essere ricordato come uno che ha raccontato storie e che ha fatto trascorrere, piacevolmente, un pochino di tempo agli altri». L’ho fatto perché osservavo i tuoi grandi occhi scuri, profondi e malinconici, i capelli diradati e bianchi e la cravatta rossa con il nodo allentato. Più di tutti però il timbro della tua voce sottile e piena di armonia, mi trasportava nel tuo mondo artistico, nei tuoi luoghi mitici (Rimini, Roma e Cinecittà) e nel tempo passato.

Amarcord
Sul set di Amarcord

Amarcord (che in dialetto riminese significa “mi ricordo”), Federico ti ricordi la tua infanzia? Sei nato nel 1920. L’Italia usciva dalla Grande guerra e da lì a poco sarebbe caduta o, più probabilmente, sarebbe andata incontro baldanzosa all’abbraccio mortale del Fascismo.
Com’eri da piccolo? Cosa colpiva lo stupore tuo fanciullo? Forse erano gli abbondanti corpi delle massaie di provincia che ci hai fatto vedere proprio in Amarcord? La tabaccaia giunonica, le natiche generose delle donne che salgono sulle biciclette finita la messa? Donne che si muovono sul crinale di un’epoca mitica rappresentata in parte dalle statue della divinità della Grande madre, e in parte da un universo onirico/erotico di cui si ricercano segreti e contorni come un alchimista che cerca la sua pietra filosofale.
Tu, caro Federico, ci hai mostrato con il candore degli occhi dell’infanzia l’eccitazione per il corpo delle donne; corpo che è impossibile da non raccontare, da non esplorare e che ti ha accompagnato per tutta la tua vita come una immagine erotica e mortale, Eros e Thanatos. Corrado Augias, che ti ha dedicato una puntata della sua trasmissione I Visionari, racconta di una tua confidenza che ci restituisce con forza la figura della donna: «un giorno mi disse che un’attrice gli stava accanto nuda, con un cappello enorme sembrava un fungo velenoso».
Ma chi è donna per te? «Lei rimane in quel luogo preciso in cui comincia l’oscurità dentro l’uomo. Parlare di donne significa parlare della parte più oscura di noi stessi, la parte non sviluppata, il vero mistero intimo. Trovo le mie figure femminili – come Anita Ekberg e Sandra Milo – più eccitanti da creare, forse perché la donna è più intrigante dell’uomo, più sfuggente, più erotica, più stimolante».

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La città delle donne

Non a caso, al mondo femminile hai dedicato un intero film: La città delle donne in cui il povero Mastroianni (il tuo alter ego), attraverso un viaggio onirico, tenta di esplorare il polifonico universo femminile: «ancora una volta Fellini dà ragione alla psicanalisi di Carl Jung: la donna sta laddove l’uomo ha la sua ombra, sì che spesso egli è portato a confondere la donna con la propria ombra. Con La città delle donne il regista romagnolo vorrebbe parlare del continente donna oscuro e misterioso, delle tante donne che inquiete, violente, soavi, umiliate, esaltate, amabili, cattive, anarchiche, flebili, gli stanno nell’inconscio appena rimosso».
Dunque, l’essere visionario non è un comodo ripiegamento nel mondo della fantasia ma rendere reale l’universo interiore; cioè la cosa più reale che esista! E cosa c’era nel film La dolce vita di visionario e di reale.
Anita Ekberg, evidentemente con la sua prorompente fisicità «incarnava in ogni dettaglio la mia immagine mentale del ruolo», cioè la diva dalla sensualità stravagante ma, soprattutto, la spavalderia e la deriva del nostro Paese che si beava degli agi e del benessere del boom economico degli anni Sessanta. Nella Dolce vita, caro maestro, tu sei stato un visionario poiché sei stato in grado di vedere, con tinte erotiche e decadenti, che il dilagante benessere dell’epoca non era altro che l’inizio di quel declino etico dell’Italia speranzosa che si era lasciata alle spalle la povertà degli anni Quaranta. Probabilmente, il film rappresenta un manifesto e un promemoria per noi che viviamo in questo presente, spesso instupidito da una comunicazione superficiale, dal rifiuto della complessità, inconsapevoli di quanto il pensiero possa condizionare le sorti umane. Tu stesso lo dici: «quello che avevo intenzione era di mostrare lo stato d’animo di Roma, un modo di essere di un popolo. Quello che è diventato uno scandaloso report, un affresco di una strada e di una società. Ma non vado mai a Via Veneto – non è la mia strada. E non ho mai frequentato le feste degli aristocratici – io non ne conosco. La stampa di sinistra l’ha preso come un reportage su Roma, ma poteva non essere Roma, avrebbe potuto essere Bangkok o mille altre città. L’avevo inteso come un report su Sodoma e Gomorra, un viaggio nell’angoscia e nella disperazione. Intendeva essere un documento, non certo un documentario».

La dolce vita
La dolce vita

Come siamo adesso noi italiani e italiane? Quali simboli useresti per raccontare il nostro tempo? Riconosceresti, in certa gioventù, la visione della vita ancora più degenerata e insignificante dei Vitelloni? In una delle tue ultime interviste, subito dopo le stragi di mafia del 1992 in Sicilia, dichiaravi: «Che impressione vuole che abbia? Quella che hanno tutti di essere arrivati a un punto tale di disordine, confusione, smarrimento, per cui mi sembra che continuare a incolpare questo o quello corrisponda un po’ a rimuovere il fatto che siamo tutti responsabili. No, non è un atteggiamento genericamente moralistico, ma è la natura degli italiani ad essere così: eterni adolescenti, tenuti in questo stato dalle varie chiese e dai poteri, per cui la responsabilità è sempre degli altri, e ci rifiutiamo di ammettere che cambiare dipende da noi».
Mi accingo a concludere questa lettera, con la speranza di aver restituito qualche frammento di te e della tua umanità; in caso contrario posso dire che sono stata animata da una sincera ricerca del tuo volto e della tua opera.
Lasciamoci, dunque, con una conclusione aperta e con un auspicio, le parole di Roberto Benigni nel film La voce della luna: «eppure se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti fossimo silenziosi, qualcosa potremmo capire».

 

 

Articolo di  Giovanna Nastasi

NJJtnokr.jpegGiovanna Nastasi è nata a Carlentini, vive a Catania. Si è laureata in Pedagogia e Storia contemporanea e insegna Lettere negli istituti secondari di II grado. La sua passione è la scrittura. Ha pubblicato un romanzo, Le stanze del piacere (Algra editore). 

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