Editoriale. Siamo innocenti. Fino a prova contraria

Carissime lettrici e carissimi lettori,
“Che bella corsa e’ na jurnata’e’sole / N’aria serena doppo na tempesta / Pe’ll’aria fresca pare gia’ na festa / Che bella cosa na jurnata’e sole”. L’avrete già riconosciuta. Io
l’ho sentita cantare a Mosca, da un russo. Una mia amica, stupita, mi ha raccontato di averla ascoltata, sempre in napoletano, in un ristorante a Pechino. Sicuramente c’è tra voi chi testimonia che ha trovato chi cantava questi versi a New York, a San Francisco o in qualche città del Venezuela, del Brasile o dell’Argentina dove l’immigrazione italiana è stata straripante e se ne temerebbe a ragione un rimpatrio di massa.
Eppure chi ha scritto ‘O Sole mio, cioè Giovanni Capurro, è semisconosciuto. È morto poverissimo cento anni fa (il 18 gennaio 1920) nella città che attraverso i suoi versi aveva contribuito a rendere famosa nel mondo intero. Capurro era nato a Napoli il 5 febbraio del 1858 da una famiglia benestante e colta, in uno dei quartieri più famosi della città, a Montecalvario. Questa, che è la sua canzone più nota, l’ha interpretata il fior fiore delle più belle voci della lirica – da Caruso a Pavarotti – e l’ha cantata persino Elvis Presley. Eppure, come abbiamo detto, il suo nome è rimasto sicuramente nell’ombra (in povertà e poco conosciuto rimase anche l’autore delle musiche, Eduardo Di Capua), come fosse slegato dalla sua canzone, nota universalmente.
Una curiosità. Una scuola per l’insegnamento dell’italiano agli stranieri usa il testo della canzone, con la traduzione in lingua, come materiale didattico e racconta, agli utenti che sono arrivati qui da terre lontane, la storia. Si cita un episodio a dir poco sorprendente: quando, ai giochi olimpici in Belgio, proprio nel 1920, ‘O Sole mio venne sostituita prontamente dal direttore d’orchestra all’inno nazionale per la squadra italiana, non avendo sottomano lo spartito della Marcia reale.
Invece di ben altre canzoni si parla oggi riguardo al festival di Sanremo che sta scadendo davvero, dal cattivo gusto di indicare che una donna deve assolutamente (e si direbbe solamente) essere bella e saper stare (gli eterni e innumerevoli doveri della donna) alcuni passi dietro all’uomo (ma non era di moda criticare il mondo islamico con certi suoi sguardi verso il femminile?!), all’orribile scelta di far partecipare al festival un cantante, il rapper Junior Cally, che ha esaltato in alcuni suoi testi il femminicidio.
Francamente ci sembra davvero esagerato che il rapper neghi evidenziando, in sua difesa, l’intenzione di una sua volontà di denuncia. Secondo il nostro giudizio nel testo e nella clip Junior Cally (la sua faccia coperta ricorda goffamente quella di Hannibal Lecter) parla in prima persona e a guardare bene non si coglie nessun accenno critico, neppure verso il sessismo: vediamo solo un terrificante cattivo esempio di un maschio che disprezza, insulta e dice di voler uccidere una donna legata e con la testa coperta da un sacco.
Un brutto modo davvero per festeggiare i settanta anni tondi della manifestazione canora che ha ospitato anche voci importanti e culturalmente significative della canzone nostrana d’autore. Di polemiche Sanremo ne ha avute spesso, ma questa volta è stato un montare di contraddizioni, cominciando dal tira e molla dell’invito alla giornalista Rula Jebreal, rinunce (più di una), ripensamenti e scelte non opportune tanto che, e non solo per il caso dell’invito del rapper, la polemica si è spostata in Parlamento quando ventinove deputate, Boldrini a capo, hanno sottoscritto una richiesta di scuse a tutte le donne da parte del conduttore che di scivoloni sessisti già prima del 4 febbraio (giorno dell’inizio  del festival) ne ha fatti davvero tanti.
Ma in questa Italia sempre in bilico, perennemente in campagna elettorale, e figuriamoci ora che lo è stata davvero, le sorprese e gli scivoloni orrendi non mancano, con il silenzio pressoché assoluto delle istituzioni.

Ma dove è andato a finire lo Stato di diritto secondo cui è fondamentale avere una sentenza, e per di più definitiva, per definire qualcuno colpevole?
Qui non si tratta di “non toccare Caino”, come suona uno slogan contro la pena di morte. Qui si tratta di tutela del diritto personale del “fino a prova contraria”, del rispetto della cittadinanza che non può per nessun motivo essere sottoposta al giustizialismo di una condanna sommaria, che ha diritto di proteggere la propria casa, il proprio privato.
Quanto è stato fatto (ricordate Benigni quando commentava le azioni non proprio corrette del principe Umberto?) è orribile al di là della persona chiamata attraverso un citofono: è la metodologia da “purga” da “caccia alle streghe” che inquieta, con tutto ciò che di nefando in queste azioni viene prima e dopo. Eppure non abbiamo sentito grandi reazioni, almeno per ora. 

Amarezza verso un vicinissimo passato fatto anche di abbandono da parte delle istituzioni, lo esprime, in un articolo direi illuminante (perché, almeno a me, ha informato di ciò che non sapevo) sulle conseguenze della quarta mafia nella città di Foggia dove, dopo gli innumerevoli atti di violenza contro persone e cose (i negozi ormai chiudono uno dopo l’altro costretti da minacce e attentati), si aspetta la presenza dello  Stato.
La presenza e l’interesse delle nazioni tutte sono, a ben leggere, gli argomenti portanti di due articoli che ribadiscono l’importanza della questione climatica che ha mandato letteralmente a fuoco l’Australia distruggendo non solo ettari ed ettari di bosco, ma cancellando, probabilmente per sempre, dalla faccia della terra molte specie animali, seminando dolore e sofferenza tra tutti i viventi: dagli umani ai vegetali.
Proprio a un passo dall’Australia che brucia arriva una lezione, aggiungerei un’altra ulteriore lezione di civiltà. In Nuova Zelanda, ancora una donna, e di governo, Jacinda Ardern, ha capito che bisogna cominciare dalle ragazzine e dai ragazzini, dalla scuola che deve insegnare loro a rispettare la natura, ma anche a calmare l’ansia di un futuro che se non salvato potrà distruggerci.
Ma noi siamo anche memoria. Ricordo di ciò che abbiamo fatto, contro o a favore, degli altri esseri umani, dei viventi, della natura, dell’ambiente. Dobbiamo ricordare come dovere: per sapere della nostra storia, dell’eredità che il nostro passato ci ha tramandato. Questo ci insegna il giorno della memoria (dedichiamo qui un bellissimo e accorato articolo) che si celebra il 27 gennaio per il ricordo dell’entrata dell’armata rossa nei lager tedeschi, il ricordo della fine della Shoah, anche per non cadere in tentazioni negazioniste.
Poi tante donne che si tengono idealmente per mano, attraverso terre ed epoche diverse, ma capaci tutte di dare al mondo il frutto dei loro sogni realizzati, anche contro le avverse situazioni in cui alcune di loro si sono trovate, spesso proprio perché donne. Artemisia Gentileschi, la pittrice del XVII secolo quasi ignota fino a qualche tempo fa. Il suo pennello può competere con quello di molti pittori della sua epoca, caravaggesca per il suo rapporto con la luce, audace nelle sue forti rappresentazioni, abusata sessualmente e costretta ad abbandonare i luoghi di nascita, ma resiliente nella sua evoluzione artistica. L’accompagnano, in questa ideale catena solidale femminile di questo numero della rivista le donne delle Mille (questa volta si parla di Toni Morrison), Cecìlia Mureles, la poeta brasiliana dell’Incontro impossibile, Emma Perodi con le sue fiabe tra Toscana e Sicilia, Isa Bluette (nome d’arte di Teresa Ferrero) che ha amato il canto tanto da realizzare il suo sogno lasciandosi alle spalle la manifattura del tabacco in cui era operaia, o l’artigiana, come amava definirsi, Dianora Marandino, dai tanti interessi: validissima stilista e contemporaneamente con forza innamorata del giardino, della natura degli animali, particolarmente i cani, tanti arrivati davvero malridotti e da lei ricoverati affettuosamente nel suo rifugio.
Ricordiamo poi qui le stupende Artiste clandestine presentate a inizio settimana nella Sala Zuccari del Senato della Repubblica a Roma e non dimentichiamo certo, anche per un vero e proprio affetto personale, le quattro sorelle March, delle quali abbiamo già scritto la settimana scorsa. Le quattro Piccole donne questa volta qui vengono rivisitate grazie alla recentissima ultima trasposizione cinematografica.
Inizia oggi su Vitaminevaganti.com un’altra serie di racconti di donne. Sono le donne, tutte, come dire, importanti, conosciute: Le italiane, protagoniste di una collana omonima “di
piccolo formato per entrare nelle borse, nelle tasche, per stare sui braccioli delle poltrone e sui ripiani dei comodini”, come scrive con simpatia la curatrice e presentatrice dei nuovi appuntamenti a cadenza mensile. Storie al femminile, di donne che hanno fatto, nei campi più diversi (si comincia con Cristiana Trivulsio), la Storia del nostro Paese.
Abbiamo iniziato con il calore dei raggi del sole filtrati tra la parole e il messaggio di amore della canzone più nota di Neapolis, la Città nuova dei greci, della ninfa Partenope. Vogliamo chiudere con qualcosa di altrettanto poetico e di straordinariamente fantastico, anticipando un articolo del prossimo numero. Leggerete di Fibonacci e della Serie numerica che porta il suo nome. “Il rapporto tra due numeri contigui tende sempre a 1,61… – spiega l’autrice – ovvero il rapporto della sezione aurea (rapporto tra la diagonale e il lato di un pentagono regolare, come già scoperto alla Scuola Pitagorica greca) e questa proporzione rappresenta la perfezione estetica in tutte le arti e in natura…nelle spirali delle conchiglie, nei petali e nelle foglie di moltissimi fiori e piante, nelle infiorescenze del cavolfiore, nelle scaglie dell’ananas e nelle galassie. Insomma quando usciamo sul balcone dobbiamo guardare con altri occhi, quelli della meraviglia e dello stupore. I numeri sono poesia! Il mio professore di matematica e fisica aveva pienamente ragione.
Buona lettura a tutte e a tutti

 

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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