Italiane. Una Collana per raccontare le donne, la loro vita, il loro impegno

Donne che hanno lasciato impronte. Questo racconta la Collana “Italiane”, edita da Pacini Fazzi di Lucca, da me diretta. Dedichiamo all’universo femminile italiano tante biografie con rigore scientifico e leggerezza narrativa, per conoscere e scoprire le donne che nei secoli hanno fatto grande l’Italia, ciascuna per la sua parte, ciascuna con una parte. Storie misconosciute o dimenticate, ma anche note e amate, per celebrare l’intelligenza femminile, la creatività, il pensiero, le passioni e i sentimenti a cui la Collana dà voce attraverso libri che possono essere letti tutto d’un fiato. Non ha la velleità di concorrere con gli studi di nicchia, dà invece la possibilità, a chi negli anfratti delle nicchie non potrà mai entrare, di scoprire un mondo finora parallelo che merita di diventare intersecabile. Abbiamo scelto la narrazione perché possa entrare con semplicità nella vita delle lettrici e dei lettori, abbiamo voluto un piccolo prezzo per essere alla portata di tutte e di tutti, abbiamo pensato al piccolo formato per entrare nelle borse, nelle tasche, per stare sui braccioli delle poltrone e sui ripiani dei comodini.
Ne racconterò su “Vitaminevaganti” su suggerimento di Maria Pia Ercolini. Ne scriverò come appuntamento mensile per riconoscerci e riconoscerle. Andrò in ordine di pubblicazione, seguendo la numerazione. Un po’ alla volta, tante volte.
Alla nostra lettura, prosit!
La prima Italiana della Collana è stata Cristina Trivulzio e, mi raccomando, non chiamatela Belgiojoso perché quello era il marito e anche quella storia durò poco. Nacque a Milano, il 28 giugno 1808, e se fosse stata maschio sapremmo di lei tante cose in più e l’avremmo chiamata “padre della patria” invece, siccome fu mamma della nostra Italia, se ne sono dimenticati tutti e nei libri di storia neanche una parola. Cristina fu donna di straordinaria modernità e mise la sua forza sociale e la sua ricchezza al servizio del Risorgimento. Rimase orfana di padre a quattro anni. Ricevette, come da tradizione, lezioni a casa. Determinante per la sua formazione fu il rapporto con l’insegnante di disegno, Ernesta Bisi, che l’avvicinò alle idee libertarie. A 16 anni rifiutò il matrimonio con un cugino che ella definiva «triste e piagnucoloso» e sposò, contro il parere di tutti, il principe Emilio di Belgiojoso, bello, giovane, donnaiolo, vicino alla Carboneria. Il matrimonio durò poco, dopo quattro anni di tradimenti Cristina chiese la separazione ma i rapporti tra i due rimasero buoni per tutta la vita. La frequentazione degli ambienti rivoluzionari la costrinse alla fuga prima in Svizzera, poi in Francia. Qui, conobbe lo storico francese Augustin Thierry, che le rimase amico per tutta la vita. La polizia austriaca sequestrò tutti i suoi beni in Italia. «Fu così che per guadagnare quanto le occorreva per vivere si dedicò a realizzare ritratti e diede lezioni di pittura alle giovani fanciulle. A quest’attività si affiancò quella di giornalista. Alexandre Buchon, liberale che aveva attivamente partecipato alle lotte di partito durante la Restaurazione, autore di molte pubblicazioni e collaboratore del quotidiano “Constitutionnel”, le propose di scrivere di politica italiana per quel giornale e di tradurre articoli apparsi su giornali inglesi. Cristina divenne per il quotidiano una fonte inesauribile di informazioni che ella assumeva dai suoi amici e che negli Stati italiani produssero rimostranze e proteste nei confronti non solo del giornale ma anche delle ambasciate francesi. Cronache dettagliate, nomi, cognomi scomodi, fatti e misfatti che i vertici tenevano nascosti. Così, grazie al suo lavoro, riuscì a superare le inconsuete per lei condizioni di indigenza e nell’autunno di quello stesso anno riprese a vivere da principessa. Erano quelli i tempi in cui per una nobile di alto lignaggio procurarsi da vivere con il proprio lavoro era un disonore. I nobili non dovevano lavorare, le donne non dovevano prendere parte alla vita pubblica. L’onore, la distinzione, uno stile di vita abbagliante, cospicue ricchezze, dovevano essere punti fermi dell’aristocrazia» (p.22). Nel centro di Parigi aprì un salotto culturale, strinse amicizia con Heine, Liszt, de Musset. «Cristina era diversa. Diversamente bella. Magra, pallida, anticonformista nell’abbigliamento, il suo fascino risiedeva nella moltitudine di unicità che la caratterizzavano. A Parigi, tra gli intellettuali del salotto di madame Récamier, incontrò François Mignet. Storico di grande fama, l’allora trentacinquenne scrittore, giornalista e consigliere di Stato, divenne una figura cardine nella vita di Cristina. Storia d’amore e di amicizia, il sentimento che li unì fu destinato a resistere, in modi e intensità diverse, per tutta la vita» (p.25). Fu editrice di giornali patriottici, aiutò economicamente numerosi fuorusciti italiani, perorò la causa italiana a Parigi. Apprezzò le idee del socialismo utopistico di Charles Fourier. Fu madre a 30 anni, chiamò Maria la sua bimba ma non si seppe mai chi fu il padre. Tornò a Locate, dove era rientrata in possesso della proprietà di famiglia. Qui istituì asili, scuole femminili e maschili e forme di previdenza per i contadini e molte altre iniziative filantropiche. «Convinta più che mai che qualsiasi battaglia per la libertà non possa prescindere dalla conoscenza, decise che doveva dare il suo contributo alla crescita e alla diffusione dell’istruzione e al miglioramento delle condizioni di vita degli ultimi. L’istruzione era l’unica arma che si poteva fornire alla gente per combattere le angherie dei potenti e dei prepotenti. Così, pochi mesi dopo il suo arrivo a Locate, istituì un asilo per le figlie e i figli delle famiglie contadine che lavoravano nel suo contado, una scuola elementare per ragazze e ragazzi, una scuola professionale femminile e una scuola di tecnica agraria maschile, laboratori artigianali per pittori, rilegatori, restauratori. Quella che mise in campo fu un’azione umanitaria e sociale di ampio respiro. Secondo gli insegnamenti di Fourier trasformò il suo palazzo in una sorta di falansterio. Non solo l’infermeria, ma anche uno “scaldatoio”. Capace di contenere trecento persone, dava accoglienza e riparo, nei momenti di maggiore freddo, alle donne e agli uomini che lavoravano nelle campagne; qui, ogni giorno, venivano forniti, a pranzo e a cena, pasti caldi e medicine. Aveva selezionato un certo numero di persone destinate a leggere, durante la giornata, libri di interesse comune, spesso era proprio lei a farlo trattenendosi con la sua gente, ascoltando le loro storie, cercando di comprenderne i progressi e i bisogni. Quelle ore di lettura riempivano di contenuti le giornate trascorse al riparo; la sera c’erano le preghiere collettive. Chi vi accedeva pagava dieci soldi, una cifra irrisoria e simbolica che evitava a quelle persone di sentirsi in obbligo. Quella che era opera di carità non si confondeva con l’elemosina. A quanti frequentavano la Scuola per l’infanzia venivano dati gratuitamente non solo l’istruzione ma anche cibo e vestiti. Creò una Scuola per lavori femminili in cui venivano impartite istruzione e formazione artigianale. Per quelle bimbe e quei bimbi scrisse libri dai quali avrebbero imparato la storia. Alle donne insegnò, raggiungendole personalmente, l’importanza dell’igiene e le regole base per la puericultura; fornì alle giovani nullatenenti la dote. In seguito aprì anche una scuola di canto di cui fu maestra. Ne ottenne buoni risultati tanto che le allieve eseguirono, il venerdì santo del 1845, lo Stabat Mater di Rossini, nella chiesa di Locate. La sua profonda fede si trasformava in quello che era il messaggio evangelico e si scontrava con le rigide regole della chiesa del tempo. Anche per questo eccezionale impegno fu avversata poiché educare il popolo era considerata un’azione sovversiva. In fondo lo era» (pp.35-36). Incontrò Cavour, Balbo, Tommaseo, Montanelli. Sostenne le Cinque Giornate di Milano con un “esercito” di duecento volontari che furono portati in piroscafo fino a Genova e di qui a Milano. Poco tempo dopo si unì ai patrioti della Repubblica Romana, trascorrendo giorni e notti negli ospedali. «Per arginare i mali e progettare azioni concrete e risolutive, diede corpo ad un’idea rivoluzionaria per i tempi e per le modalità: creò l’assistenza infermieristica femminile laica, anticipando di cinque anni quella che fu l’azione di Florence Nightingale, in Crimea. Lanciò un appello alle donne affinché dessero il loro contributo prestando assistenza ai feriti della Repubblica. Risposero in tante, romane e forestiere, aristocratiche e popolane. L’ostracismo fu forte, da tante parti. Come in tutte le guerre, infatti, le donne erano considerate soltanto facile e giusto bottino. L’esperienza e la storia di Cristina la spinsero a superare ancora una volta i pregiudizi. Mise insieme religiose e prostitute senza fare distinzioni né di classe né di cultura. Fu rigorosa nella selezione del personale che aveva dato la disponibilità. Fra tutte ne scelse trecento» (pp.57-58). Dopo la sconfitta della Repubblica Romana raggiunse Costantinopoli, poi nel cuore della Turchia fondò una colonia agricola aperta a profughi italiani, assistette la popolazione locale come a Locate, si guadagnò da vivere scrivendo articoli di sorprendente verismo sull’Anatolia, il Libano, la Siria, la Palestina. Scrisse potenti reportage sulla vita in Oriente e sulla condizione delle donne negli harem. Dopo la nascita del regno d’Italia lasciò ogni attività politica e trascorse tra Milano, Locate e il lago di Como gli ultimi suoi anni di vita. «Morì di polmonite il 5 luglio del 1871, all’età di 63 anni, nell’appartamento milanese che aveva acquistato in via de Bossi, a pochi metri dal Duomo, nel palazzo del genero, dove viveva la figlia. Aveva dedicato tutta la sua vita all’Italia, ma l’Italia immemore, distratta e strafottente della sua morte non si dolse. Al suo funerale, semplice, celebrato nella chiesa di San Tommaso a Locate, non partecipò nessun politico della nuova Italia unita. L’aristocrazia che sempre l’aveva condannata per essere stata così moderna e autonoma nella sua vita, non volle interrompere le vacanze estive. Solo Cesare Correnti, allora ministro dell’istruzione, inviò al genero una lettera istituzionale e di grande ammirazione per la donna che per la nazione si era spesa per tutta la vita. A lui anticipò che nei suoi programmi ci sarebbe stata l’istituzione, a Milano, di un liceo femminile che ne avrebbe ricordato l’impegno, insieme a quello della matematica e filosofa meneghina, Maria Gaetana Agnesi, morta quasi un secolo prima. Non se ne fece niente. Solo Locate le dedicò una via e una scuola. Cristina Trivulzio, sposata Belgiojoso, attraversò il Risorgimento italiano da protagonista. Scrisse moltissimi libri, fondò riviste, diresse giornali, inventò l’assistenza infermieristica femminile in guerra, conobbe e descrisse gli harem, difese ideali e libertà, fu denigrata, offesa, derisa, sfruttata, usata, ammirata, dimenticata. I suoi insegnamenti, così moderni, sono oggi un monito per le nuove generazioni» (pp.79-80).

Il libro da cui sono tratti i virgolettati è il n.1 della Collana “Italiane”: Nadia Verdile, Cristina Trivulzio. La donna che volle l’Italia, Lucca, Pacini Fazzi Editore, 2016, 8 euro

 

 

Articolo di Nadia Verdile

nnlP8zSiNadia Verdile è nata a Napoli, vive a Caserta, le sue origini sono molisane. Scrittrice e giornalista, collabora con il quotidiano «Il Mattino». Ha diciannove libri all’attivo, molti suoi saggi sono stati pubblicati in riviste nazionali  ed  internazionali. Relatrice in convegni e seminari di studio, come storica, da anni, dedica le sue ricerche alla riscrittura della Storia delle Donne. È direttrice della Collana editoriale “Italiane” di Pacini Fazzi Editore.

Un commento

  1. Cara Nadia, se posso aggiungere una nota triste al tuo bel racconto la sua tomba che si trova a Locate Triulzi dove visse e molto fece per il paese (a sud di Milano) non riceve molte visite ed è in pessimo stato di conservazione. Siamo un popolo senza memoria ….

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