Editoriale. Bisogna aver paura dell’odio

Carissime lettrici e carissimi lettori,
se dovessimo scegliere, come in quella bella trasmissione del sabato sera, la parola della settimana sicuramente la preferenza cadrebbe sul termine paura. Paura di morire, paura di essere infettati, paura dell’altra persona, paura del dolore e del male.
“Noi siamo le parole che usiamo e quelle che ascoltiamo”, scrive Graziella Priulla nel suo C’è differenza. Questa settimana abbiamo ascoltato tante parole che ci hanno colpito, profondamente. Si è discusso molto sui social – cominciando proprio da un post della professoressa Priulla – di due parole che ci hanno emotivamente coinvolto e qualche volta ci hanno deviato e che in fondo sono legate a questa sensazione di paura non formata in noi adesso (perché abbiamo avuto recentemente una politica che l’ha fomentata a lungo soffiando sul fuoco della diffidenza), ma è aumentata vertiginosamente in pochissimo tempo, quasi nel giro di ore.
Le due parole sono: urgenza ed emergenza. Cosa è urgente? Che vuol dire essere in un’emergenza? Cominciamo dal vocabolario. Per il termine Emergenza lo Zingarelli nel suo secondo significato detta: “Circostanza o eventualità improvvisa, pericolosa o situazione pubblica pericolosa che richiede provvedimenti eccezionali”. Per Urgenza (Urgente) scrive: “Che non consente o non ammette dilazioni o ritardi”. Urgente è ciò che “deve essere esaminato, soddisfatto, risolto, immediatamente senza frapporre indugi”.
Nel mese di gennaio, primo dell’anno e del decennio, abbiamo assistito, parlando relativamente all’Italia, a due situazioni importanti. Una ci ha colto all’improvviso, ci ha spaventato e sconvolto, ma anche rese sospettose fino a volte a farci cadere nella trappola del razzismo. Riguarda il Coronavirus, il virus partito da una delimitata zona dell’estesissima Cina e per ora praticamente assente in Italia (solo tre casi molto circoscritti e controllati a Roma). Il nome del virus è entrato lessicalmente, come un improvviso boato, nelle nostre case e nelle chiacchiere giornaliere che, come abbiamo detto, qualche volta sono andate oltre e hanno trasformato un fatto di cronaca e un problema scientifico e sociale in un motivo per creare un capro espiatorio sul quale, come succede, si scaricano addosso frustrazioni precedenti e soprattutto prive di cause vere.
L’altro avvenimento, invece, pur non essendo nuovo alle cronache, è quantitativamente  esploso nelle nostre cronache: dodici donne morte ammazzate da un uomo che, in un tempo più o meno lontano, aveva detto loro di amarle (e non di possederle come oggetti, come risulta invece essere in questi casi). La metà di loro è stata uccisa nel giro di una manciata di giorni, neppure in una settimana; tre, in posti diversi, nell’ultimo giorno del mese.
Viene dunque da chiedersi: delle due situazioni quale è emergenza e quale è da trattare come urgenza? Un quesito degno del Principe di Danimarca!
Chiaramente un virus che può infettare e causare morte è un’emergenza e, in quanto tale, deve essere trattato con immediatezza e con provvedimenti eccezionali chiudendo, a torto o a ragione, accessi e soprattutto facendo controlli a tappeto e mettendo in “quarantena” chi viene dai luoghi di origine dell’infezione.
Si è parlato di emergenza anche per i femminicidi. Ma non ci sembra francamente che corrispondano a eventi da classificare come circostanza improvvisa. Pensiamo, invece, che il ripetersi vertiginoso di casi faccia sì che la situazione esiga la definizione di cosa che non consente o non ammette dilazioni o ritardi, proprio come recita lo Zingarelli definendo il termine “urgenza”. Il femminicidio è un’urgenza così mal accettata nella sua tragicità che digitando il termine appare sottolineato in rosso quindi sarebbe sbagliato o, peggio, bollato come inesistente, almeno lessicalmente. Se una parola non esiste, ritornando agli scritti di Graziella Priulla, significa che non c’è la cosa o la persona designata.
Purtroppo abbiamo letto titoli di giornale non solo orribili, ma davvero inappropriati. Dire che sono più gli uomini a morire uccisi che le donne significa sbagliare due volte. Le cifre ci dicono che i maschi uccisi sono tanti (133 all’anno cita il quotidiano Libero che li contrappone alle 123 donne). Ma sono pochissimi gli uomini uccisi da donne, dalle loro compagne di vita. Il divario è enorme e titolare un giornale facendo apparire una realtà completamente diversa da quella vera, è osceno, fuori della scena normale del mondo. Mentre le donne che sono uccise dagli uomini “che hanno in tasca le chiavi di casa”  come ha giustamente e dolorosamente detto Rula Jebreal, sono tante e in quel numero spropositato (almeno una donna ogni tre giorni) non sono incluse quelle donne che potrebbero morire in un conflitto a fuoco durante una rapina o simili.
La paura è anche quella dell’odio che pone barriere. Lo ha sottolineato la ministra degli Interni Lamorgese, ma è stata ribattuta da Meloni che da Washington fa sapere che “in Italia l’odio non è un’emergenza”. La ragione della risposta a questa affermazione sta solo nel termine “emergenza” perché, come abbiamo visto, la situazione non è più improvvisa. L’odio è un’urgenza che è stata veicolata da una certa politica, da chi in Senato, qualche tempo fa, si è rifiutato di applaudire e di approvare la proposta della senatrice Liliana Segre; da una politica che ha mantenuto i toni alti da perenne campagna elettorale per quanto riguarda l’immigrazione (anche questa da non poter considerare più come un’emergenza), che vuole e invoca i “pieni poteri”, che incita, davanti a una piazza gremita, a chi non è d’accordo con il pensiero che dal palco si dice “dominante”, ad andarsene via, in altri luoghi. Una politica che di fatto arma i propri cittadini incitandoli a “difendersi” da soli, a una giustizia che non passa più per le aule dei tribunali o attraverso le forze addette alla protezione di tutte e tutti noi.
Le paure sono davvero tante e, quando non sono salvifiche (proprio nel senso che ci occorrono personalmente a salvarci la vita), possono essere molto pericolose.
Qualche volta è sano avere paura: bisogna temere infatti il cyberbullismo e fare attenzione ai ragazzini e alle ragazzine che ne vengono colpiti/e e hanno paura a parlarne. Bisogna aver paura di chi usa linguaggi violenti, di chi adopera le parole come armi (e di chi fa uso di quelle reali). Di chi imbratta targhe e nomi di strade dedicate a donne e uomini di pace, o di chi riempie di ignominia una stele che ricorda il dolore delle foibe (qui le ricordiamo con un articolo) e di chi nega la shoah. Dobbiamo avere paura della violenza di genere, dell’orribile sentenza pronunciata dall’Alta Corte del Pakistan che condanna, assecondando una legge islamica, una ragazzina rapita e stuprata, all’ingiustizia della conversione forzata e del matrimonio riparatore “lecito perché alla ragazza è venuto già il ciclo”. Amaramente ci domandiamo dove sta la voce del nuovo Primo Ministro di quello Stato, l’ex campione di cricket Imran Khan, che sembrava dare un volto nuovo di libertà e giustizia a quel Paese. Noi sinceramente siamo dalla parte di Huma Younus e di tutte le ragazze costrette a matrimoni predeterminati e spesso precoci. Bisogna aver paura di chi ci spinge alla prepotenza e all’odio.
Paura deve averne avuta tanta Galileo (leggerete qui un articolo celebrando la nascita dello scienziato, il 13 febbraio) quando fu chiamato davanti alle autorità ecclesiastiche del Sant’Uffizio per ammettere o negare le sue colpe. La colpa di aver visto chiaro nel cielo che Aristotele era stato sconfitto da Copernico, che è il sole a star fermo e la terra a girare, non unica, ma con gli altri pianeti, intorno al sole. Bisognava negare che la terra e l’uomo non fossero più al centro di tutto. Questa paura lo scienziato Galileo, che teme l’ira della Chiesa, non riesce a superarla e abiura. La Chiesa riparerà il suo errore solo alla fine del XX secolo.
Deve aver avuto paura, tanta paura, Marco Pantani, quando si è sentito chiuso in una morsa di accuse che ha capito sarebbe stata per lui una strada senza ritorno. Come leggerete nel bell’articolo a lui dedicato, visto dagli occhi di una bambina, oggi donna e insegnante, ripreso dallo sguardo del padre, innamorato del ciclismo e del coraggio dei suoi campioni e non solo: ”Il ciclismo insegna a sopportare la fatica” ricorda lapidaria la risposta del padre ai perché di chi si sta affacciando alla vita: bell’impulso pedagogico!
Invece non si deve essere vergognato, e non ha provato paura per le sue parole, il presidente degli U.S.A Donald Trump nel pronunciare il suo discorso a Davos in Svizzera (parliamo qui dell’incontro) incentrato tutto sul profitto economico e noncurante, o peggio, sprezzante dell’ambiente e della “paurosa” trasformazione del clima.
Ma noi vogliamo finire, come cerchiamo al solito di fare, lasciando un messaggio di speranza e di ottimismo, non certo ottuso e insignificante, in modo allegro.
Finiamo consigliando di leggere tre articoli: il primo gioiosamente dobbiamo citarlo quasi per un dovere di simpatica autoreferenza. Riguarda lo spettacolo Mine Vaganti andato in scena a Pistoia, dove l’autrice lo ha visto, e che andrà in giro per l’Italia. Sempre di teatro (e che teatro!) parla l’articolo su Mirandolina, la protagonista arguta de La Locandiera una delle cinquantuno commedie di Goldoni intitolate alle donne, un vero Casanova del teatro. Non per niente Casanova era veneziano come lui, e do ragione a Franco Cuomo (collega e caporedattore per me indimenticabile) che scriveva praticamente: “Don Giovanni le donne le seduce, ci tiene a che aumenti il numero delle sue conquiste. Casanova invece le vuole amare tutte”! Credo che per Goldoni si possa dire la stessa cosa.
Il terzo articolo mi è parso una dolce e chiara lettera, o ricordo sostanziale di una già scritta alla propria figlia, di una madre che indica i valori della femminilità. Leggendo l’articolo mi sono venuti in mente alcuni versi di una canzone di Paola Turci: ”
Tu fatti del bene/ Tu fatti bella per te!/ Per te, per te/ Tu fatti bella per te!/ Per te, per te”.
Buona lettura a tutte e a tutti.

 

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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