Giornata della memoria delle vittime meridionali dell’Unità d’Italia

In verità, già sentirne il cognome mi ha sempre cagionato una sorta di cupo timore misto a lugubre presentimento che è poi divenuto sentimento di buio sconforto quando scoprii cosa era stato capace di fare Cesare Lombroso, del quale a Torino ancora oggi dal 1876 esiste il museo, chiuso e poi riaperto nel 2009, poiché comunque, dicono, è una testimonianza unica al mondo di quello che sono state l’antropologia criminale e la teoria dell’atavismo criminale, soltanto in seguito dimostrata come sbagliata. Suddetta teoria, che alimentò per esempio il mito della superiorità della razza ariana, viene rappresentata su tutti dal cranio del brigante calabrese Giuseppe Villella, esposto in una teca insieme con altri tra cui quelli di brigantesse di tutto il Sud Italia, che però per i Movimenti meridionalisti è stato uno dei combattenti che si opposero all’occupazione piemontese durante il Risorgimento e non un mero criminale.
Il processo storico-politico che ha portato all’Unità d’Italia è stato davvero molto doloroso avendo comportato violenze, eccidi di massa, deportazioni e torture in tutto il Sud Italia; la storiografia ufficiale non ne parla adeguatamente, così come i libri di testo scolastici, malgrado i numerosi studi e i documenti che stanno emergendo negli ultimi anni.
In questi giorni anche il sito internet del Ministero della Difesa che si occupa della storia dell’Arma dei Carabinieri, impegnata della repressione del brigantaggio, ha pubblicato degli aggiornamenti su alcune vicende del 1861: l’assedio di Gaeta a cui seguì la deportazione a Fenestrelle e San Maurizio Canavese (ora nella città metropolitana di Torino) è uno degli argomenti presi in esame e alcune interpretazioni del passato vengono riviste così come il fenomeno del brigantaggio che viene definito “prima grande rivolta armata” con 5212 uccisi in combattimento o fucilati e oltre 5000 arrestati.
Pertanto il Consiglio Regionale della Puglia il 4 luglio 2017 ha deliberato con tre contrari e due astenuti l’istituzione della “Giornata della Memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia” il 13 febbraio, giorno della resa di Gaeta e della fine dell’indipendenza meridionale poiché, dati i primati borbonici, non di liberazione si è trattato ma di conquista e di rapina delle ricchezze del Meridione.
Molte le voci contrarie che dicono sia stata una decisione presa con estiva leggerezza, nonché rovente demagogia, in nome di una presunta Borbonia felix che paradossalmente ripensa alla Questione meridionale non come a una grande questione nazionale, immaginando un Sud-Mezzogiorno d’Europa, ma come un’identità chiusa e nostalgica di una Storia priva di fondamento scientifico.
Quindi? Verità o post verità? Io, cresciuta con il mito dei Bersaglieri poiché lo era stato mio nonno durante la Seconda guerra mondiale, studiando ho scoperto pure che dovevo a loro un momento fondamentale della mia Storia sia politica sia religiosa: il 20 settembre 1870, infatti, con la Breccia di Porta Pia i Bersaglieri consegnavano al neanche decenne Regno d’Italia tutto il territorio dell’Italia centrale conquistandolo al Papa, con i venditori ambulanti che, dopo il brillare della carica esplosiva, seguivano a ruota diffondendo la luce della Bibbia nella versione di Diodati. Salvo poi scoprire amaramente che sempre i Bersaglieri, proprio durante il Risorgimento, si macchiarono di efferati crimini contro le genti del ‘mio’ Sud, anche contro donne, bambini e bambine.
I Giorni e le Giornate, che siano della Memoria o del Ricordo, si avvicendano e molte altre sono da istituire se dobbiamo commemorare tutti gli eccidi di cui è capace l’essere umano. Personalmente auspico la riconciliazione delle Memorie nella oggettiva e (auto) critica ricostruzione dei fatti, sì, ma pure nella sollecita realizzazione di un comune futuro di Giustizia e Legalità nella cultura dell’accoglienza delle differenze e dell’alterità. E più estesamente e semplicemente nella Cultura.

 

 

Articolo di Virginia Mariani

RdlX96rmDocente di Lettere, unisce all’interesse per la sperimentazione educativo-didattica l’impegno per i temi della pace, della giustizia e dell’ambiente, collaborando con l’associazionismo e le amministrazioni locali. Scrive sul settimanale “Riforma”; è autrice delle considerazioni a latere “Il nostro libero stato d’incoscienza” nel testo Fanino Fanini. Martire della Fede nell’Italia del Cinquecento di Emanuele Casalino.

 

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