Quando Bambi arrivò nelle sale italiane

L’11 febbraio del 1948 arrivò in Italia Bambi, quinto film d’animazione della Walt Disney Company. La pellicola originale aveva già sei anni. Il pubblico italiano aveva già avuto modo di conoscere i lungometraggi della Disney con Biancaneve e i sette nani, arrivato nel 1938, Fantasia e Saludos Amigos nel ’46, Pinocchio nel ’47. Ma Bambi fu il vero successo.
È un nome che non ha bisogno di introduzioni: il cerbiattino che perde la mamma in uno dei momenti più toccanti nella storia dell’animazione, lo conosciamo davvero tutti. Un cartone commovente, tenero e terribilmente drammatico allo stesso tempo, che è riuscito a incantare (e a traumatizzare) generazioni di bambini e bambine.
La storia viene presa da un romanzo del 1923 dell’austriaco Felix Salten e poi riadattata da Walt Disney per renderla più adatta al grande pubblico. Il capriolo europeo lascia il posto, quindi, al cervo americano dalla coda bianca. L’obiettivo di Disney era il realismo naturalistico. Voleva riprodurre nel modo più verosimile possibile il mondo animale. E in effetti Bambi sembra avere un taglio quasi da documentario, piuttosto che la classica trama da cartone animato. Nonostante ciò, appena uscì nelle sale, il film andò incontro a un gran numero di critiche.
Il cartone viene sicuramente apprezzato per il suo incredibile realismo, per l’accuratezza riservata all’illustrazione della foresta, per la dolcezza ispirata dai protagonisti. Ma ovviamente sappiamo tutti che questo film d’animazione non è famoso solo per i musetti pelosi, gli occhioni cigliati o la colonna sonora. La storia del cerbiattino si sviluppa su uno sfondo tragico: la morte e il pericolo sono sempre in agguato. L’ombra di un male che non si materializza mai in qualcosa di corporeo si teme per tutta la durata del film; è così potente da distruggere la foresta in pochi secondi, è sempre a caccia, vuole il sangue delle creature del bosco. E spesso ottiene ciò che brama. Così vivono tutti nel terrore. L’Uomo non appare mai sullo schermo e questo lo rende ancora più terribile, più spaventoso.
Le critiche vengono proprio dalla comunità di cacciatori americana che si sentì offesa dalla raffigurazione quasi diabolica che era stata loro riservata. Non solo poco lusinghiera ma neanche troppo accurata. Nel cartone infatti sembra che la stagione di caccia cominci a primavera, ma ciò è inesatto. Raymond J. Brown, curatore della rivista “Outdoor Life”, chiese ufficialmente alla Disney che si specificasse prima dell’inizio del film che quello era un prodotto di fantasia e che non rispecchiava i valori degli American Sportsmen. La richiesta fu totalmente ignorata (per due volte). La versione italiana di questo cartone animato è stata doppiata due volte. La prima, del 1948, che  fu eseguita negli stabilimenti Fono Roma dalla CDC e curata da Alberto Liberati, aveva il difetto di essere troppo libera e poco attenta alle traduzioni, con parti aggiunte e altre rimosse. Le canzoni furono lasciate nella loro versione originale. In occasione della prima riedizione italiana, nel 1968 il film venne ridoppiato grazie a dei nuovi dialoghi scritti da Roberto De Leonardis, stavolta più rispettosi dell’originale. Anche le canzoni furono tradotte e interpretate da Maria Cristina Brancucci. Dal 1992 però furono distribuite VHS che riportavano il doppiaggio del 1948, usato anche da Rai 1 nel 1996 durante la trasmissione in prima assoluta del lungometraggio cui assistettero più di tredici milioni di persone. Il  nuovo doppiaggio venne ripristinato nel 1998, in occasione della replica su Rai 1 e utilizzato nelle versioni home video dal 2005 in poi.
Non si può negare che Bambi sia stato e sia ancora un grande classico, anche se i suoi personaggi, oramai ultrasettantenni, rispecchiano comportamenti e valori in parte superati. Il cartone si apre con la nascita di Bambi. È un momento importante, si percepisce l’attesa. Tutti gli animali formano un semicerchio intorno alla cerbiatta; l’intero bosco si è riunito per dare il benvenuto al Principino. Tutti tranne il padre. Lui osserva la scena dall’alto di un dirupo. Le sue apparizioni sono rare e ogni volta sembra distaccato, troppo preso dal suo ruolo di leader per poter fare il papà. Non sembra avere nessun tipo di legame affettivo né con la compagna, né con il piccolo. È tutto dignità e compostezza. I genitori di Bambi non hanno neanche un nome, il loro ruolo nella società è l’unica indicazione che ci viene data. Il primo è il leader del branco, il Principe della foresta appunto, l’altra è una Madre cui è affidata interamente la cura del cucciolo, e questo basta.
Nel cartone la presenza di Faline e degli amici smorza un po’ questa idea di solitudine, anche se solo in apparenza. Quando Faline partorirà i due gemellini, la scena che abbiamo visto all’inizio del film si ripeterà uguale: la mamma attorniata dagli abitanti del bosco e i due Principi della Foresta che guardano dall’alto la scena, isolati dagli altri animali, dalla compagna, dai figli. Il cerchio si è chiuso, niente è mutato. I personaggi femminili in Bambi esistono solo in funzione delle loro controparti maschili, servono per l’accoppiamento, insomma. A parte Feline, prima amica e poi compagna di Bambi, non hanno neanche un nome e particolarmente interessante è il momento della scelta del compagno/a. Le femmine sono già consapevoli di quello che sta per accadere e sfoderano le loro armi di seduzione sui tre amici, i quali erano più che decisi a non innamorarsi mai. Prima tocca a Fiore, poi a Tamburino e l’ultimo a cadere nella trappola d’amore è Bambi. Le femmine sono piuttosto aggressive e fisiche in queste scene (Feline addirittura lecca il muso di un Bambi terrorizzato) e i tre amici non hanno la minima via di scampo. Nonostante gli avvertimenti del Gufo, tutti e tre si “rincitrulliscono”. Il maschio viene dipinto come quello che deve mantenere la testa sulle spalle, il controllo delle emozioni, mentre la femmina è la classica ammaliatrice che porta alla confusione, all’instupidimento. Non è certo questo il messaggio che vorremmo trasmettere oggi a bambini e bambine. Eppure, nonostante ciò, i classici Disney conservano un loro fascino e consentono di avere in comune con diverse generazioni una sorta di database, un pentolone di ricordi e sentimenti condiviso nel tempo e nello spazio.
Può cambiare l’atteggiamento verso una storia, il modo in cui la si vede, la si critica, il ruolo che gioca nelle nostre vite e nella nostra educazione; tutte queste cose cambiano con il passare del tempo. Ma la storia rimane lì. È una ricchezza che non si perde, l’ago di una bussola che in potenza abbiamo tutti in tasca. Poi seguirne o meno la direzione è un altro conto. La Walt Disney Company ci ha regalato questa bussola; ha riempito, e continua a riempire il pentolone di ricordi ed emozioni, ricoprendo un ruolo importante. Essere il moderno cantore in una società in cui nessuno si riunisce più intorno al focolare per tramandarsi i propri racconti è una grossa responsabilità e volenti o nolenti anche un grande potere di cui si ammanta la multinazionale americana. In questi ultimi anni è comunque evidente una presa di coscienza importante da parte della Walt Disney, con alti e bassi, e sono fiduciosa nel fatto che le storie che ci racconterà saranno sempre più aperte e inclusive, veri e propri canali per l’educazione e la rieducazione, come dimostrano i più recenti Pocahontas, Mulan, Oceania con belle figure di giovani donne valorose.

 

 

Articolo di Greta Dominici

foto GRETA  400x400.jpgSono nata a Roma, laureata in Lingue e Letterature Europee e Americane a Tor Vergata. Sto frequentando un master a Venezia in Studi di Genere e Gestione del Cambiamento Sociale. Adoro viaggiare e sono appassionata di letteratura, cinema, serie tv e cosmesi naturale.

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